Torna Eric Clapton e i media si scatenano: “È un No vax”

«Sapevo che qualcosa stava andando storto / Quando hai iniziato a dettare legge / non riesco a muovere le mani / mi metto a sudare, voglio piangere / Non ce la faccio più / Tutto questo deve finire / Basta è troppo / Non ce la faccio più a sopportarlo».

Con il titolo più che eloquente di This Has Gotta Stop, il nuovo brano di Eric Clapton ha sollevato un gran polverone, scatenando la violenza dei mastini del pensiero unico. This Has Gotta Stop segue il precedente singolo contro il lockdown e le regole sanitarie anti-Covid, Stand and Deliver, scritto da Clapton assieme a Van Morrison.

Dopo le polemiche delle settimane scorse culminate con l’invettiva di Brian May, anche in Italia l’uscita della canzone si è meritata lo sconcerto e le reprimende di testate on line come Open, pronte ad attaccare Clapton secondo l’adagio per cui se critichi la narrativa pandemica sei automaticamente un famigerato “No vax”. E non importa se fino a pochi minuti prima eri una “star” e appartenevi al gotha degli intoccabili. Se ti permetti di criticare le misure liberticide adottate per la gestione della pandemia, diventi automaticamente un “paria” (come ben sa il Premio Nobel Luc Montagnier). Che tu sia un cantautore, un premio Nobel, un filosofo, non importa. A nessuno è permesso contestare il catechismo pandemico né provare a scalfire il dogma scientocratico: si deve avere cieca fede nei vaccini.

E allora gli articoli di sfottò si sprecano: “L’ingloriosa svolta di Eric Clapton: ha composto l’inno dei No vax”, titola Open.

Perché “ingloriosa svolta”? Perché l’artista – seguendo le orme di altri colleghi, come Richard Ashcroft che ha cancellato la sua partecipazione al festival Tramlines – ha pubblicamente espresso la sua contrarietà al Green Pass e si è rifiutato di andare nei luoghi dove il certificato digitale è obbligatorio, minacciando di cancellare alcuni suoi spettacoli se al pubblico fosse stato richiesto il lasciapassare.

Ma a destare l’avversione dei media mainstream è stato il suo scetticismo riguardo ai sieri anti-Covid, dopo essersi sottoposto a vaccinazione e aver subito reazioni avverse. In seguito alla somministrazione della prima dose di Astrazeneca, Clapton aveva infatti condiviso una lettera inviata a un suo amico italiano, l’architetto (e attivista anti-lockdown) Robin Monotti Graziadei, in cui spiegava di aver avuto «subito reazioni gravi, che sono durate poi dieci giorni». Gli “effetti disastrosi” non lo hanno fermato dal sottoporsi alla seconda inoculazione. La reazione è stata però ancora più violenta, come ha raccontato lo stesso Clapton:

«Circa sei settimane dopo mi è stata offerta la seconda dose che ho accettato, anche se con un poco più di consapevolezza circa i pericoli della vaccinazione. Inutile dire che anche stavolta le reazioni sono state disastrose, con mani e piedi congelati, intorpiditi o brucianti, fuori uso per due settimane, ho anche temuto di non riuscire più a suonare per il resto della vita, (soffro di neuropatia periferica e non avrei mai dovuto avvicinarmi a un ago). Ma la propaganda ha sempre continuato a dire che il vaccino è sicuro per tutti».

Insomma, non si può certo definire Clapton un No vax, essendosi sottoposto a due inoculazioni: semmai, le reazioni avverse che ha subito con Astrazeneca gli hanno fatto maturare una visione critica rispetto alla versione quella ufficiale che tende a nascondere o a sminuire le problematiche legate alle vaccinazioni anti-Covid. E da artista ha deciso di dare voce a quanto vissuto e sofferto, offrendo la sua testimonianza al grande pubblico.

Ma il dubbio non è permesso. La vertià, se scomoda, va occultata. Censurata.

E qua scendono in campo i media di massa per screditare e boicottare le voci libere e indipendenti, per evitare che si generi un “contagio delle idee” che rischierebbe di inoculare nella società il dubbio riguardo alle misure anti-Covid.

Pertanto, la modalità che va in scena è la solita: si utilizza la tecnica del frame, ben nota agli spin doctors. L’informazione o la struttura che usiamo per “incorniciare” un messaggio può incidere sull’interpretazione del contenuto da parte dell’interlocutore. Il framing avviene quando un soggetto incoraggia esaltando alcuni elementi (oppure all’opposto denigra), una determinata interpretazione della realtà da parte degli interlocutori a scapito di un’altra.

Avvalendosi di quell’arma potentissima che è il linguaggio, il potere, tramite la stampa, squalifica la persona refrattaria alle verità di regime, inserendola in un frame (“cornice”) negativo e denigratorio, in modo da infamarla e comprometterne la reputazione e l’autorevolezza agli occhi dell’opinione pubblica. Si crea cioè un fermo immagine, per inserire colui che si vuole attaccare in questa cornice, magari dicendo che è un complottista, negazionista, No vax, o quant’altro.

Si vuole cioè censurare il dibattito, impedire alle voci di critiche di avere voce, cancellare chiunque esprima un pensiero in disaccordo con il pensiero unico. In una società che critica e contesta qualsiasi tema e mette sotto esame qualsiasi autorità, da quelle politiche a quelle religiose, le uniche autorità che restano inattaccabili sono quelle identificate come le ancelle della “scienza”, le cui voci si diffondono e dispiegano attraverso i media di massa, entrando quotidianamente nelle nostre case tramite televisione, radio e quotidiani, con il chiaro intento di imporci cosa pensare in base al nuovo catechismo scientocratico.

La scientocrazia con i suoi pilastri e i suoi diktat, con la sua furia censoria e la volontà di piegare e soggiogare chiunque metta in discussione le sue verità di fede ed eserciti ancora il pensiero critico. Soprattutto, con la sua psicopolizia assetata di censura che non si ferma di fronte a niente e a nessuno, pur di cancellare la verità e uniformare le menti.

Enrica Perucchietti

vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. È caporedattrice della Uno Editori e autrice di numerosi saggi di successo, tra cui ricordiamo: Fake news; Coronavirus. Il nemico invisibile

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