Per la generazione che visse la sua giovinezza nella seconda meta’ degli anni ’70 e raggiunse la piena maturita’ nel decennio successivo la musica era, per definizione, ribelle e niente aveva a che fare con la trasgressione odierna.
La ribellione era verso regole sentite come ingiuste e imposte da una cultura che voleva la societa’ civile irregimentata in classi sociali pressocche’ ingessate, certo non piu’ caste, perche’ la religione lo vietava, ma sicuramente rigidamente costituite.
Per i figli della classe operaia, in gran parte ex contadini o, peggio ancora, meridionali costretti ad emigrare nel Nord del triangolo industriale di allora, era difficile salire sull’ascensore sociale che li avrebbe fatti entrare nella borghesia, al piu’ potevano aspirare a diventare dei quadri intermedi o dei piccolo borghesi. Ecco a cosa ci si ribellava, a questa sorta di destinazione obbligatoria, a questa cultura appunto borghese che voleva ognuno rimanesse al proprio posto nella scala sociale e, conseguentemente, nel proprio ghetto culturale.
Ci giungevano pero’ storie da oltre-manica e oltre-oceano che raccontavano di figli di operai, sottoproletari, di perdenti, di esclusi dalla societa’ che cantando la propria condizione, cosi’come la vivevano e la sentivano, mettevano in campo un atto di denuncia di condizioni di vita ingiuste, di diritti negati o spacciati come privilegi.
In questo modo si facevano interpreti di una condizione sociale e culturale che era la normale vita quotidiana di grandi masse di cittadini oppressi, e di giovani insofferenti i quali inevitabilmente si riconoscevano in quelle parole, in quei versi cantati. La ribellione trovava voce e la musica diventava l’arma con la quale opporsi e affrontare il sistema. ‘Vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso…” “il mio mitra e’ un contabasso…” sono due espressioni di una stessa volonta’ ribelle che voleva ribaltare le rigide regole del potere, scardinandole per aprire a chiunque la strada della propria realizzazione.
Il mito della musica ribelle nasce quindi nella disperazione di una condizione umana e sociale non piu’ sopportabile, ne’ accettata. Per una intera generazione Che Guevara e Jim Morrison divennero i simboli della stessa lotta contro il potere e la guerra, per la liberazione degli uomini e quella dei popoli. Qui nasce il mito di una rivoluzione possibile con altri mezzi, per un periodo di tempo i concerti divennero pressocche’ sinonimo di manifestazioni politiche, momenti di dibattito e di aggregazione che riuscirono a fondere ed unire insieme studenti, operai, artisti, poeti, intellettuali, in un unico fronte, apparentemente inarrestabile.
Questo mito, ebbe anche i suoi eroi, icone del rifiuto e della ribellione come furono Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix, gli Jefferson Airplane e tanti altri. Milioni di giovani si identificarono in quelli che divennero gli eroi di quella generazione, offrendogli fama e successo ma aprendo cosi la strada anche ad una cocente e subdola sconfitta, il cui scotto avrebbe riverberato fino a noi, fino ai nostri giorni.
Nonostante cio’ il valore ed il significato di quel momento storico restano intatti e ancora capaci di suscitare scalpore, al punto che oggi il sistema vuole negarne non solo la veridicita’ quanto addirittura prova a rivendicarne un diabolico disegno, atto a deviare e ingannare e manipolare un movimento ribelle, per disinnescarne la valenza rivoluzionaria sul nascere.
Si vuole, attraverso questa narrazione, fare accattare la teoria di un inganno preparato e servito dal potere, in modo da disconoscere tutto quanto e riaffermare la impossibilita’ del cambiamento.
Restano pero’ i versi, le parole, le canzoni e la musica che certamente non possono essere stuprate nel loro significato, il cui messaggio non puo’ essere evirato.
Quegli eroi parlavano di cose che davvero sono entrate nel mito, il mito della verita’, della ribellione, del riscatto, della emancipazione, della realizzazione di se stessi che passa attraverso la conoscenza di se, quindi del rifiuto della menzogna e della ipocrisia, della manipolazione e della pre-determinazione del destino di ogni uomo.
Questo mito, questo anelito, questo bisogno incoercibile necessita pero’ di nuovi eroi, nuovi poeti, musici e cantori, capaci di mettere in versi quei motivi che sembravano passati ma che invece sono ancora vitali, quelle condizioni tragiche e dolorose che si sono anzi incancrenite nell’oggi.
Questo sistema ritorna alla guerra in forme ancora piu’ pericolose, vuole ripristinare non le classi ma vaneggia di nuovo di caste.
Ecco che allora ritornera’ , inevitabile, anche la musica ribelle, carica di vecchi miti ma piena e rigurgitante di nuovi eroi.
Nuovi eroi che spazzeranno via i figuranti, che oggi imperversano sui mass media, comparse di una recita che nel trasgredire le forme esteriori, ribadisce ruoli e impone costumi, rendendo impossibile liberarsi dalle gabbia di un consenso conclamato e accettato, propagandato proprio da quei finti ribelli che dissacrano la forma ma violentano la sostanza.
I vari Maneskin, Achille Lauro, Mahmoud sono gli agenti travestiti di un potere aggressivo e violento che disprezza cultura, tradizioni e storia, con l’intento di creare un uomo senza dimensione, senza identita’ ma anche senza una personalita’ propria unica e riconoscibile, per trasformarlo in una sorta di uomo spazzatura, cosi come il cibo spazzatura e la cultura del brutto di cui costoro sono gli agenti e i portavoce.
GENNARO DE MATTIA
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