Forse, dopo lo Sri Lanka, sta emergendo un altro canarino nella miniera del mondo. Lo sciopero delle raffinerie in Francia è arrivato ormai al braccio di ferro con il governo, che lo ha iniziato cercando di infilarsi contemporaneamente i guanti di velluto: ma non è detto che continui così.

Da due settimane i dipendenti delle raffinerie Exxon e Total incrociano le braccia per adeguare i salari all’inflazione e al rincaro dell’energia: un problema che, in Europa, certo non riguarda solo loro. Chiedono che la paga aumenti del 10%.

Il blocco di cinque delle sette raffinerie francesi sta paralizzando il Paese: il carburante è introvabile da giorni. Bisogna aspettare ore ed ore in coda prima di riuscire a riempire il serbatoio dell’auto in uno dei pochi distributori che hanno ricevuto rifornimenti di gasolio o di benzina. In alcuni dipartimenti, il carburante – sempre che si riesca a trovarlo – è razionato. Solo 30 litri per ogni automobile, solo 120 litri per ogni autocarro.

Così fra ieri ed oggi, giovedì 13 ottobre 2022, il governo ha deciso di precettare alcuni dipendenti delle raffinerie. Al momento, hanno ricevuto l’ordine di tornare al lavoro appena sette persone. Il loro compito è far sì che il carburante già raffinato e depositato nei magazzini sia reso disponibile al servizi essenziali.

Una precettazione così ridotta costituisce il guanto di velluto. Evidentemente il governo è ben consapevole che i problemi dei dipendenti delle raffinerie sono i problemi della Francia intera e anzi – si può aggiungere – sono i problemi dell’intera Europa. Dunque non cerca lo scontro e non vuole arrivarci: ma il braccio di ferro sembra cominciato.

Infatti la CGT, il maggior sindacato francese, in risposta alle precettazioni minaccia di estendere lo sciopero a tutti i settori legati all’energia. Il fermento però è diffuso ben al di là di essi. Potrebbe sfociare nello sciopero generale.

Sono già in corso in Francia numerose agitazioni per ottenere aumenti di stipendio. Riguardano ad esempio lo stabilimento Stellantis di Rennes; il subappaltatore di Airbus, Daher, a Tolosa; la Volvo-Renault Trucks a Limoge; il Crédit Mutuel Arke; i magazzini Carrefour. Tengono le braccia incrociate da dieci giorni anche i dipendenti del teatro Odeon di Parigi. Sembra possibile, e perfino verosimile, che tutte queste rivendicazioni giungano a saldarsi fra loro.

Però in Francia l’inflazione, cioè l’aumento dei prezzi che innesca le rivendicazioni salariali, è la più bassa nell’intera eurozona. Secondo i dati diffusi in settembre dalla Commissione europea, si ferma ad appena il 6,2% annuo. Sembra un’enormità (ed in effetti lo è) soltanto se non si confronta la cifra francese con il 24% dell’Estonia, il 22,5% della Lituania eccetera. Fra gli altri, Italia 9,5%; Germania 10,9%; Olanda 17%.

Proprio in questo senso la Francia e i dipendenti delle sue raffinerie sono il canarino nella miniera. Sono il segnale del modo in cui può evolversi un problema grave che riguarda il continente intero.

GIULIA BURGAZZI

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A questo link l’analisi di Guido Salerno Aletta

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