di Giulia Bertotto.

 

Riccardo Cacchione

Oggi Visione Tv ha intervistato Riccardo Cacchione, tassista romano e coordinatore USB del settore Taxi. Anche in questo settore del trasporto pubblico i lavoratori denunciano la stessa storia: grandi poteri contro tanti lavoratori che agiscono perfino sui governi mettendo in atto rapporti di forza sleali.

Signor Cacchione, siamo alla vigilia del Giubileo 2025, Roma si prepara a un grande evento mondiale, accoglieremo migliaia di persone da tutti i continenti. In questo scenario, italiano e soprattutto romano, qual è la condizione della categoria dei tassisti?

La questione che affrontiamo parte da una legge del 2019 che ha la necessità di applicarsi con tre decreti attuativi: si tratta quindi di una legge pubblicata in Gazzetta Ufficiale che oggi a 5 anni scaduti non ha ancora i decreti attuativi che servono a completarla. La legge consisteva in una riforma del settore taxi che andava anche a incidere su dei guasti che lo inficiano, come l’abusivismo. Partiamo da un fatto scandaloso: i Ministero dei Trasporti non ha il numero complessivo di NCC e Taxi complessivi. Non le sembra una cosa assurda? Tra i tre decreti ve ne è infatti uno che dovrebbe tracciare il REN, ossia Registro Elettronico Nazionale dove dovrebbero registrarsi tutte le aziende e società che fanno trasporto persone aggregato o individuale. Dal 2019 ancora non si è riusciti ad avere questo registro. Non c’è quindi una banca dati e dobbiamo ancora affidarci a dei volatili fogli cartacei facilmente falsificabili e non ordinati cronologicamente.

C’è una contraddizione grandissima. I proclami del governo e dell’Ue celebrano la modernità, il mezzo virtuale, l’intelligenza artificiale, ma questi strumenti non vengono quasi mai utilizzati a vantaggio dei lavoratori.

Sì, è così. Noi come sindacato dobbiamo difendere i lavoratori da un uso improprio o a senso unico della tecnologia.

Lo stato del tassista è una figura particolare, ibrida di privato e pubblico. Raccontiamola in sintesi.

La figura del tassista è una vera eccezione: siamo un servizio pubblico svolto da soggetti privati; gli enti locali (Comuni) decidono le nostre tariffe e i nostri turni. A Roma ad esempio lo “scatto iniziale” non viene aggiornato dal 2013. Se mi mettessi fuori da un supermercato a vendere olio di oliva ai prezzi del 2013 avrei una fila lunga quanto il GRA! Non possiamo lavorare in una condizione antieconomica, perché questo tra l’altro distorce la domanda. Tutti i costi, come il carburante, l’assicurazione, la contribuzione, il logoramento del mezzo addirittura il bollo, sono a carico del lavoratore eppure svolgiamo un SERVIZO PUBBLICO.

La stessa Legge 146 del 1990 che regolamenta lo sciopero nei servizi essenziali, comprime le nostre libertà proprio in quanto servizio pubblico essenziale.

Noi tassisti, come le ambulanze al comma 21 siamo esclusi dalla Bolkestein, cioè dalla direttiva europea per la concorrenza, in quanto servizio essenziale. Anche per questi motivi i taxi non possono essere inseriti in dinamiche di concorrenza, oltre al vincolo di una tariffa “non liberamente” decisa dal lavoratore, ma stabilita dal Comune. Non abbiamo agibilità commerciale essendo rivolti all’utenza indifferenziata a differenza di Uber che già solo con l’uso di un applicativo di quel tipo seleziona l’utenza.

Eppure dovremmo subire silenziosamente la concorrenza sleale di Uber?

Veniamo alle piattaforme. Spesso sembra che la categoria dei tassisti sia contraria a ogni forma di sviluppo tecnologico dei servizi di trasporto.

Non siamo certo cavernicoli, che vogliano far chiamare il taxi con il tamburo, ad esempio a Roma c’è un’applicazione comunale – CHIAMATAXI 060609 della quale nessuno parla, neppure il Comune che l’ha allestita, per questo diciamo regole chiare e nessun “favoritismo”. Una cooperativa radiotaxi composta da soci, che hanno costruito con il loro lavoro quella struttura, non può esser paragonata ad una società con sede in paradisi fiscali, senza neppure rischio d’impresa. In Italia, per esercitare i servizi di trasporto persone occorre essere titolare di autorizzazione di Noleggio con Conducente o di licenza Taxi, oppure soggetto aggregato a cooperative o consorzi. Tali piattaforme non sono né l’una né l’altra.

E il ministro non interviene?

Anche il Ministro Urso fa un po’ di confusione in tal senso; ha affermato che gli investitori stranieri sono tutti i benvenuti nel nostro paese. Potremmo essere d’accordo sul concetto, purché rispettino delle regole. Viceversa secondo i dati di bilancio pubblicati dalle Camere di Commercio che riguardano «Uber Italy srl» per il 2022 (e dunque non secondo mie interpretazioni) si registrava un fatturato di oltre 5 milioni di euro con un utile aziendale NEGATIVO di 15mila euro. 20 dipendenti e un capitale sociale come Srl di 10mila euro. Stessa dinamica per «UBER EATS» “solo” con importi ancora più elevati (145 milioni) e un utile negativo di 105mila euro. Quindi vediamo che neppure d’investimenti si può parlare, non affrontano alcun rischio di impresa, quindi non si spiega perché dovrebbero godere di tutti questi vantaggi. Uber non porta investimenti, fa intermediazione in un servizio pubblico mettendo a rischio il suo svolgimento. Concorrenza sleale a danno dei lavoratori del settore e della cittadinanza.

Nel 2022 ci sono state delle inchieste internazionali come Uber files [1] che hanno fatto emergere fatti sconcertanti; il coinvolgimento di personaggi politici di altissimo calibro, ad esempio il presidente Macron. “Uber avrebbe portato avanti per anni una gigantesca campagna di lobbying, facendo pressioni anche su leader politici per diventare un’azienda leader del settore di trasporti, sconvolgendo il settore dei taxi” scrive Il Sole 24 ore [2].

Da quell’inchiesta emerge che perfino questi capi di stato avrebbero ricevuto sollecitazioni da parte di società come Uber. Tony West, Vicepresidente senior e responsabile legale di Uber, che ha incontrato Urso e il presidente della regione Calabria, era nel cerchio magico di Obama, un personaggio che rivestiva compiti di primissimo piano in campo politico.

Noi abbiamo un governo che ha trasformato il nome di un Ministero aggiungendo la formula “Made in Italy”, come il Ministero dell’agricoltura che ha aggiunto la definizione di “sovranità alimentare”.  Ma dov’è questa sovranità? Io sono un cittadino italiano che paga le tasse come stabilito costituzionalmente e devo giustamente rendere conto del mio guadagno, ma a questi colossi incontrollabili chi chiede il conto? Può sembrare populismo, invece sono le basi di un contesto trasparente.

Noi tassisti, inoltre, non possiamo scegliere la corsa più remunerativa, trasportiamo ogni cittadino senza la discrezionalità di decidere se ci conviene portarlo, rivolgendoci all’utenza indifferenziata. Come liberi professionisti il nostro guadagno non è vincolato ad uno stipendio ma da fattori sociali, climatici, periodici, ci sono giorni buoni e giorni cattivi, il rischio del nostro servizio ricade tutto su di noi.

Come funziona, concretamente?

Per capire il nostro modello di servizio, vediamo ad esempio Roma: i taxi hanno l’obbligo di fare uno sconto del 10% sull’importo della corsa per le donne sole dopo le ore 22:00 o se accompagniamo un cittadino al Pronto Soccorso di un ospedale pubblico. Date anche queste funzioni sociali non possono metterci in competizione con qualcuno che usa un algoritmo per far salire il prezzo in funzione del bisogno ragionando solo tra domanda e offerta. Lo dimostrano gli incrementi delle tariffe di Uber in occasioni di eventi, sia naturali come nevicate, sia drammatici come attentati. L’intero sistema di trasporto va rivisto e non aumentando il numero di taxi, o stravolgendone la funzione, quanto integrando servizio pubblico di linea e taxi per un servizio coerente, favorendo sinergie e investimenti nel trasporto pubblico comunale ad esempio.

Le istituzioni vi rispondono che Uber sopperisce la mancanza di taxi. Voi sostenete che a mancare non sono i taxi ma un servizio di linea efficiente. Questa strutturale carenza del trasporto di linea adatto ad una capitale europea e dei suoi flussi turistici diventa un pretesto per l’intromissione di piattaforme come Uber.

Pensiamo chi lavorando in centro e non trova un autobus o una metropolitana per tornare la notte a casa, in periferia. La raggiungibilità di una destinazione deve essere garantita a tutti senza svalutare il lavoro di nessuno. Non è solo una battaglia di categoria (per quanto legittima), ma una battaglia di civiltà. Si cerca di introdurre un modello di trasporto che è un mercato e non un servizio. Se il servizio si trasforma in mercato, le conseguenze peggiori sopraggiungeranno per l’utenza.

Cosa chiedete quindi al Governo?

Chiediamo il completamento della Legge che garantisca lavoratori e utenza, arginando lo strapotere delle multinazionali, sulla base della Legge del 2019 di cui sopra. Si deve impedire che qualcuno intraprenda processi di speculazione finanziaria all’interno di un servizio pubblico. L’incontro dell’8 maggio con l’onorevole Adolfo Urso ci ha lasciati insoddisfatti, così come altre affermazioni della maggioranza di Governo, perciò abbiamo indetto uno sciopero nazionale per la data del 21 maggio. Non molleremo.

 

NOTE:

[1] https://www.ilpost.it/2022/07/11/uber-files/ e dal sito del Parlamento Europeo: https://www.europarl.europa.eu/news/it/agenda/briefing/2023-01-16/7/uber-files-i-deputati-interrogano-consiglio-e-commissione

[2]  https://www.ilsole24ore.com/art/uber-guardian-uber-files-rivelano-lobby-governi-AEFWuUlB

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