Portogallo: sospeso giudice per aver denunciato il governo per la gestione della pandemia

Era il 22 marzo 2020 quando il Portogallo, con ben due morti per Covid al suo attivo (un novantenne ed un ottantottenne malato di cancro), entrava nel suo primo lockdown, con un paio di settimane di differita rispetto all’Italia. Anzi, nel “confinamento”, perché almeno la decenza di risparmiarci gli anglicismi qui ce l’hanno avuta.

Lo Stato di Emergenza era stato proclamato dal Presidente della Repubblica e regolarmente comunicato in sede europea tre giorni prima, il 18 marzo. Negozi e centri commerciali chiusi, ristoranti e bar solo per l’asporto, telelavoro ove possibile, tutto più o meno come in Italia. E come in Italia, questa fase non contemplava nessun obbligo di mascherina, nemmeno nei supermercati.

Le città si tappezzavano di cartelli che invitavano a restare in casa (qui puntano sulla persuasione più che sulla coercizione), il più gettonato recitava così: “La distanza di sicurezza non è di un metro né di tre metri, è quella tra casa tua e la casa di un altro”. Anche qui proliferavano gli arcobaleni alle finestre, ma senza cori dai balconi, che il portoghese è persona riservata, anche qui spuntava in ogni dove lo slogan “Andrà tutto bene”, in versione lusitana “Vai ficar tudo bem”: l’ho visto persino sulle etichette delle bottiglie d’acqua.

A parte questo, nessuna follia riguardo i metri percorribili dal domicilio per la pipì del cane, l’attività fisica all’aperto non è mai stata osteggiata e nemmeno la pericolosissima passeggiata, in solitudine o tra conviventi, è stata considerata un comportamento antisociale. Inizialmente rimaste aperte, dopo quindici giorni anche le scuole di tutti i cicli venivano chiuse.

Di due settimane in due settimane, siamo approdati alla prima fase del programma di “desconfinamento” il 2 maggio, passando dallo stato di emergenza a quello di calamità, con un grado di allerta minore. Cominciavano gradualmente le riaperture (4 maggio, 18 maggio e primo giugno), le scuole finivano l’anno in presenza e si passava, anche qui esattamente come in Italia, alla mascherina obbligatoria al chiuso. Ti riconcedo, temporaneamente, un diritto che credevi acquisito e intanto te ne levo definitivmente un altro senza che tu te ne accorga, un brutto film già visto altre volte.

Dopo un’estate quasi – ma il quasi è essenziale – normale, ecco l’autunno dell’Anno Primo dell’Era Covid: il 27 ottobre arrivava l’obbligo di mascherina all’aperto (come in Italia: la legge imponeva l’utilizzo nel caso non fosse possibile mantenere la distanza di due metri dagli altri, ma la narrazione televisiva è stata diversa e quasi nessuno si è preso si è preso la briga di leggere la legge, indi il risultato è stato: mascherina sempre e comunque) e il 6 novembre, con il ritorno dello Stato d’Emergenza, si rientrava nel confinamento, che ripartiva identico a quello precedente e su tutto il territorio nazionale: le regioni a colori qui sarebbero arrivate solo in estate. E questo secondo confinamento, con qualche magnanima concessione speciale per il Natale ma non per l’Ultimo dell’Anno, ce lo siamo trascinati fino al 30 aprile: sei mesi consecutivi di lockdown, credo solo l’Argentina sia riuscita a fare di meglio.

Naturalmente ridare troppe libertà tutte insieme pareva brutto e così è stato pianificato un minuzioso programma di riaperture graduali in fasi quindicinali che sarebbe arrivato al suo compimento il 15 giugno. Dal primo luglio, per non agevolare indebitamente la ripartenza del settore del turismo, arrivava il boom dei contagi in Portogallo, con ben uno o due morti quotidiani, e parecchi Paesi sconsigliavano viaggi in terra lusitana.

Da agosto cambiava la narrazione: basta indice RT, basta ricoveri e terapie intensive, le residue restrizioni e chiusure verranno allentate in relazione alla campagna vaccinale, con fase finale, quella del ritorno alla normalità e la cessazione di tutte le restrizioni – tranne quella della mascherina nei luoghi chiusi – al raggiungimento dell’85% di immunizzati.

Ora, dai dati ufficiali forniti dalle autorità la soglia parrebbe raggiunta, ma è opinione della scrivente che il Governo portoghese stia traccheggiando perché l’intenzione, ça va sans dire, è quella di riaprire sí, ma solo ai detentori di green pass (ma qui si preferisce l’espressione passaporte digital), e non essendo certo la muscolarità prerogativa lusitana, stia aspettando di vedere che succede in Italia e Francia prima di imprimere la stoccata.

Nel frattempo, da luglio il certificato verde è richiesto per entrare in hotel e affini ogni giorno e per l’interno dei ristoranti solo il fine settimana.

Dal 12 settembre, riproponendo la farsa già vista in Italia a inizio estate, la mascherina all’aperto passa a essere “consigliata” e, in presenza di assembramenti, “raccomandata”, ma non più imposta. Come prevedibile e previsto, in moltissimi continuano a portarla.

Proteste? Qualcosa sta timidamente iniziando, soprattutto nella capitale.

Recentemente è stata aperta un’inchiesta da parte della magistratura contro qualche decina di manifestanti che si sono permessi di insultare Ferro Rodrigues, Presidente dell’Assemblea della Repubblica, ex segretario del Partito Socialista ed ex Ministro del Lavoro, mentre pranzava in un ristorante con la moglie.

La principale anima della protesta è un giurista, Rui Fonseca e Castro, giudice della città di Odemira ora sospeso perché rifiutava di presiedere se nella sua aula comparivano mascherati, molto attivo su una pagina Facebook e, recentissimamente, un canale Telegram e uno YouTube, fondatore dell’Associazione Habeas Corpus Per La Difesa dei Diritti Umani, che ha appena intentato una causa contro il Governo per crimini contro l’umanità e viene per lo più ignorato dalla stampa.

Per quanto riguarda la comunicazione, le parole d’ordine sono desolatamente le stesse che si sentono in Italia e altrove in Europa, con termini come “complottismo”, “negazionismo” e “no vax” usati e abusati ad assoluto sproposito proprio come siamo abituati nello Stivale.  Un po’ più cauti qui con la parola “terrorismo”, ma in fondo i loro Settanta sono stati molto diversi dai nostri: a ogni Paese le sue sotto-narrazioni specifiche. A tal proposito, il simpatico medico Andre Dias ha coniato sul suo blog  l’intraducibile termine “jornalixo” (lixo significa spazzatura).

Perciò, cari connazionali che risiedete in Patria, non pensatevi messi peggio degli altri: l’Italia é soltanto l’apripista, ma siamo tutti tristemente sulla stessa bagnarola.

LAURA VENTURINI

 

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