La lingua cambia. Chiunque abbia qualche conoscenza di linguistica o glottologia è consapevole del fatto che la lingua è un fenomeno umano, non monolitico, non cristallizzato, che muta, oltre che nello spazio, anche nel tempo.

Non solo agli anglicismi di moda nelle riviste e nei blog, non solo ai prestiti linguistici – quanti di noi, trent’anni fa, conoscevano le parole kebab o felafel? – ma assistiamo, come è perfettamente naturale che sia, al cambiamento di senso di parole già usate e già note.

Chiedendo ai propri nonni a cosa pensano se si dice loro “navigare” o “rete”, con tutta probabilità ci si sentirà rispondere che pensano al mare, a una barca o a una nave, e a una rete da pesca o di sicurezza. Fare la stessa domanda ai propri figli probabilmente non sarà necessario, poiché gli utenti digitali, nativi o no, avranno già pensato tutti alla stessa cosa: internet.

Già, perché la lingua cambia. Arrivano nuove parole, altre parole cambiano, a volte resta il vestito (la parola in sé) e cambia il corpo che lo indossa (il suo significato, il suo senso intrinseco).

Si tratta di un fenomeno assolutamente naturale, e da glottodidatta ne sono perfettamente consapevole, tanto da non avere nemmeno in antipatia – in gran parte, ma non del tutto – gli anglicismi che molti puristi mal sopportano.

Ci caschiamo tutti. Ed è normale, poiché la lingua è un fenomeno umano dinamico. mutevole, muta perché cambiamo noi, come individui, come società.

Se quindi non fanno così orrore – o fanno solo moderatamente orrore – il fashion e il trendy, il follower e il direct, l’all you can eat e il light, dov’è il problema?

Il problema vero, e questo è bene che tutti lo tengano a mente, è quando la lingua non cambia dal basso, ma quando viene cambiata dall’alto.

Quando la comunicazione di massa punta così tanto sull’utilizzo di certi termini e certe prassi che l’immaginario di chi fruisce quella comunicazione, col tempo, inevitabilmente, si trasforma. Lo scrisse Orwell e lo sanno bene i linguisti: via la parola, via l’idea. Perciò, se cambia la parola, cambia l’idea.

Non voglio qui soffermarmi sull’uso smodato e mistificante, da parte della stampa, delle parole negazionista, complottista, immunizzato, e così via. Non ora.

Quello che mi preme è fare luce su un aspetto più nascosto e subdolo di cui forse siamo meno consapevoli: il cambiamento della parola “comunità“, una parola bellissima, che racchiude in sé il concetto di condivisione, di obbligo ma anche di dono reciproco (dal latino munus con prefisso cum-). “La relazione comunitaria, dunque – recita la Treccani – è un ‘dare-darsi’.”

Al netto dell’etimologia del termine, se si provasse a fare lo stesso giochino fatto per le parole “navigare” o “rete” e si pensasse a cosa si intendeva per comunità non più di vent’anni fa, ci renderemmo conto di quanto, proprio con la rete, l’accezione del termine sia cambiata.

Per comunità si intendeva un gruppo di persone, anche eterogeneo, che viveva in uno stesso spazio geografico. Piaccia o no, la comunità è il proprio condominio, il proprio quartiere, il proprio comune. Comunità era il vivere insieme, era comunità il gruppo di persone che si incontravano, incrociavano, riconoscevano.

Oggi, sempre più, si parla di “comunità nera”, “comunità gay” o “comunità LGBTQ+” e via dicendo. Una comunità estesa che abbatte i confini geografici.

Riflettere sul mutare di questo concetto significa riflettere su come la comunità, com’era intesa una volta, fosse inclusiva, mentre così come intesa oggi è – paradossalmente poiché chiede inclusione – esclusiva.

Mentre della comunità si era parte in quanto presente fisicamente in un dato spazio, in un dato gruppo, in quanto partecipe della vita comunitaria appunto, a prescindere dalle caratteristiche e dalle preferenze personali, della community si è membri se si possiede un determinato tratto che si vuole e si pretende – giustamente – che la società non discrimini.

E qui siamo dunque di fronte a un paradosso, se non addirittura a un cortocircuito della coscienza.

Non che queste caratteristiche o preferenze debbano essere nascoste, no, assolutamente. Ma bisogna considerare che sentirsi parte di un gruppo semplicemente in virtù della condivisione di un tratto che non dovrebbe costituire alcun problema né pregiudica la propria partecipazione alla comunità – quella vera – sia fuorviante. Come fuorviante è chiedere inclusione escludendo ed escludendosi.

Supportati dalla rete, possiamo illusoriamente sentirci parte di comunità vastissime, da un continente all’altro. Condividendo, di fatto, ben poco.

Cosa condividono una persona di colore negli Stati Uniti e una persona di colore in Italia? Cosa un gay in Grecia e uno in Canada? Cosa una donna in Arabia Saudita e una in America Latina?

Probabilmente nulla – nemmeno la lingua madre, il giorno e la notte, nemmeno il tipo di colazione – eccetto quel tratto che le accomuna e per cui non vogliono e non devono essere etichettati.

La comunità, più piccola e limitata ma inclusiva, plurale, eterogenea, di cui si fa parte nella misura in cui si presta il proprio contributo in base alle proprie capacità e possibilità, si confronta con la comunità  potenzialmente enorme – ma esclusiva – e quindi necessariamente dispersiva.

Se lo scopo sono l’inclusione e il riconoscimento, non stiamo forse andando nella direzione sbagliata?

Ai bambini, invece che offrire la scelta se essere maschietti o femminucce e i bagni unisex a scuola (scuola a cui i lavoratori, come anche gli studenti universitari, potranno accedere solo tramite lasciapassare, pena una discriminazione reale e istituzionalizzata) non sarebbe opportuno insegnare solo il rispetto degli altri, affinché non discriminino nessuno, e la certezza dell’amore della famiglia, in caso siano loro a non corrispondere a certi “standard”? Non risolveremmo tutte le questioni e le divisioni nel giro di una generazione, una sola? Senza imporre dall’alto assurdità come asterischi, schwa, genuflessioni?

Il problema è questo: che siamo sempre più community e sempre meno comunità. Se solo non ci si facesse buttare fumo negli occhi da una propaganda e da false battaglie a cui, evidentemente, queste divisioni in squadre avversarie giovano non poco, ci si libererebbe di questa frammentazione. Con tutta probabilità non si discuterebbe di asterischi, di schwa, di genuflessioni. E con tutta probabilità non ci sarebbero fazioni così evidenti, come invece è chiara in modo ancor più cristallino, con la recente adozione del lasciapassare, l’ultima divisione in due grandi schieramenti, “liberi pensatori” e “liberi consumatori”, decisa e imposta dall’alto, dall’occhio del Big Brother, a spaccare la comunità con un’ulteriore faglia e i terremoti che ne conseguono.

Questa serie di spaccature create dai media, alimentate dai social e promosse dal volto falsamente progressista degli influencer che fanno politica e tendenza a suon di spot governativi… Cui prodest?

Non a un popolo sempre più diviso, è evidente.

MARIANGELA MICELI

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