Il romanziere e poeta Rudyard Kipling nacque nel 1865 a Bombay, nell’India Britannica, da due artisti inglesi. Gli inservienti locali della famiglia se ne presero cura e lo crebbero amorevolmente.

Fin da piccolo egli ebbe quindi modo di conoscere l’ambiente coloniale dall’interno e toccare con mano le condizioni di vita dei locali interamente sotto il controllo britannico.

Ai più di Kipling sono sicuramente noti i romanzi, come Il libro della giungla, soprattutto nella sua versione di animazione a firma Disney, ma pochi ricordano le sue poesie.

Tuttavia non è per Mowgli e le sue avventure che oggi vogliamo ricordare Kipling.

Nel febbraio del 1899, il poeta scrisse una poesia dal titolo Il fardello dell’uomo bianco: gli Stati Uniti e le Isole Filippine.

In questo componimento Kipling invitava gli Stati Uniti a farsi carico del fardello di “impero”, proprio come avevano fatto in precedenza la Gran Bretagna e le altre nazioni europee, proprio all’indomani della guerra con le Filippine.

Ma cosa intendeva Kipling con “fardello dell’uomo bianco”? Cosa avrebbero dovuto fare gli Stati Uniti secondo il poeta?

Erano i tempi del darwinismo sociale, di una visione assolutamente positivistica del mondo, della scienza e dell’uomo.

L’evoluzione sociale fagocitava i più deboli, i sottomessi. La scienza distruggeva il trascendente, con la complicità di politica e pensatori compiacenti.

C’era chi, a loro dire, si era evoluto maggiormente e poteva agevolmente scalzare il disagiato. Chi invece era rimasto indietro soccombeva. Accadeva, era normale. Così andava la vita.

L’uomo bianco, europeo, evoluto, doveva necessariamente sacrificare la propria vita per civilizzare il mondo barbaro.

Per Kipling questo si chiamava appunto fardello, perché a suo dire non era affatto un privilegio ma una grande fatica, una enorme responsabilità.

Nel suo componimento, infatti, si legge che l’europeo avrebbe dovuto persino procreare per poi lasciare la progenie nei Paesi arretrati, affinché li tenesse a bada.

Infatti quei Paesi erano difficili da governare.

Erano luoghi dal suo punto di vista abitati da gente inquieta, selvaggia, riottosa, metà demoni, metà bambini: si doveva procedere con intelligenza ma anche con estrema fermezza.

Pena ritrovarsi in posti ostili e ingovernabili, ed in ultima analisi farsi sopraffare.

Tuttavia questa concezione di Kipling, che poi direttamente o indirettamente ha descritto così bene il colonialismo occidentale, non nasce con lui.

Se si pensa a Robinson Crusoe e al suo autore, Daniel Defoe, questa è ad esempio già l’apologia dell’uomo bianco che, comunque stiano le cose, riesce a rifarsi una vita.

Non importa quanto la vita si metta male, l’uomo occidentale piega a suo servizio l’ambiente circostante e gli individui: si ricordi Venerdì, lo schiavo di Robinson.

Ed è proprio da Crusoe che si sarebbero potuti originare due diversi filoni di pensiero.

Quello di coloro che amano e riconoscono la capacità di non arrendersi e di reinventarsi. Ancora oggi ammirato e ammirevole.

E poi quello di coloro che vedevano nella supremazia su territorio e gente l’unico modo di sopravvivere e sentirsi vivi.

Il secondo ha prevalso e ha dettato legge finora, benché ufficialmente il colonialismo sia considerato ormai un fenomeno storico terminato.

Gli indiani di oggi sono né più né meno coloro che non sottostanno al diktat atlantista ed europeista.

Questi sono considerati meno evoluti e fanno parte della giungla, una giungla da radere al suolo e da rendere meno barbara.

Si sa, nella giungla vigono altre regole, ma ai loro occhi regole sbagliate, da cambiare.

Sebbene Kipling parli di razzismo filantropico – orientato a soli fini educativi, e non a fomentare il conflitto etnico, una sorta di razzismo benevolo -, questo non fa della sua teoria qualcosa di migliore di ciò che è stata in realtà.

Infatti, il fatto che i popoli non gradissero le ingerenze non era un semplice effetto collaterale di un farmaco da prendere a tutti i costi.

Era piuttosto il segnale che la lotta alle identità e alle sovranità nazionali conosce al suo stadio embrionale una storia lunghissima.

Le radici che ci portano ad essere chi siamo, dove siamo e come siamo vanno ben al di là di qualsiasi fardello.

Così era ieri. Così è oggi.

Proprio la figura di Kipling è stata citata durante Il Punto del 27 ottobre 2022 in relazione al contemporaneo razzismo di una parte del mondo occidentale. 

Nel video allegato a questo articolo, uno spezzone dell’intervento del giornalista Fulvio Grimaldi.

MARTINA GIUNTOLI

 

 

 

 

 

 

 

 

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