Tecniche di lavaggio del cervello: la propaganda

Guardando con occhio critico, i “padroni del discorso” sembrano servirsi di codificati criteri per orientare comportamenti, pensieri e modi di vita della massa. E sono sempre loro ad averli studiati e applicati su larga scala.

Ne offre un’analisi accurata lo scrittore Enrico Carotenuto, che spiega magistralmente come operi la “guerra psicologica”, universalmente nota come tecnica del “lavaggio del cervello”.

Appare importante sottolineare come queste posizioni non siano i deliri di un visionario. La stessa NATO ha al suo interno una sezione denominata: Nato Psychological Operations Working Group, che lavora da anni alla codifica delle tecniche di manipolazione del pensiero a discapito dell’inconsapevole massa. Carotenuto analizza nel dettaglio i tre protagonisti di quella che è una vera e propria guerra: la propaganda, le operazioni psicologiche e il personale di rinforzo.

La propaganda, attraverso mezzi scritti o parlati, è una forma di persuasione organizzata e si serve di sei blocchi: un messaggio credibile e universalmente riconosciuto, una serie di stereotipi brillanti, delle testimonianze, il linguaggio, l’insinuazione e la ripetizione.

Le operazioni psicologiche, facendo leva su bisogni primari o secondari (conquista, potere, prestigio), sfruttano mancanze, insicurezze e paure per giungere al risultato. La psy-op dapprima crea un bisogno, per un certo periodo ne impedisce la soddisfazione ed infine offre la soluzione. Una delle migliori alleate delle psy-op è la cosiddetta false-flag, il falso incidente, il casus belli.

Vi è infine il personale di rinforzo che coadiuva i promotori della guerra psicologica, svolgendo il proprio ruolo destabilizzatore da una posizione di potere.

Analizzando gli avvenimenti dell’ultimo anno e mezzo, appare inquietante notare come ogni evento sia tristemente circostanziabile a queste categorie e possa essere ascritto alla tipica guerra psicologica.

Il primo aspetto della propaganda, ovvero il messaggio credibile è facilmente individuabile. Per tutta la primavera del 2020 il mantra ripetuto quotidianamente da giornali e televisioni ha fatto credere ai cittadini di trovarsi in presenza di un virus altamente mortale e quanto fosse imprescindibile per la salute stare in casa. Ecco quindi che il diligente “stay at home” diviene il solo modo per salvarsi la vita. Da questo principio cardine sono poi nate le varie guerre ai runner, ai padroni di cani, a chi andava troppo spesso a fare la spesa, a chi si permetteva di uscire all’aria aperta.

Il secondo messaggio credibile, ripetuto ossessivamente da mattina a sera, ogni giorno per mesi e mesi, è stato che solo il vaccino avrebbe risolto il problema. Se ne iniziò a parlare da subito sui giornali, nelle televisioni e nelle radio, silenziando chi esprimeva perplessità circa la possibile immunizzazione per suo tramite da un virus a RNA.

Il secondo aspetto della propaganda, ovvero gli stereotipi brillanti, sono di altrettanto facile individuazione.

I media infatti hanno fin da subito instillato nella popolazione il concetto di guerra.

La guerra contro il virus, la battaglia che si stava conducendo negli ospedali, la lotta per non affollare le terapie intensive. Seguita poi dalla logica militare con la quale si sta gestendo la campagna vaccinale. È bene ricordare che è un generale a ricoprire il ruolo di Commissario Straordinario per l’Emergenza e questa scelta non può certo essere casuale.

Carotenuto ricorda che gli stereotipi brillanti forniscono risposte semplici a problemi complessi e le parole utilizzate vengono accettate dalla popolazione senza essere sottoposte a qualsivoglia ragionamento.

Il terzo aspetto è la testimonianza. Durante la prima ondata il refrain ripetuto dai testimonial era, ovviamente: «state a casa». Attori, influencer, conduttori televisivi hanno ripetuto questa frase ossessivamente. Nei più coloriti modi. Ad esempio, venti famosi artisti lirici (uno per ogni regione italiana) ebbero la geniale pensata di produrre un video in cui invitavano a rimanere a casa… ciascuno nel proprio dialetto. Ci furono i meme su facebook, le cornici alla propria immagine del profilo con le frasi: «stai a casa», «metti il virus alla porta», «salva la tua vita e quella degli altri». Ci furono i canti dalle finestre, dai balconi. Sdoganati, ovviamente, dai sapienti influencer, che hanno encomiabilmente svolto il proprio compito.

Quando infine è iniziata la “campagna vaccinale”, hanno iniziato a sponsorizzare l’iniezione salvifica con foto durante il momento mistico della puntura. Indirizzandosi alle varie fasce d’età in modo differente. Con gli anziani, fascia a rischio, è stato semplice. Con i più giovani hanno affinato la tecnica. I giovani devono essere convinti non in maniera scientifica, ma emozionale. Quindi: «Vaccinarsi è figo e di tendenza». E questo è un esempio calzante di propaganda, con l’aggravante di essere antiscientifica.

Il quarto aspetto della propaganda è il linguaggio. Carotenuto ricorda alcuni esempi tipici di linguaggio propagandistico: “guerra di liberazione” o “esportazione di democrazia”, che vanno a sostituire il solo termine corretto: invasione. Si cambia volutamente l’idioma, se ne sovverte l’uso per piegarlo ai fini prestabiliti.

Durante la pandemia, i “padroni del discorso” hanno deliberato che per determinate categorie di persone si dovesse sdoganare e riportare in auge l’orrendo termine “negazionista”, con la voluta associazione ai vari Dave Irving che, nel ventesimo secolo, negarono l’olocausto. Il negazionista viene messo alla berlina ed esposto al pubblico biasimo e trattato al pari di un appestato. Poco importa che nella categoria siano entrate tutte le persone che più che dubitare dell’esistenza del virus, dubitavano e dubitano della narrazione attorno alla malattia, della buona fede della classe politica, del CTS, dei giornalisti e dei commentatori riguardo alla pandemia.

Come se non bastasse, i padroni del discorso hanno introdotto termini “negativi” come “no-mask” e “no-vax”. In funzione antitetica rispetto al prefisso ‘pro’, quest’ultima categoria, criminalizzata al di sopra di ogni altra, raggrupperebbe i nemici della scienza, gli ignoranti per definizione, coloro che si lasciano abbagliare da finte sirene.

Il quinto aspetto della propaganda è l’insinuazione. L’enciclopedia Treccani così ne dà definizione:

«Accusa maligna o calunniosa mossa indirettamente; parole subdole e apparentemente prive di malanimo, con cui si cerca di insinuare in qualcuno un sospetto».

L’aspetto più terribile di questo sciagurato anno e mezzo è stato che abbiano instillato nella società il dubbio, il sospetto e la paura. Prima della pandemia non avremmo mai potuto immaginare di temere gli altri, di scorgere in essi un pericolo, una possibile fonte di contagio. Mai ci saremmo immaginati di dover fuggire qualsivoglia contatto umano in nome della salvaguardia della salute.

Eppure l’insinuazione che giornalmente viene propagandata è la necessità di mantenere il “distanziamento sociale” e sicuramente la scelta di questa terminologia ha influito negativamente sulla percezione inconscia dei cittadini.

Forse sarebbe stato meglio parlare fin dagli albori di “temporaneo distanziamento fisico”, altrettanto inquietante, ma almeno più sensato dal punto di vista logico. Il distanziamento sociale allude in modo sibillino alla socialità, ai rapporti con gli altri, alla vita dello Zoon Politikon, di aristotelica memoria. Il distanziamento fisico, quantunque inattuabile, avrebbe attinto alla sfera della mera fisicità. I due concetti, chiaramente contestabili e verosimilmente inattuabili, hanno valenze intrinseche profondamente diverse ed appare sensato domandarsi come mai, fin dallo scoppio della pandemia, ci si è avvalsi del concetto di distanziamento sociale. Forse per instillare nella popolazione il messaggio subliminale (il sub limen di cui dà cristallina contezza Federico Povoleri) che «non torneremo alla normalità perché quella era il problema» anche per quanto attinge alla sfera sociale delle persone? Durante la primavera del 2020 fu una delle asserzioni più utilizzate e più rilanciate sui social. Depauperando il concetto della propria complessità intrinseca, la ‘normalità’, intesa quale «abitudine, consuetudine, norma, prassi, quotidianità, regolarità», secondo la definizione dell’enciclopedia Treccani diventa vittima sacrificale della propaganda. Ed ecco quindi legittimarsi tutta un’ampia serie di comportamenti che generano «anormalità, eccezionalità, straordinarietà». Insomma: lo stato di emergenza.

L’ultima caratteristica della propaganda è, ovviamente, la ripetizione.

Appare inutile sottolineare quanto tutti gli aspetti sopra analizzati siano stati ripetuti continuamente nel corso del 2020 e del 2021.

Vi è però l’ultimo punto, forse il più importante che ancora non è stato analizzato, ovvero quello dell’origine del virus. Lo scoppio della pandemia portò con sé le prime analisi di ricercatori che parlarono di bio-ingegnerizzazione e di virus creato in laboratorio. Parecchi giornalisti indipendenti puntarono l’attenzione su questi lavori e i primi dubbi cominciarono a sgombrare il campo alla reale possibilità che il virus potesse essere stato creato e poi fosse sfuggito, volontariamente o meno. Successivamente, con la riproposizione su larga scala del video del TG3 Leonardo del 2015 sui pericolosissimi esperimenti del laboratorio di Wuhan e con le parole del Premio Nobel Luc Montaigner circa l’origine artificiale del virus, i dubbi riaffiorano prepotentemente e in percentuali tali da non poter più essere ignorate dai grandi media. Ed ecco che la ripetizione entra in gioco. Stormi di virologi, sciami di ricercatori e torme di sedicenti esperti si ritrovarono sulle televisioni nazionali da mattina a sera a ripetere che il virus è assolutamente, insindacabilmente e definitivamente di origine naturale.

All’occhio attento di chi conosce i meccanismi del “lavaggio del cervello” è apparso chiaro fin da subito che questi spasmodici e scomposti chiarimenti, espressi all’unanimità e senza ombra alcuna di dubbio fossero la schizofrenica risposta del sistema che si sente con le spalle al muro. Ai meno attenti, queste spiegazioni servirono da tranquillante perché sarebbe stato terribile pensare di essere blindati in casa, spesso senza poter lavorare e (forse) in pericolo di vita, solo perché qualche scienziato pazzoide si divertiva a giocare al “Piccolo Chimico”.

Camilla Antonini

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