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Notizie7 Settembre 2021

Roberto Benigni e il Potere: una lunga storia d’amore

Visione TVDi Visione TV·8822 contenuti pubblicati
Antonello Cresti analizza la figura di Roberto Benigni, evidenziando la sua evoluzione da comico a intellettuale di regime. Si discute anche del legame tra arte e politica, sottolineando come la comicità di Benigni abbia perso incisività nel tempo.
Punti chiave
  • Benigni è visto come un ex attore sopravvalutato nel panorama culturale italiano.
  • Il suo elogio a Mattarella al Festival di Venezia suscita polemiche.
  • La comicità di Benigni ha perso forza e originalità nel tempo.
  • Le sue opere recenti hanno ricevuto critiche unanimi e negative.
  • Cresti sottolinea il legame tra arte e legittimazione politica nel suo lavoro.
L'articolo

Il peana innalzato al Presidente Mattarella dal red carpet del Festival del Cinema di Venezia è l’ultimo passo della triste parabola di un guitto di talento che un giorno volle farsi intellettuale di regime.

Sono molti gli osservatori che segnalano che, mentre altre forme creative possiedono molto spesso dei picchi in età senile, la comicità, con l’avanzare della età, scivola inesorabilmente verso una dimensione di retorica e patetismo. Le eccezioni in effetti sono pochissime in questo senso, e persino un grande come Charlie Chaplin dimostrò nella fase finale della sua carriera questo assunto.

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Roberto Benigni questa china l’ha intrapresa ancora giovane, riteniamo per precisa scelta. Il guitto dai testi comici certo non raffinati, ma dall’innegabile forza propulsiva che animava le Feste dell’Unità di provincia ha deciso d’un tratto di edificare una sua personale filosofia della melassa in cui tutto è gettato in un indistinguibile calderone di buonismo.

Tutto ciò che sta dalla parte giusta ovviamente…

Ecco perché in La Vita è bella il campo di concentramento in cui si svolge la vicenda viene liberato dall’esercito statunitense, alterando la realtà dei fatti storici. Allo stesso modo la Costituzione celebrata come “più bella del Mondo” quando deve essere usata come grimaldello antiberlusconiano, diviene obsoleta e inutile quando c’è da sostenere Renzi e il suo referendum o quando c’è da sostenere la emergenza pandemica infinita. Dante, poi, forse il primo “intellettuale scorretto” della nostra storia letteraria, diviene una sorta di apologeta della moralina borghese.

Il costo di queste ed altre operazioni di regime è stato il totale abbandono di ogni forma di comicità. Rinnegando anche se stesso (si pensi a certi eccessi rabelaisiani di “Berlinguer ti voglio bene”, ad esempio…).

Parliamoci chiaramente: Benigni è un ex attore, i cui film più recenti hanno alzato critiche unanimi. Ma questo all’interno del carrozzone della legittimazione politica non sembra importare: il Leone d’Oro alla carriera è solo l’ultimo passo di una industria culturale che premia i suoi testimonial non curandosi nemmeno della loro effettiva popolarità.

La sua lode sconfinata a Mattarella fatta in un contesto che si vorrebbe “artistico” sancisce la preponderanza dell’aspetto politico su queste dinamiche. Che senso aveva quella dichiarazione? Non era forse la excusatio non petita per manifestare il perché profondo del premio ricevuto?

Da questo punto di vista Benigni è probabilmente il personaggio più sopravvalutato del nostro Paese.  Un bolso retore che non convince più nessuno, ma che è funzionale alla autorappresentazione del Potere.

ANTONELLO CRESTI

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