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Visioni14 Marzo 2023

No-Tav, l’inizio dell’ultima grande guerra contro di noi

Di ·100 contenuti pubblicati
Giorgio Cattaneo analizza il movimento No-Tav, evidenziando la sua evoluzione e il tradimento della politica verso la popolazione. Si discute anche dell'assenza di risposte alle istanze dei cittadini e della crescente autoritarietà del potere.
Punti chiave
  • Il movimento No-Tav è nato da una rivolta pacifica nel 2005.
  • Giorgio Bocca denunciò l'abuso di potere riguardo alla Tav.
  • La politica ha tradito la popolazione, lasciandola sola.
  • Esperti hanno bocciato il progetto per mancanza di necessità.
  • La risposta alle domande dei valsusini è stata repressione violenta.
L'articolo

Vengo anch’io. No, tu no. Ma perché? Perché no. Una rappresentazione perfetta, quella che il grande Jannacci fornisce del potere assoluto – monarchico, dittatoriale – in termini di puro arbitrio con forza di legge. Correva l’anno 1968: esplodevano mille rivendicazioni sociali. Poi sarebbero arrivate le droghe seguite dai terrorismi, il famoso “riflusso” (il ripudio dell’impegno sociale), gli spensierati anni Ottanta, quindi Mani Pulite, Maastricht e l’ordoliberismo europeo.

E avanti così: la ferocia del rigore finanziario, le guerre imperiali americane e la dittatura del politically correct, la neolingua orwelliana, la “cancel culture” e le nuove religioni: il genderismo e il gretinismo, lo scientismo covidiota, la sacra russofobia militante e obbligatoria. A te non sta bene? Non sei d’accordo? Pazienza. Tu non conti niente, ormai. Non esisti nemmeno più, a livello mediatico. Vengo anch’io? No, tu no. Ma perché? Perché no.

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GIORGIO BOCCA: IL PRIMO A DENUNCIARE L’ABUSO

«Se ancora qualcuno mi riparla di Tav Torino Lione – scrisse Giorgio Bocca, in un memorabile intervento giornalistico – vado a ripescare il mio vecchio Thompson dal pozzo in cui l’avevo gettato, il 25 aprile del ’45». Di cosa parlava, Bocca? Della rivolta – pacifica – che nel dicembre del 2005 aveva spinto l’inerme popolazione della valle di Susa a scendere in strada, con i propri sindaci in fascia tricolore, fino a bloccare statali, autostrada, Tir e treni, paralizzando per giorni anche la tangenziale torinese. Obiettivo: contestare l’apertura dei cantieri dell’alta velocità ferroviaria italo-francese.

Dopo qualche anno di sonno apparente, le trivelle sono tornate all’attacco: e nel giugno 2011 la polizia ha sgomberato i militanti NoTav che si erano asserragliati a Chiomonte, dove poi è stato effettivamente scavato un piccolo tunnel di servizio. Da allora la scena si è complicata e anche inquinata, come sempre, con episodi di violenza dall’origine spesso opaca. Morale: oggi quella maxi-opera (doppione della linea internazionale già esistente) è ancora in itinere e forse un giorno vedrà davvero la luce.

OLIGARCHI AL POTERE, MORTA LA POLITICA

La triste saga valsusina, nell’estremo nord-ovest del paese, può sembrare una controversia di natura locale: incancrenita fin che si vuole, ma pur sempre periferica. Errore: la quasi-insurrezione popolare del 2005 era forse paragonabile – per estensione, intensità e trasversalità – solo ai Moti di Reggio Calabria. Come intuito dallo stesso Bocca, rappresentava uno squillante, profetico campanello d’allarme. Per la prima volta, senza più neppure fingere di esercitare un ruolo istituzionale e tutelare, la politica aveva sostanzialmente tradito la popolazione, lasciandola sola di fronte al suo enorme problema.

Secondo punto: il nuovo potere – ormai esplicitamente oligarchico, economico-finanziario e non più responsabilizzato dal vincolo democratico elettorale – avrebbe semplicemente cessato di fornire risposte (“Ma perché? Perché no”). Anche se pochi se ne accorsero, il ricorso ad una certa modalità di comando sbrigativamente autoritaria venne inaugurato proprio lì, nell’area-test della valle di Susa, fra Torino e le Alpi.

VENT’ANNI DI DOMANDE, SENZA MAI UNA RISPOSTA

Non è questione di merito, s’intende: si può disquisire all’infinito sull’utilità effettiva di una infrastruttura “faraonica” come quella. Secondo autorevoli specialisti, sarebbe completamente superflua. Pensata per il traffico passeggeri e poi – visto il crollo della domanda – convertita per le merci. Ma anche in quel caso, senza “mercato”: senza vere necessità. La questione principale, semmai, sta tutta nel metodo: è possibile calpestare rovinosamente qualsiasi forma di sovranità territoriale senza prima fornire agli abitanti una pur minima spiegazione?

È noto che i massimi esperti consultati dai NoTav – dal professor Marco Ponti in giù – abbiano bocciato il progetto, sulla base di analisi rigorose: nulla motiverebbe, né oggi né domani, un impegno di quel genere, che oltretutto presenta implicazioni ambientali devastanti. Peccato che la controparte (grandi partiti, Regione, governi centrali) abbia sempre fatto spallucce: non si può fermare “il progresso”, si sono limitati a ripetere, come se avessero di fronte un pubblico composto da bambini dell’asilo.

NEL MIRINO IL CITTADINO, RIDOTTO A ZERO

Ormai sono trascorsi quasi vent’anni: se nel frattempo i valsusini avessero ricevuto una risposta seria e ragionevole – almeno una, sulle ipotetiche valenze strategiche dell’opera – oggi probabilmente il movimento NoTav non esisterebbe neppure più: di fronte ad argomentazioni sensate, la popolazione – a malincuore – forse se ne sarebbe fatta una ragione. Invece, quando le domande dei valsusini si sono fatte insopportabili, l’unica risposta è arrivata dai reparti antisommossa: manganelli e lacrimogeni.

All’epoca, l’Italia era distratta. Pochi osservatori, come il sociologo Marco Revelli e un lottatore del calibro di Giulietto Chiesa, avevano intuito – da subito – il carattere minaccioso e universale del messaggio: oggi tocca alla valle di Susa, domani a tutti gli altri. È un nuovo potere, quello che ha gettato la maschera nel 2005 ai piedi della catena alpina. Un potere che, da lì in poi, non si sarebbe più fermato, nella sua guerra sporca contro il cittadino. Guerra che, a partire dal 2020, si è fatta drammaticamente sfrontata, senza più limiti né confini geografici.

GIORGIO CATTANEO

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