Pressioni in corsia per far vaccinare il figlio in attesa di trapianto: la testimonianza di una madre

Quella che segue è la testimonianza di una “madre” il cui nome rimarrà anonimo per poter tutelare la sua privacy.
Abbiamo deciso di pubblicare quanto segue perché indicativo del clima di discriminazione e intimidazione a cui sono sottoposti quei cittadini che, a vario titolo, hanno deciso di non sottoporsi o di non sottoporre i propri figli al siero anti-Covid.
Quello che è accaduto oggi ad una mamma di un ragazzo in attesa di trapianto, di cui non potrò citare il nome per intero, in quanto persona socialmente riconoscibile, è aberrante non soltanto dal punto di vista strettamente professionale medico, ma da un punto di vista anche umano.
Perché sì, un medico dovrebbe ricordare di essere prima di tutto un uomo, inteso come essere umano, prima ancora che un professionista della salute. E soprattutto nell’ambito della relazione medico-paziente, della comunicazione di una diagnosi o dell’invito ad effettuare un trattamento medico, specie quando (ancora) non obbligatorio, dovrebbe utilizzare quell’atteggiamento di accoglienza, chiarificazione, e mediazione super partes tipicamente delle persone che svolgono una attività delicata come quella del medico.
Ma si sa, esistono figli e figliastri, e proprio di figliastri si parla oramai, quando si è dinanzi ad una persona che intende rinunciare al “sacro siero”, avendo fatto una propria valutazione del rapporto rischio-beneficio.
Sara, chiameremo così la donna, ha un figlio da poco maggiorenne affetto da una grave patologia dalla nascita, per questo iscritto ad una “x” lista trapianti di un “x” ospedale italiano. Da qualche settimana Sara si sente proporre la possibilità di vaccinare il proprio figlio (e se stessa, e il padre del ragazzo che, in quanto genitori, lo accompagnano a visita). Le proposte sinora erano rispettose e al diniego dei genitori, i sanitari, anche se un po’ perplessi e non del tutto d’accordo, non hanno insistito.
Fino ad oggi, quando a scomodarsi è stato nientepopodimenoche il medico trapiantologo in persona, che telefonando alla mamma, in tono battagliero ha chiesto conto del motivo per cui il ragazzo risultava “l’unico non vaccinato” dei 400 pazienti da loro seguiti. Alle pacate repliche di Sara sui motivi e le perplessità circa la non sicurezza del siero né come prevenzione autentica del rischio di contagio, né sulla sicurezza in merito agli effetti avversi, il medico si è affrettato a sciorinare tutta la letteratura a favore del “vaccino”; questo senza sapere che Sara ha bazzicato gli ambienti sanitari, è infatti una bioeticista del socio-sanitario, ha lavorato 15 anni come consulente in un ospedale, e riceve regolarmente le pubblicazioni inerenti le casistiche sia dei lati positivi della “cura”, ma anche le criticità e i gravi effetti avversi, financo l’inefficacia del rischio di contagio. E, in aggiunta, ha una parente gravemente lesa dagli effetti avversi della  prima dose di un vaccino, riconosciuta dall’Aifa, che a due mesi dalla inoculazione ancora non si riprende dalle conseguenze neurologiche e sta spendendo soldi propri per venire a capo dei suoi malesseri invalidanti.
Da lì i toni sono cambiati, e il medico ha iniziato ad essere intimidatorio e direttivo, spiegando che in caso di trapianto, l’utilizzo degli immunosoppressori lascerebbero il ragazzo senza difese ed in caso di contagio da Covid sicuramente morirebbe. Cosa che ovviamente Sara ha già considerato, pur chiedendosi come mai anziché fare questa telefonata per una “corsa al vaccino”, non se ne sia mai fatta una per valutare in che stato è il ragazzo a livello di anticorpi naturali. Verosimilmente, nei precedenti lockdown e nelle frequentazioni scolastiche in presenza il ragazzo ha fatto vita normale, prendendo anche il mezzo pubblico per attraversare la città e raggiungere la scuola, e non gli è  mai successo nulla.
I ragionamenti con cui Sara cercava di arrivare ad una quadra interiore, per meglio interiorizzare il rapporto rischio-beneficio e anche mettendo in dubbio le sue sicurezze, hanno innervosito il medico, il quale ha iniziato a dire frasi come “quindi lei si prende la responsabilità di far morire suo figlio per non aver fatto il vaccino?”. E peggio ancora: “In America vige la legge per cui se una persona rifiuta il vaccino, automaticamente viene cacciato fuori dalle liste di attesa per il trapianto. In Italia purtroppo non ancora, se no, glielo dico chiaramente, avrei già buttato fuori suo figlio”.
Sara ha fatto presente i diritti costituzionali, e il medico ha ribadito che non gli interessava la questione giuridica perché lui non è avvocato. Ha salutato la donna con asprezza chiudendo la chiamata.
E proprio ad un avvocato si è rivolta Sara, il quale le ha spiegato con chiarezza che ci sono tutti i termini per valutare se questa velata minaccia possa diventare realtà, nel qual caso si procederebbe immediatamente ad una querela presso la Procura della Repubblica con richiesta di danni morali, e nel caso l’azione dei medici ritardasse le cure per il ragazzo, lesioni colpose.
Ecco dove si arriva quando si immola la salute delle persone ed il loro vero bene al dio quattrino degli interessi in tema di sanità. Sara combatte da anni per ogni cosa inerente i diritti di suo figlio, come accade a tutte le mamme di ragazzi disabili, e ricorda ancora con amarezza le persecuzioni ricevute dal pediatra di suo figlio, oggi purtroppo morto, quando a causa dei tagli di spesa si imponeva ai medici di reparto di accogliere solo bambini con degenze brevi, perché “la Regione paga di più” se c’è più movimento di letti. Il povero medico, ricercatore in malattie rare, cercando di far valere le ragioni della qualità delle cure con lungodegenza per i bambini più particolari, si sentì rispondere da un professorone con sguardo di sfida “io sono per la razza ariana”. Sono passati quasi vent’anni da quell’episodio, ma né i bambini né il medico, oggi passato a miglior vita, hanno mai ricevuto giustizia… anzi, si è andati sempre peggio.
Il bene degli uomini, gli uomini stessi, vengono mercificati. Ci sono interessi più alti da salvaguardare, e stiamo andando incontro ad una (dis)umanità aberrante.

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