Tira un uovo a Macron e lo rinchiudono. Ma non è l’unico caso

Le “ovazioni”, nel senso di lancio di uova, colpiscono ancora. Dopo che in Italia il lancio di uova ha colpito il ministro Speranza ora è il turno del presidente francese Macron, colpito da un uovo durante la sua visita a Lione . In realtà a Macron è successo anche di peggio, a conferma della scarsa popolarità del personaggio tra i francesi.

La cosa che colpisce è la reazione dei personaggi colpiti da ovazioni. Il caso Speranza, in Italia, ha avuto un seguito che ha ampiamento sconfinato nella farsa, con la polizia e le autorità preoccupate per una sorta di terrorismo dei lanciatori di uova e un seguito di sequestri di uova da parte della polizia come se fossero le armi dei brigatisti.

Ma dato che i francesi, come diceva Jean Cocteau, non sono che degli italiani di cattivo umore, Oltralpe la farsa si è tramutata in tragedia, e le autorità francesi si sono servite di una fra le più inquietanti: l’ospedalizzazione psichiatrica coatta.

L’uomo che ha gettato l’uovo a Macron era totalmente sconosciuto alla polizia, ovvero era incensurato. L’esame psichiatrico sull’uomo si è concluso con la sentenza che l’uomo era oramai totalmente privo di discernimento e doveva essere sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio.

Atroce, anche perché se si conosce un attimo la storia recente vediamo un esempio di medicalizzazione del dissenso. Questa pratica era molto diffusa in Unione Sovietica e la questione dei non allineati internati nei manicomi era stata denunciata dal dissidente Vladimir Bukovsky, e, in forma romanzata, da Michail Bulgakov nel suo capolavoro “il Maestro e Margherita” . Ma anche il fascismo italiano fece uso del manicomio per dissidenti politici.

Quel che è accaduto il Francia quindi ci riporta a ricordi di un passato cui speravamo di aver detto addio per sempre. Per fortuna che in Italia queste cose non accadono…

Forse la citazione di Cocteau che abbiamo riportato sopra non è del tutto esatta. Perché in realtà, soprattutto in epoca Conte ma anche sotto Draghi, abbiamo avuto un’escalation di episodi come questo.

Il caso più atroce accadde a maggio, già durante il mandato di Mario Draghi: uno studente di diciotto anni di Fano è stato sottoposto a TSO per essersi rifiutato di indossare la mascherina in classe.

Ma non va dimenticato un caso altrettanto grave accaduto all’inizio della psicopandemia, nel maggio, 2020, ovvero quello di don Gianluca Loda parroco di Castelletto di Leno, nel Bresciano, prelevato con la forza e sottoposto a trattamento sanitario nel silenzio pilatesco del vescovo di Brescia.

Don Loda aveva altre “colpe” oltre a quella di criticare la gestione della pandemia. Era un sacerdote che criticava apertamente anche la gestione della Chiesa da parte di papa Bergoglio . Ce n’era d’avanzo per far condannare il sacerdote ad essere un “matto di regime”.

E senza scordare anche il caso che ha fatto ancora più scalpore: quello di Dario Musso anch’egli colpevole di aver criticato la gestione pandemica operata dal governo Conte e per questo sottoposto a TSO.

E oggi, con un coro che osanna Draghi quasi fosse il Messia profetizzato e ritiene “rincoglionito” un premio Nobel per la Medicina non può che arrivare alla medicalizzazione del dissenso, che si basa su un solo assunto: se il coro dice una cosa, chi fa la stecca o è delinquente o è scemo. E chi contesta il regime anche solo con un lancio di uova, cosa non inedita nella Storia, è un pazzo o un criminale.

Il già citato dissidente sovietico Vladimir Bukovsky, poco prima di morire, affermò che nell’Unione europea si stava affermando un totalitarismo simile a quello sovietico.

Bukovsky, nel tracciare i paralleli tra l’esperienza europea e quella sovietica (governanti non eletti, distruzione di radici nazionali e spirituali…) citava i Gulag.

“Anche in Europa ci sono dei Gulag – diceva Bukovsky – Gulag intellettuali chiamati correttezza politica”. Bukovsky morì nel 2019, alla vigilia di quel che stiamo vivendo. Avrebbe visto quanto le analogie sarebbero andate al di là persino dei suoi più foschi paralleli.

ANDREA SARTORI

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