Polonia: scontri al confine tra esercito e immigrati. Comincia l’attacco per destabilizzare la UE

La guerra nel terzo millennio spesso non viene combattuta con le armi convenzionali e con le azioni militari ma attraverso attacchi che riguardano campi diversi, come la finanza, il clima o le migrazioni.

In questo senso l’azione che la Bielorussia sta portando avanti sui confini polacchi può essere considerata una vera e propria dichiarazione di guerra all’UE che Minsk sta conducendo per conto o con il placet di altre potenze. Da giorni infatti il confine polacco è sotto pressione da parte di migliaia di profughi, in gran parte curdi, siriani ed afgani, che il governo di Lukashenko sta ammassando come strumento di pressione su Varsavia ma soprattutto su Bruxelles.

Le  immagini della folla che viene spinta lungo la barriera, che le autorità polacche stanno diffondendo in queste ore, con i migranti che vengono malmenati dai bielorussi affinché continuino a dare l’assalto alla frontiera, confermano come Lukashenko stia utilizzando gli esseri umani come armi non convenzionali. Anche la Lituania è sotto pressione e a breve stabilirà nuovi divieti sui confini del Paese, ma il vero scontro avviene sul confine polacco dove ci sono stati anche diversi morti negli scontri.

Varsavia denuncia che i profughi sono tenuti sotto stretto controllo dai bielorussi armati, che decidono la direzione che i gruppi devono prendere e li spingono verso le recinzioni. “Cercheranno di entrare in massa in Polonia ma siamo pronti per qualsiasi scenario” ha affermato il ministro degli Interni polacco Mariusz Kaminski, mentre il viceministro degli esteri, Piotr Wawrzyk, ha denunciato che: “stanno preparando un’enorme provocazione vicino Kuznica Bialostocka, dove ci sarà un tentativo di attraversamento di massa del confine”.

L’Unione Europea, pur affermando che è necessario mantenere la calma e agire in modo umano per aiutare le persone, ha accusato la Bielorussia di incoraggiare flussi di immigrazione illegale verso la Polonia come rappresaglia in risposta alle sanzioni di Bruxelles. “Si tratta della continuazione del disperato tentativo del regime di Lukashenko di usare le persone per destabilizzare l’Ue. Noi rigettiamo ogni tentativo di strumentalizzare l’immigrazione per obiettivi politici” ha dichiarato un portavoce dell’Unione Europea.

A schierarsi in maniera decisa con la Polonia è anche il più importante Paese del Vecchio Continente, la Germania, che ha esortato  l’Unione Europea ad “agire” per fermare il flusso di migranti illegali.

“La Polonia o la Germania non possono farcela da sole”, ha detto al quotidiano ‘Bild’ il ministro degli Interni Horst Seehofer, affermando che  l’Ue deve “restare unita” per  “aiutare il governo polacco a proteggere il loro confine esterno.

Quello di Lukashenko appare infatti come un tentativo di destabilizzare l’UE sfruttando le divisioni interne e le contraddizioni profonde della politica europea. L’UE ha infatti sempre spinto per l accoglienza indiscriminata da parte degli Stati, soprattutto quelli del Mediterraneo come Italia e Grecia, e bacchettato Varsavia e gli altri Paesi del cosiddetto “gruppo di Visegrad” per la loro volontà di difendere l’identità culturale, etnica e religiosa dei propri popoli, cosa che a Bruxelles è vista come un sacrilegio.

Le recenti e durissime tensioni, su stato di diritto e sovranità nazionale, tra le tecno burocrazie europee e Varsavia poi hanno portato alla serie possibilità di una “polexit” che rappresenterebbe la probabile fine dell’Unione e un disastro economico per la GermaniaPer questo i bielorussi hanno deciso di colpire l’anello più debole della catena europea e di sfruttare le contraddizioni interne della traballante costruzione europea nel tentativo di abbatterla.

Ma è ovvio che Minsk non agisca in maniera autonoma e che le mosse siano concordate con Mosca.

Che i russi considerino l’UE un problema più che un’opportunità e che preferiscano gestire le relazioni bilaterali con i singoli Stati è ormai chiaro, e dopo l’insensata politica di Bruxelles di porte in faccia alla Russia e di continui attacchi e accuse contro Mosca la dissoluzione dell’Unione sarebbe ben vista dal Cremlino.

Anche la rappresaglia energetica sul gas, con la decisione di non aumentare i flussi di idrocarburi verso l’Europa, è la diretta conseguenza della politica aggressiva di Bruxelles. Ma il punto più preoccupante per gli europeisti è che forse anche a Washington pensano ormai che l’UE abbia fatto il suo tempo.

La recente visita del capo della CIA William Burns a Mosca, dove ha incontrato il capo del Consiglio per la sicurezza russa Nikolai Patrushev e il capo dell’Svr  Sergey Naryshkin, e l’ancor più recente colloquio telefonico dello stesso Burns con Putin mostrano un certo livello di comunicazione tra le due super potenze sull’instabilità ad est dell’Europa, visto che i colloqui avevano per oggetto la diminuzione della tensione in Ucraina e il contrasto al rischio terroristico.  Difficile pensare che non abbiano parlato anche di Bielorussia e che gli americani non abbiano garantito una qualche forma di neutralità sull’attacco ai confini europei.

Dopo le tensioni dell’era Trump gli euro burocrati si aspettavano una nuovo asse con gli USA con l’arrivo di Biden; lo smacco del ritiro dall’Afganistan, la nascita dell’alleanza strategica con Gran Bretagna e Australia che taglia fuori l’UE e l’atteggiamento di Washington nella crisi dei confini mostra che, anche questa volta, si sbagliavano.

ARNALDO VITANGELI

Arnaldo Vitangeli

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