Pandemia: resistere al terrorismo mediatico

Gli ultimi 15 mesi hanno visto lo sconvolgimento della nostra vita comunitaria e l’affossamento dell’economia produttiva e cooperativistica di prossimità.

La narrazione pandemica è riuscita in 15 mesi a realizzare ciò che il neoliberismo economico e la open society culturale si proponevano sin dai loro albori ma che stentavano, causa la presenza del fattore umano nei gangli residui del ciclo produttivo tradizionale, a portare a termine nei tempi previsti.

La narrazione pandemica è stata un formidabile acceleratore dei processi neoliberisti di sostituzione dell’intelligenza umana con l’intelligenza artificiale.

La narrazione pandemica ha inoltre velocizzato la fase, già in corso, di superamento dell’economia retail da parte delle grandi catene multinazionali del commercio online.

La narrazione pandemica si è fondamentalmente basata su tre assiomi:

  1. il terrore;
  2. la falsificazione;
  3. l’errore/orrore.

Nell’ordine: punto 1) inizialmente (fine febbraio 2020) i media e il governo italiani non invitarono le persone a rinchiudersi in casa e le attività a chiudere i battenti. Ciò avvenne quando un certo Neil Ferguson, esperto di epidemiologia computazionale e capo di un centro di ricerca dell’Imperial College of London che annoverava, come key partner, la Fondazione Gates, fece circolare un report non revisionato tra pari dove scriveva che, se non si fossero immediatamente posti in lockdown (confinamento) interi Paesi (Francia, Gran Bretagna, Usa) il virus avrebbe ucciso 510.000 persone in poche settimane in Gran Bretagna, 500.000 in Francia, altrettante in Italia e 2 milioni negli Usa. I governi occidentali, terrorizzati da queste previsioni (in realtà mai avveratesi) ascoltarono Ferguson e imposero confinamento e “nuova normalità”. Il caso della Svezia che, pur non chiudendo, ebbe meno o uguali morti rispetto all’Italia che, invece, aveva optato per seguire le indicazioni di Ferguson e imporre un lockdown prolungato e stringente, sta a significare come la controprova empirica riguardo alla fallacia delle previsioni di Ferguson esista.

Punto 2) le cosiddette seconda e terza ondata infettiva (ottobre 2020 – marzo 2021) sono il prodotto di una grande falsificazione mediatica. Il Covid-19 ha avuto, in quanto virus respiratorio, una recrudescenza nella stagione fredda ma il computo dei malati e delle vittime di questa patologia è stato alterato dal numero esponenziale di tamponi falsi positivi (il tampone rinofaringeo è infatti uno strumento di ricerca e non diagnostico) eseguiti sul campione della popolazione e dal fatto che tutti i malati e i morti da influenza stagionale, da polmonite comunitaria e da altre patologie infettive respiratorie sono stati classificati come pazienti e deceduti Covid.

I media mainstream hanno sostenuto che, nel 2020-2021, l’influenza stagionale non c’è stata (il numero di malati e morti ufficiali da influenza stagionale quest’anno è stato zero a fronte dei 24.000-30.000 di ogni anno) poiché l’uso esteso, da parte della popolazione, delle mascherine, avrebbe fermato il virus. Dunque i media di regime ci dicono apertamente, facendosi beffe della nostra intelligenza, che le mascherine sarebbero selettive, ovvero impedirebbero la trasmissione dei virus respiratori tipici ma, chissà perché, lascerebbero (dati alla mano forniti dalle autorità ufficiali che contano ogni giorno decine di migliaia di contagiati e centinaia di intubati e morti) aperta una porta d’ingresso per il Sars-CoV-2. In altri termini, durante la stagione invernale tutti i morti da patologie infettive respiratorie e anche numerosi deceduti di altre malattie sono stati classificati come vittime del Covid. Questo non vuol dire che, soprattutto tra i soggetti anziani e deboli (in particolare tra gli 80-90enni con 3-4 patologie mortali concomitanti e anche tra qualche 70enne), il Covid-19 non abbia mietuto vittime. Significa che il bilancio dei morti è stato ampliato da un conteggio a dir poco approssimativo e sbagliato. Le autorità pubbliche hanno preso tutti i morti di un determinato periodo temporale, li hanno messi in un’unica macrocategoria (deceduti Covid) e, sulla scorta di questo conteggio così effettuato hanno intimidito e terrorizzato l’opinione pubblica dicendo che il coronavirus era la prima, quasi unica e più pericolosa, poiché contagiosissima, causa di morte nel Paese. Ciò ha influito a diffondere ancor più il panico tra la popolazione complessiva.

Punto 3) il Covid-19 è stato curato con protocolli a dir poco discutibili. Le autorità ufficiali hanno puntato tutto sulle ospedalizzazioni massive dei malati e poco/nulla sulle cure domiciliari (rivelatesi efficaci ma tuttora poco considerate a livello di mainstream). Le chiusure autunnali sono state determinate dall’afflusso massivo di malati più o meno gravi che, terrorizzati dall’ipotesi di poter finire intubati o in una bara dopo i primi starnuti o colpi di tosse, si fiondavano ai pronto soccorso territoriali per essere ricoverati.

Questa pratica sconsiderata, frutto di 12 mesi di terrore mediatico abilmente inoculato dagli opinion maker alle masse, contribuì a intasare gli ospedali e a rendere la sanità pubblica inservibile per la gestione e la cura di patologie ben più mortali del Covid. Il governo mostrò in TV le immagini delle file di ambulanze che intasavano i pronto soccorso degli ospedali locali e, previa solita operazione terroristica sul piano della comunicazione di massa, richiuse l’Italia. Il governo e i media attribuirono la colpa delle chiusure di novembre a un capro espiatorio: i giovani che erano andati in vacanza all’estero a luglio-agosto e che, così facendo, avrebbero riportato il morbo in città. Le accuse mosse dal governo ai giovani erano insostenibili e ridicole: il Covid-19 ha infatti un’incubazione media di 5,1 giorni, non di 3-4 mesi, per cui è impossibile contagiarsi a luglio e scatenare un’ondata epidemica a novembre. La recrudescenza autunnale del virus fu principalmente legata a fattori stagionali, che nulla avevano a che vedere con i comportamenti umani estivi.

Di seguito, vennero date ai pazienti indicazioni terapeutiche inutili e dannose (Tachipirina e vigile attesa) che aggravarono ulteriormente la situazione psico-fisica dei soggetti più deboli. Il Covid19 è una malattia vascolare che provoca tromboembolie polmonari (cioè ostruzione delle vene dei polmoni) in chi ne viene colpito in forma grave. Intubare e immettere ossigeno ad alta pressione nei polmoni di questi pazienti è come sparare acqua in un tubo il cui termine opposto è ostruito. Possiamo immaginare quale sia il risultato di questo esperimento.

La narrazione pandemica è dunque il risultato di questo tipo di approccio a un problema reale, ossia a un’epidemia geriatrica effettivamente esistita ma arginabile. Le polmoniti, tipiche o atipiche, si curano a casa da decenni. Anche le tromboembolie sono curabili tant’è vero che i medici consigliano, a chi avverte sintomi di questa patologia a seguito dell’inoculazione del vaccino, di recarsi immediatamente in ospedale per risolvere il problema.

È opportuno mobilitare le nostre energie intellettuali, politiche ed emotive per opporre a questa narrazione pandemica un controcanto basato sul primato della dimensione comunitaria nei confronti della triade ufficiale “terrore, falsificazione, isolamento”.

La battaglia politica che portano avanti gli oppositori del dogma definito “nuova normalità” è un percorso di aggregazione comunitaria di lunga durata. Non si tratta di una protesta contro una scocciatura momentanea (la mascherina, il distanziamento), bensì di una profonda, incisiva e articolata battaglia politico-culturale per la fuoriuscita dal regime del neoliberismo sanitario e a favore della costruzione di un mondo nuovo (migliore di quello pre-2020, perché comunitario e non-individualista; radicalmente diverso da quello ipotizzato dai teorici della “nuova normalità”, perché reale e non digitale).

L’errore più grande che si possa commettere è disperderci al primo cenno, da parte del regime, di parziale allentamento della tensione e delle restrizioni. Il riflusso nel privato, lo abbiamo visto a partire dagli anni 80 del secolo scorso, genera le condizioni per l’insorgere futuro della dittatura.

In autunno il regime avrà due strade davanti a sé per irreggimentare ancor più la società:

  1. dare un ulteriore giro di vite e chiudere ogni spazio pubblico di dissenso (anche nella dimensione virtuale), confinando il pensiero critico nella clandestinità e nella sfera privata;
  2. ripristinare un minimo di società signorile di massa e sciogliere i movimenti di resistenza con i circenses e una parvenza di “ritorno alla normalità” piuttosto che tramite l’utilizzo della repressione militare.

Il compito di chi si pone in un’ottica di aperto contrasto alla dittatura è lavorare pancia a terra per evitare a ogni costo il riflusso nel privato. Gli strumenti politici, telematici, editoriali e comunitari che abbiamo a disposizione sono molti e vedono moltiplicarsi i loro simpatizzanti di giorno in giorno.

Davanti a noi si dipana un’occasione storica: dar vita a un movimento di popolo che sia a sua volta una comunità partecipata di lotta, condivisione e resistenza avente come fine il ripristino della sovranità democratica, costituzionalmente riconosciuta e prevista, nel nostro Paese. Per raccogliere i frutti del nostro impegno, in un progetto di lunga durata che vada oltre la critica nei confronti di una scocciatura momentanea (obbligo dei DPI, distanziamento) e che abbia come fine la realizzazione di una sana e partecipata comunità nazionale della resistenza per l’oggi e il domani, occorre evitare a ogni costo di cedere alle intimidazioni della repressione ma anche alle elemosina dei circenses.

Per approfondimenti:

Paolo Borgognone

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