Mario Monti declama in tv, senza ritegno alcuno, la sua idea di libertà: Bisogna trovare delle modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione, in una situazione di guerra si devono accettare delle limitazioni alle libertà”. Accade a La7 qualche giorno fa in presenza di ben tre celebri giornalisti in studio, che non hanno nulla da ridire anzi fanno sì con la testolina e aggiungono ridendo “Chissà che succederà ora in Rete”.

Mario Monti non è nuovo a queste uscite, si era già esibito in perle quali ““le istituzioni europee hanno accettato l’onere dell’impopolarità, essendo al riparo dal processo elettorale“, oppure abbiamo bisogno delle crisi per fare passi avanti”. Dimenticando peraltro, nel suo declamare di “guerra” contro il solito nemico invisibile, che in Italia è preposto il Parlamento a dichiarare guerre, non Speranza, Brusaferro o il primo generale che passa. Ma malgrado abbia l’alto onore di essere stato nominato senatore a vita (poco ha messo piede in Parlamento, evidentemente ritenendola una perdita di tempo), Monti mostra continuamente fastidio per i lacci e lacciuoli che vincolano la vita democratica e che impediscono alle elites di governare il mondo -e il bestiame che lo abita- in modo finalmente civile e illuminato.

L’attacco del senatore, naturalmente, non è rivolto alla stampa e ai media, che infatti fanno di sì e “somministrano” informazione così come vuole il padrone; l’oggetto degli strali, cioè la de-democraticizzazione, è come al solito la Rete: su cui può scrivere (e soprattutto leggere) chiunque, consentendo di far passare narrazioni poco gradite al potere e che quindi il potere non controlla. Ma tutto ciò è farina del sacco del senatore Monti?

E’ lecito dubitare. Monti non sembra uno che brilli per spirito di iniziativa e vada in tv a fare sparate di questa portata così per sport. Purtroppo la stessa idea che ha espresso sta serpeggiando da vari giorni anche a livelli, come dire, “superiori”.

L‘Aspen Institute, ad esempio, ha recentemente pubblicato il report della sua “Commissione sul disordine informativo” (già il nome la dice lunga), in cui si reitera la necessità di un controllo dall’alto attraverso commissioni, fact-checkers ecc sulla disinformazione in Rete, riguardo argomenti come la salute ma anche come approccio culturale su inclusione, discriminazione e così via. E poteva mancare l’ineffabile Klaus Schwab, vera stella della situazione mondiale Covid?

Non poteva mancare. E infatti, dopo il bestseller Grande Reset, eccolo promuovere il prossimo hype che già sta fomentando le alte sfere: The Great Narrative, ovvero la Grande Narrativa. Questo è infatti il nome scelto per il meeting del World Economic Forum svoltosi negli Emirati Arabi un paio di settimane fa: creare una narrativa che possa aiutare a guidare la creazione di una visione più resiliente, inclusiva e sostenibile per il nostro futuro collettivo”. Le tre parolette chiave ci sono, e la frase infatti non significa nulla. Più chiaro invece il senso di un’altra espressione sempre dal WEF: “nella battaglia per i cuori e le menti degli esseri umani, la narrativa supererà costantemente i dati nella sua capacità di influenzare il pensiero umano e motivare l’azione umana”.

Battaglie e guerre, di nuovo: che le alte sfere hanno tutte le intenzioni di vincere. Il nemico siamo noi e la libertà di espressione in Rete, e ogni arma è lecita. Incluse, anzi in primis, censura e lavaggio del cervello.

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