Phil Wain oltre bassista jazz, di base a Londra, impegnato in esibizioni dal vivo, sia nei caffè indipendenti che in sale da concerto vere e proprie, svolge anche attività di insegnamento rivolta a bambini dislessici ed è Direttore editoriale di “Caffeine”, la rivista più diffusa e rappresentativa nel settore dello Speciality Coffee nel Regno Unito, sulla quale scrive regolarmente.

Ecco il suo pensiero su come l’emergenza Covid e la sua ideologia connessa impatterà sul reparto musicale.

D A questo proposito, che opinione hai dell’industria musicale e quali sono le sue implicazioni riguardo la creatività, l’indipendenza e l’emersione di giovani musicisti?

R – Io penso che la musica e l’industria musicale siano due cose diverse, tra loro separate.

Oggi c’e’ un approccio generalmente maggiormente improntato a investire su se stessi da parte dei giovani musicisti, non più cosi dipendenti dall’industria musicale. Penso che i giovani musicisti siano importanti ma vedo troppa enfasi su questo. Tutti i musicisti, a qualsiasi età, hanno qualcosa da dire.

D – Che cosa ci puoi dire dell’ambiente jazzistico indipendente qui a Londra, prima della cosiddetta pandemia?

R – Era già molto difficoltosa perché c’erano più musicisti che opportunità per suonare. Era molto difficile affermarsi su una scena che è sia esaltante e dinamica ma anche estremamente competitiva. Il lato positivo di questo aspetto è che ciò aveva spinto molti musicisti a cercare occasioni per suonare al di fuori del circuito ufficiale dei clubs, ad aprire propri locali dove esibirsi e cercandone di nuovi, raggiungendo cosi nuovo pubblico. Era inoltre una vibrante scena internazionale, con moltissimi jazzisti italiani, francesi, polacchi, venezuelani, brasiliani che contribuivano a costruire un ambiente molto creativo.

D – In che modo pensi che l’emergenza sanitaria abbia colpito la scena jazz a Londra? Come hanno reagito i musicisti?

R – E’ stato un disastro in termini di lavoro, guadagno, libertà ma anche nel modo in cui ha danneggiato la mentalità di tutti. I locali, i clubs, i pubs, non vogliono prendersi rischi, nonostante il pubblico abbia realizzato quanto gli eventi online siano sterili e futili. I musicisti, essendo generalmente orientati a sinistra, sono stati generalmente accondiscendenti e hanno accettato quelli che sono approcci radicali, inusuali e controversi metodi di chiusure e controlli sociali che, precedentemente, sarebbero stati considerati tipici dei regimi comunisti o dittatoriali. Le persone sono entrate come in uno stato di shock-ibernativo e molti, onestamente, non si comportano più normalmente. Ci vorrà tempo, il pubblico è molto cauto ma ritornerà, se noi saremo pronti.

D – Phil, come definiresti le cosiddette “esibizioni in streaming”?

R – C’e’ molta controversia riguardo questo genere di esibizioni. Quali interessi ha davvero servito lo “streaming” durante l’emergenza e oltre questa? Io ho provato a seguire, ma era più o meno come guardare un concerto alla televisione ma di più bassa qualita’. Mi sono piaciuti alcuni concerti dal Brasile che forse non avrei potuto vedere ed ho fatto anche delle donazioni ad altri musicisti che si esibivano in streaming. In generale però, il pubblico non mi è sembrato molto interessato, specialmente rispetto al jazz in streaming, lo “streamed jazz”. Nel Regno Unito molta gente non scopre il jazz fino a che non sono in un locale e possono fare l’esperienza di vivere l’interazione, il dramma, la teatralità rappresentata dall’esibizione dal vivo. Tutto questo si perde con lo streaming.

D – Quindi, secondo te, come stanno rispondendo i musicisti all’attuale emergenza da un punto di vista culturale, sociale e politico?

R – Io penso siano caduti nel sonno. Loro hanno sposato la narrativa secondo cui le chiusure erano necessarie. Forse lo erano, forse no, ma non è stato consentito alcun dibattito al riguardo. Molti musicisti l’hanno semplicemente accettato. Alcuni hanno lavorato sodo a casa per un anno, altri neanche ci sono riusciti. Gli stessi musicisti che erano ingaggiati prima della pandemia lo sono adesso e questo perché contano più i contatti che la qualità, molti suonano veramente male!

D – Un’ultima cosa Phil, guardando al futuro. Secondo te c’è una strada per uscirne, ricominciare e come? 

R – Col tempo, impareremo a convivere con il Covid, e le sue implicazioni per la salute, così come storicamente abbiamo fatto con ogni altra malattia prima di adesso.

A cura di Gennaro De Mattia

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