Rendersi protagonisti della storia in un momento cruciale come questo, oltre a erigerci a paladini di un’intera, millenaria civiltà, ci aiuta a riconoscere come acclarate e cicliche tutte quelle insidie politiche che già in passato, sotto vari nomi e diverse casacche, hanno cinto d’assedio l’ancestrale senso d’appartenenza dei popoli.

Ebbene, proprio alla luce di un Occidente spaccato fra globalisti del great reset”,  vogliosi di sradicare tutto ciò che lega l’uomo a suolo e tradizioni, e identitaristi  che pretendono invece di continuare a chiamare “mamma” la propria madre e a voler vivere del proprio pane nella propria terra, scopriamo che i due fronti sono sempre esistiti e si sono sempre ferocemente combattuti.

Al disfacimento di un Impero Romano eccessivamente espanso ed etnicamente sdilinquito nel tempo, è succeduta la nascita di un Sacro Romano Impero che ne ha riconsolidato le migliori premesse giuridico-culturali, mettendo militarmente al sicuro il continente europeo da invasioni e barbarie.

A una Rivoluzione francese sanguinaria e fanatica, è succeduto un Congresso di Vienna riordinatore e riconciliatorio, che ha vendicato i martiri della furia patibolare e ha restituito ai legittimi proprietari i beni e i tesori artistici devastati dalle soppressioni napoleoniche.

Alla deposizione del vessillo sovietico con falce&martello, che snaturò ideologicamente un percorso culturale e religioso radicato nella tradizione greco-bizantina, abbiamo visto reissare l’aquila bicipite, emblema di quei canoni araldici e semiologici che rendono tutt’oggi la Madre Russia il più vasto bacino antropico di eredità caucasica, forse l’unica, vera papabile “Terza Roma” (non a caso così osteggiata dai potentati mondialisti)

Indiscutibile, quindi, che il fronte globalista abbia puntualmente perso ogni guerra, lungo i secoli, anzitutto perché disarmonico all’ordine naturale delle cose. E poi perché il nichilismo positivista, a-spirituale e massonico che ne ha sempre ispirato l’odio contro il trascendente e il senso d’appartenenza, si è pervicacemente servito di caporali mercenari e di masse mediocri, là dove il fronte identitario, al contrario, ha sempre contato tra le sue file gli spiriti più nobili e virtuosi della società, mossi dagli idealismi più muscolari e vitali.

Fra questi, troviamo messer Monaldo Leopardi, padre di Giacomo e nobiluomo marchigiano, il quale, in piena tempesta giacobina e a rischio di indebitare la propria famiglia, acquistò ad aste pubbliche, presso antiquari inconsapevoli del valore spirituale albergante nelle loro polverose botteghe e da autorità ecclesiastiche in ritirata, centinaia di manoscritti poetici, letterari e giuridici di epoca classica e di patristica, trovando così ad essi rifugio nella propria biblioteca e sottraendoli alla distruzione programmata della “cancel culture” napoleonica.

Egli, probabilmente stimolato dal continuo  confronto intellettuale col figlio Giacomo, capì per tempo che quel terrore giacobino inizialmente acclamato come “progressista” mirava in realtà a cancellare ogni traccia della spiritualità d’Occidente, iniziando dalla distruzione dei cimiteri cittadini ordinata da Napoleone con l’editto di Saint Cloud del 12 giugno 1804.

“Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senza altro pensiero” (Giacomo a Monaldo Leopardi, Recanati, estate 1819).

Il conte Leopardi fu dunque “brigante” alla stregua di tanti suoi italici contemporanei, da Fra’ Diavolo ai Sanfedisti, tutti guastatori dell’iconoclastia massonica che si batterono come leoni contro la tirannide usurpatrice, ognuno coi limiti dei propri mezzi e delle proprie armi.

Ebbene, chi di noi si sente davvero erede di questi eroi della resistenza identitaria, ne celebri dunque il coraggio e la memoria semplicemente imitandone le gesta.

HELMUT LEFTBUSTER

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