Gli scorsi due decenni hanno visto la nascita e la rapidissima crescita di un commercio che prima del nuovo millennio era inesistente: quello dei nostri dati.
Senza neppure che ce ne rendessimo conto i nostri gusti, le nostre abitudini e le nostre preferenze negli acquisti sono diventate il nuovo petrolio, con le grandi multinazionali della rete che, senza il nostro consenso, hanno iniziato a raccogliere, comprare e vendere le informazioni raccolte spiando la navigazione in rete di miliardi di persone.
Se però nella prima fase questo commercio ha riguardato principalmente informazioni legate al marketing, e (almeno ufficialmente) la profilazione dei cittadini era finalizzata alla vendita di prodotti, attraverso annunci commerciali mirati, in questi ultimi anni si è imposto un nuovo commercio di dati, quelli genetici.

Le grandi multinazionali e alcuni governi considerano le nostre informazioni genetiche molto preziose e fanno di tutto per raccoglierle e catalogarle, al punto che il governo cinese ha deciso di dichiarare i dati genetici dei cittadini come una risorsa strategica nazionale, rafforzando il controllo statale sulle banche genetiche del Paese.

Secondo Axios Yves Moreau, genetista dell’Università di Leuven in Belgio, lo sforzo delle autorità cinesi è mirato a “proteggere le informazioni genetiche dei cittadini cinesi da attori non statali”, garantendo allo Stato il monopolio sui dati genetici.
La bozza delle linee guida appena pubblicata da Pechino vieta l’invio all’estero delle informazioni genetiche dei cittadini cinesi e impone la catalogazione dei database genetici umani, compresi i dati presso le istituzioni accademiche.
L’ufficio di scienza e tecnologia dello Xinjiang Production and Construction Corps – un’organizzazione paramilitare tentacolare sanzionata dal governo degli Stati Uniti per la complicità nella gestione di campi di internamento di massa e lavoro forzato nello Xinjiang – sarà responsabile della gestione delle informazioni genetiche nelle regioni che amministra.

Anche altri governi, come quelli di Regno Unito e Stati Uniti, hanno creato grandi database di informazioni genetiche e sanitarie, ma la differenza è che in Cina è lo Stato a gestire direttamente queste preziose informazioni, impedendo che i privati, soprattutto stranieri, possano metterci le mani sopra. Pechino dunque vieta di trasmettere i dati genetici cinesi all’estero e li protegge da abusi da parte di attori privati, garantendo al contempo al governo l’accesso e il controllo totale.

Nei Paesi occidentali, dove lo Stato è sottomesso al mercato e le grandi multinazionali hanno spesso assunto le prerogative dei governi, specialmente in campo sanitario, il mercato dei nostri dati genetici è invece fiorente.
Qualche anno fa fece scalpore il furto di 25 mila provette contenenti il DNA dei cittadini sardi dell’Ogliastra (una zona che vanta un incredibile numero di centenari in ottima salute ed è considerata una delle zone con la popolazione più longeva del mondo).

La vicenda era iniziata nel 2000, quando Renato Soru, il patron di Tiscali, aveva fondato la società di ricerca scientifica SharDna. Questa, successivamente, è stata acquistata (insieme a tutti i campioni biologici) dalla società inglese Tiziana Life per 250mila euro. Vendita che aveva suscitato malumori e polemiche tra gli ogliastrini che avevano donato il proprio Dna.
Il procuratore Mazzeo, che si è occupato delle indagini nel 2017 ha dichiarato alla stampa che riteneva che dietro il furto del materiale biologico ci fosse “una grossa speculazione e che i campioni potessero essere utilizzati per realizzare brevetti da rivendere alle case farmaceutiche”. Dunque quella che doveva essere una ricerca senza scopo di lucro, alla quale la gente aveva partecipato con entusiasmo, e si è trasformata in un intricato affare internazionale per mettere le mani sul segreto della longevità degli abitanti dell’Ogliastra e sul loro particolarissimo patrimonio genetico.

La raccolta del nostro DNA e dei nostri dati biometrici sembra essere un obbiettivo primario per il potere, quello statale nei Paesi dove lo Stato è più forte dei privati come la Cina e quello delle multinazionali in occidente.
Qualche anno fa in rete era martellante la pubblicità di una società di nome MyHeritage che offriva, a un prezzo irrisorio, una scansione del DNA. In sostanza inviando un campione biologico il cliente veniva a sapere la sua origine, di quali ceppi genetici fossero i propri antenati e altre informazioni simili. Inoltre l’azienda confrontando i campioni nel database metteva in contatto, se era richiesto, persone con parenti sconosciuti.
La società, ancora molto attiva, afferma di aver profilato il DNA centinaia di milioni di persone, e in effetti chissà quanti, tra coloro che hanno visto l’accattivante pubblicità, hanno avuto la curiosità di sapere se avessero nelle proprie vene un 5% di sangue arabo o un 20% di sangue francese.

E che dire delle macchinette per la distribuzione di sigarette che ti propongono di registrare la tua impronta digitale per poter acquistare i prodotti senza dover inserire la tessera sanitaria?
In epoca di transumanesimo il nostro DNA andrebbe difeso in ogni modo, come la cosa più preziosa che abbiamo, ma milioni di cittadini inconsapevoli sono pronti a offrite alle multinazionali le informazioni più vitali in assoluto, senza neppure capire le implicazioni immense di quello che fanno, e lo Stato, completamente piegato al volere del potere economico finge di non vedere.

ARNALDO VITANGELI

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