Rishi Sunak ha inaugurato una nuova era di austerità, che non consterà non solo di tagli alla spesa in stile Osborne, ma anche di veri e propri aumenti delle tasse. Il suo cancelliere, Jeremy Hunt, dice che il piano del primo ministro non è solo quello di bilanciare i conti, ma anche di controllare l’inflazione, secondo quello che sarà il criterio centrale degli anni Sunak. Criterio che potremmo definire Austerità 2.0.

D’altra parte, durante la campagna per la leadership, Sunak lo ha ripetutamente sostenuto. Disavanzi elevati e persistenti non erano ormai più un’opzione. “Ci aspettano decisioni molto difficili da prendere”, disse: “Tutto il resto, nient’altro che favole”. I suoi critici hanno affermato che questa era una “visione da ministro dell’Economia” che mette sempre al primo posto la sicurezza delle finanze, mentre la Gran Bretagna aveva ampio margine per prendere in prestito più denaro. Ma Sunak era certo che il debito accumulato durante la pandemia, non solo dalla Gran Bretagna ma da Paesi di tutto il mondo, avrebbe causato un brusco risveglio per molti.

Ecco che il brusco risveglio è arrivato quando Liz Truss e Kwasi Kwarteng hanno provato a mantenere l’agenda del prendi in prestito e spendi. Ora Sunak e Hunt stanno cercando di rispondere proprio a questo. Le soluzioni che propongono non saranno belle. Sembra che la Gran Bretagna stia entrando in una fase – sotto i Tory, nientemeno – in cui le tasse continueranno ad aumentare, almeno fino a quando il trend di crescita non migliorerà.  Tuttavia questa non sembra proprio una soluzione praticabile, poiché la prima fase raramente porterà alla seconda. Da dove dovrebbe venire la crescita? E, cosa non trascurabile, non è che si può fare una previsione in merito a quando finirà questo momento buio?

Questo è proprio il tassello mancante del puzzle che ad ora Sunak non ha ancora trovato, nonostante l’urgenza della questione. È puntualmente arrivata la dichiarazione d’autunno (Autumn statement) di Hunt, insieme alla notizia che l’inflazione ha raggiunto l’11,1% nell’anno in corso fino al mese di ottobre, superando ancora una volta le previsioni. Le previsioni di crescita della Banca d’Inghilterra arrivano fino al 2025, quando si prevede che il Regno Unito sarà l’unico Paese la cui economia non si sarà ancora ripresa rispetto ai livelli pre-pandemici. E non parliamo solo dei tassi di crescita all’interno del G20 o in Europa, ma ovunque nel mondo sviluppato.

Truss ha definito la sua agenda come “crescere, crescere, crescere”, mentre l’indirizzo politico di Sunak sembra piuttosto orientato verso il “tassa, taglia, aspetta”. Come si è imparato nel brevissimo governo di Truss, c’è un forte bisogno di ridare credibilità al fisco, e i tagli alle tasse dovrebbero essere fatti solo come forma di ricompensa per un’economia che torna a viaggiare.

Ma il periodo che ci divide da quel momento sarà senza dubbio doloroso. Coloro che guadagnano di più continueranno a contribuire di più, con restrizioni pensionistiche e fiscali, nonché una tassazione media sul loro reddito del 47%. Non si pensi tuttavia che per questo coloro che avranno redditi assai più bassi alla fine se la passeranno meglio. Un neolaureato ad esempio, con un reddito annuale di 51.000 sterline e con prestiti allo studente ancora da saldare, finirà per pagare addirittura il 51%. Per carità, rimane pur sempre un gran bello stipendio, ma molti di coloro che abitano a Londra diranno che al massimo quel denaro, al netto delle tasse, basterà a coprire poco più dell’affitto.

Gran parte del disastro economico nascerà dal fatto che i lavoratori saranno risistemati secondo scaglioni fiscali più alti: quindi con tasse più alte da pagare, quando ancora i loro stipendi non saranno stati adeguati all’inflazione. Rientrerà in questa tagliola un milione e mezzo di lavoratori, i quali verranno adeguati alla fascia fiscale del 40% (o addirittura di più) nei prossimi tre anni: tra loro saranno compresi anche insegnanti, infermieri e agenti di polizia. In molti casi accadrà che i lavoratori si troveranno a pagare più tasse mentre il loro stipendio sarà di fatto tagliato. Si pensi che il lavoratore medio avrà un taglio del salario di circa il 3%, dato che gli aumenti salariali sono inferiori all’inflazione.

Poi vi è un altro milione di lavoratori part-time, i quali guadagnano a testa una cifra sulle 12.500 sterline all’anno: saranno costretti a pagare ulteriori tasse in sede di dichiarazione dei redditi. Addetti alle pulizie, guardie giurate, genitori che hanno un lavoretto extra per far quadrare i conti familiari: saranno tutti colpiti da questa misura. Coloro che ricevono il reddito di cittadinanza e fanno parte del programma statale per la ricerca di un’occupazione, se l’hanno trovata, potranno trattenere solo 45 centesimi per ogni sterlina in più che guadagnano.

E questo onestamente stona con i fatti, perché si suppone che i grandi lavoratori siano proprio i principali elettori dei Tory: eppure questi ultimi guadagnano il 13% di tutto il denaro erogato in forma di stipendio, ma contribuiscono al 28% di tutte le entrate raccolte in forma di tasse. Se la spesa statale cresce, saranno i lavoratori ordinari a pagarne il prezzo. Nessun partito politico, sia esso a destra o a sinistra, si proporrà mai di spremere tutti indistintamente in ogni fascia fiscale. Questa è la diretta conseguenza di uno Stato che interviene sempre di più nella politica economica del proprio Paese. Si pensi che al momento attuale la macchina governativa è del 50% più grande rispetto a com’era prima di Tony Blair. Per questo tutti devono pagare di più, per mandare avanti la baracca.

Ai tempi in cui Sunak stava al numero 11 (di Downing street, e cioè la residenza ufficiale del Cancelliere dello Scacchiere britannico, ndr), avrebbe chiesto: che tipo di Paese vuol essere la Gran Bretagna dopo la Brexit? Un Paese con tasse più basse, meno spesa, o piuttosto una socialdemocrazia in stile europeo, con una tassazione folle in stile Francia o Germania? Bene, ha favorito la prima opzione, ma quello non era purtroppo il punto principale. Il punto principale piuttosto era che non vi è stato un onesto dibattito riguardo ciò che si poteva o non si poteva fare. Sotto Boris Johnson il Regno Unito stava infatti sconsideratamente e irreversibilmente andando alla deriva, verso un modello di Paese in cui le spese sconsiderate dei conservatori avrebbero causato inevitabilmente un aumento delle tasse.

Eppure Johnson pensava che la Gran Bretagna sarebbe diventata un grande Stato spendaccione.

Nel tentativo di evitare questa deriva, Sunak ha spesso cercato di fare lui stesso da barriera tra le aumentate richieste di soldi e il via libera per ottenerli. “Secondo la mia esperienza, è sempre stato quello che ha fermato le spese”, riporta un ministro: “Io l’ho sempre rispettato, ma molti dei miei colleghi non hanno fatto altrettanto”. Questo è uno dei più grandi problemi politici che Sunak ha adesso, sia con i colleghi sia con i cittadini. Non è una cosa che rende popolari il fatto di rifiutare l’aumento del denaro, specialmente in una situazione come questa, in cui il Paese è stato inchiodato a lungo a vivere con poco.

Sunak potrebbe plausibilmente iniziare a invertire la tendenza verso le tasse più alte di sempre e verso la disperazione popolare più alta di sempre. Sunak è divenuto noto in certi circoli come “il becchino” della campagna estiva, perché arrivava e raccontava sempre disgrazie sullo stato delle pubbliche finanze e sull’economia del Regno Unito in generale. La sua diagnosi era che molte persone, sia dentro che fuori dal partito conservatore, non volevano ascoltare: Sunak tra le altre cose era anche molto bravo a predire certe cose. È stato uno dei pochi politici in Gran Bretagna a preparare la gente al rischio dell’inflazione. Ma i suoi avvertimenti riguardo al piano economico della Truss hanno prontamente trovato conferma.

Tuttavia la missione di adesso non consiste semplicemente nel correggere gli errori della seppur breve epoca Truss. Se lo fosse, Sunak e il suo cancelliere avrebbero vita assai facile: invece al loro arrivo a Downing Street si sono ritrovati in uno stato di indebitamento pari a quello che vi era prima del mini-budget. Ciò che piuttosto quei 44 giorni di Truss hanno assicurato, era che il Regno Unito sarebbe stato il primo soggetto a essere individuato dai nuovi mercati obbligazionari in ripresa, e dunque costretto a pagare il prezzo di spese insostenibili effettuate sia prima che durante la pandemia.

Quando con riluttanza si trovò a dover accettare lockdown ripetuti, Sunak sospettava che questi avrebbero causato danni economici a lungo termine. In privato si è reso conto di non aver previsto che così tante persone, specialmente ultra cinquantenni, non avrebbero fatto ritorno al proprio posto di lavoro. Mentre il pensionamento anticipato è una tendenza globale post-pandemica, la Gran Bretagna è l’unica economia avanzata in cui i livelli di inattività economica (ovvero, persone prive di occupazione, oppure persone che non cercano una occupazione) sono in continuo aumento, persino anche quando i lockdown sono terminati. Può darsi che non se ne abbia formale notifica, ma la Gran Bretagna è molto probabilmente già in recessione, una recessione resa peggiore dal fatto che un milione di lavoratori ha lasciato il posto di lavoro.

All’inizio di questa settimana, non attraverso la stampa ma attraverso un sito governativo per l’accesso al quale si necessita di password, sono uscite nuove cifre sulle persone che stanno ricevendo benefit dallo Stato. Il numero dei richiedenti totali è, come si evince dalla fonte, di 5,2 milioni di persone. La severità del problema in molte città del Paese è davvero enorme: Blackpool, Middlesbrough e Liverpool hanno un tasso di disoccupazione per gli adulti in età lavorativa rispettivamente del 24%, 22% e 20%.

Alcuni dei disoccupati hanno condizioni di salute che impediscono loro di svolgere alcuna attività, ma ovviamente non è il caso di tutti. Considerando che i posti di lavoro vacanti sono a un livello mai raggiunto prima in tutta la nazione (qualcosa come più di 1 milione e 200.000 persone), è possibile che questa recessione sembrerà molto diversa rispetto alle precedenti contrazioni economiche. Non è che la gente non può trovare lavoro, è che il sistema di welfare incoraggia molti a restare a casa.

Le cifre sono sepolte, come solitamente avviene a Westminster, e sono aggiornate con un ritardo di almeno sei mesi. Tuttavia nel gabinetto di Sunak si sta prendendo sempre più coscienza che il governo deve affrontare la seguente questione: come riconvertire in persone che lavorano e pagano le tasse, coloro che sono sani e in età lavorativa, ma attualmente richiedenti sussidi statali. Si stima che alcuni di loro costino al contribuente qualcosa come 15.000 sterline all’anno.

Sunak si lamentava spesso dell’assenza di una riforma del servizio pubblico nell’agenda di Boris Johnson. Nel novembre 2020 ha cercato di fermare definitivamente il tetto alle pensioni dopo i lockdown. Questo sarebbe stato il momento perfetto, pensò, per parlare della iniquità pensionistica intergenerazionale, visti gli sforzi e il prezzo che i più giovani stavano pagando durante il Covid. Sunak riuscì a coinvolgere i membri del gabinetto, ma alla fine il piano fallì perché Johnson lo distrusse.

Lo scorso dicembre durante gli incontri di gabinetto Sunak si era espresso contro il culto nei confronti del Servizio sanitario nazionale. Ciò dopo che era divenuto ovvio che i miliardi extra, promessi al Servizio quell’autunno, non avrebbero prodotto risultati migliori per i pazienti ricoverati. Rimase sconcertato quando scoprì che, persino dopo l’iniezione di contante, le liste di attesa da sei milioni di pazienti si allungarono, fino a raggiungere la cifra record di nove milioni.

In qualità di primo ministro, Sunak ha il potere di iniziare un’agenda di riforme tutta sua, che potrebbe iniziare a invertire la tendenza verso maggiori tasse e anche maggiori mal di pancia per i cittadini. Ma con le prossime elezioni, verosimilmente tra 18 mesi, la questione è se ha o meno il tempo oppure il capitale politico per fare ciò. “La lezione dei pochi mesi trascorsi sono piccoli passi”, dice una persona vicina al governo: “A livello politico non puoi aumentare le tasse e tenere le finanze pubbliche in ordine insieme ad altre importanti riforme. Non se il partito conservatore sarà qui tra qualche anno.” In altre parole, l’economia è ovvia ma la politica è complicata.

“E dunque la cura sarà peggio della malattia? Questo è ciò che determinerà l’eredità di Sunak”, afferma un ex ministro.  È la scommessa che Sunak e Hunt hanno deciso di accettare: ovvero che affrontare l’aumento dei costi di tutte le promesse fatte in passato ripagherà nel medio termine.

Tuttavia, ciò presuppone qualcosa che in questo momento pare essere un po’ troppo sulla lunga distanza. Ovvero che dopo un discorso d’autunno così duro, i conservatori saranno ancora in giro per raggiungere un medio termine.

di KATE ANDREWS, via THE SPECTATOR UK, traduzione MARTINA GIUNTOLI