Intervista a cura di Giulia Bertotto.

Savino Balzano ha studiato Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Perugia; oggi è sindacalista, si occupa di diritto del lavoro collaborando con diverse riviste. Autore di Contro lo Smart Working (Laterza, 2021) e di “Pretendi il Lavoro! L’alienazione ai tempi degli algoritmi” (GOG, 2019). Il suo ultimo saggio si intitola “Il salario minimo non vi salverà” (Fazi Editore). Qui la sua pagina Telegram: https://t.me/savinobalzano.

Lo abbiamo intervistato perché l’articolo 1 della Costituzione parla chiaro: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Eppure, il lavoro, che è al contempo diritto ad una vita dignitosa, e dovere di contribuire alla crescita materiale e immateriale del paese, è minacciato da molti fattori: finanziari ed economici, politici e culturali. Forse anche dalla Tecnologia. Ma la tecnologia non siamo noi?

L’INTERVISTA A SAVINO BALZANO

Dottor Balzano, la Costituzione si apre con questa frase solenne: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Ma cosa significa concretamente questa affermazione? In che modo la Repubblica Italiana si fonda sul lavoro? In che modo il lavoro è partecipazione democratica?

Voleva dire tante cose. Un modello di politica economica votata alla piena occupazione, mediante politiche espansive e anti regressive, così come previsto dalla Carta all’art. 4, rende il lavoro un diritto di tutti e pertanto, fondando su di esso la Repubblica, si otteneva di fondarla su tutti. Il rapporto tra lavoro e democrazia è poi cementato nell’art. 3 che parla di partecipazione dei lavoratori, la quale può avvenire solo attraverso la rimozione degli ostacoli che la stessa Costituzione individua. Uno di questi è certamente la precarietà professionale: impedisce alle persone di partecipare, esposte come sono alla ritorsione, minando la stessa democrazia repubblicana. Concetti semplici, ma poco chiari a qualche ciarlatano che ancora ciancia di Unione Europea, dimenticando che proprio la nostra adesione al quadro eurounitario ci ha condotto dove siamo.

 

Morti sul lavoro. Nonostante i proclami sulle responsabilità aziendali e politiche si vive il rischio come un flagello inevitabile. I dati Inail registrano 191 vittime solo nei primi tre mesi 2024. Uccide il lavoro e uccide la mancanza di lavoro.

Abbiamo da tempo più di mille morti l’anno sul lavoro. Bisogna poi aggiungere i morti in incidenti domestici (anche quello è lavoro, ovviamente), i 500mila infortuni sul lavoro (molti dei quali invalidanti per il resto della vita), i circa 10mila casi di tumore contratti per esposizione all’attività lavorativa, tutto ciò che non viene registrato e chi più ne ha più ne metta. Una carneficina del genere non la risolvi introducendo nuove norme in materia di salute e sicurezza o promettendo controlli: è il sistema a generarla, inficiando la partecipazione e la pretesa del rispetto delle norme da parte della comunità del lavoro.

 

La domanda è inevitabile. Perché il salario minimo non ci salverà?

Perché è una soluzione “semplice”, sovrastrutturale, che non incide sulle cause strutturali che hanno indotto l’avvizzimento di tutte le retribuzioni italiane, comprese quelle al di sopra della soglia che si intende introdurre. I salari un tempo correvano, anche senza una legge sul salario minimo: servono politiche espansive e abbattimento della precarietà. Chi oggi si batte per il salario minimo, progressisti e riformisti da operetta, spesso sono gli stessi che hanno supportato le misure economiche austere dell’Europa e che hanno introdotto la precarietà più radicale nel Paese.

 

In che modo l’Unione Europea incide o lede sulla sovranità del Lavoro del nostro paese?

Impedendo di fatto lo stato sociale, evidentemente: dal 2011 in poi ha imposto decine e decine di miliardi di tagli alla nostra spesa pubblica, benché il nostro Paese fosse tutt’altro che spendaccione. Ha compiuto una ristrutturazione capitalistica che rende gli Stati utilizzatori di moneta (da creatori quali erano), trasformando il debito pubblico in debito privato e garantendo enormi ricchezze a pochi “eletti”. Una realtà così evidente e palese sfugge ancora a molti: alcuni sono imbecilli totali e scrivono ancora della necessità di avere più Europa; altri sono in malafede.

 

Nei “Manoscritti” del 1861-63, Karl Marx dice che il macchinario è stato inventato contro gli scioperi, per neutralizzare le rivendicazioni per l’aumento del salario. L’automazione è la risposta del datore di lavoro alle pressioni del lavoratore per ottenere maggiori diritti. La tecnologia è quindi un mezzo per disinnescare il conflitto sul lavoro. Le sembra un’interpretazione (ancora) valida?

La tecnologia è di per sé neutra: siamo noi a decidere la direzione verso la quale declinarla. La tecnologia può salvare vite e aiutarci a vivere un’esistenza più confortevole, ma può anche diventare un mezzo attraverso il quale affamare e sfruttare: chi detiene questi mezzi? Chi esercita potere su di essi? Questo è il punto a mio avviso.

 

La sfida del presente è rappresentata dall’erosione dei diritti sul lavoro, quella del futuro -forse neppure così lontano- è quella di conciliare lavoro e Intelligenza Artificiale. Ma questa Intelligenza Artificiale è davvero così intelligente? Come governare il “progresso” inarrestabile?

Lo sviluppo non si può e non si deve arrestare e anche l’intelligenza artificiale non fa eccezione. Ripeto, il punto è sempre lo stesso: chi detiene i mezzi di produzione? Chi esercita il potere su tali strumenti e sugli algoritmi? Lasciamo che a governarli siano i privati? E inoltre quali privati: multinazionali senza scrupoli nel “libero mercato” (libero solo per i forti, evidentemente)?

C’è ancora gente senza cervello che tenta di legittimare le privatizzazioni provando a distinguerle concettualmente dalle liberalizzazioni. Che lo faccia un liberale non ci sorprende: ma a dirlo sono spesso quelli che ritengono di animare il fronte della sinistra. Utili idioti di un sistema allo sfascio.

 

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