Quante persone oggi ascoltano da uno stereo le melodie musicali, le note, e le sue armonie chiudendo gli occhi seduti sul divano? Molto pochi, forse pochissimi. Però molti sentono questi suoni ovunque come rumori intorno senza dare troppa attenzione, nei bar, nei supermercati, o facendo jogging per strada con le cuffie attaccate a un iPhone. Ma se poi questi suoni rumorosi di poca importanza sono accompagnati da immagini accattivanti, belle forme di corpi e di costumi, anche quel suono rumoroso diventa superfluo. Rimane solo l’immagine che diventa parametro fondamentale di gusto e di giudizio.

Il consumo dell’immagine non solo diventa elemento di identità individuale ma ha prevaricato la dimensione del suono musicale.

Le note e le scale musicali, lo studio dell’armonia complementare, sono materia vuota senza uno stilista che consiglia all’artista musicale vestiti trasparenti, pantaloni a zampa, jumpsuit attillati. Anche le note sono obbligate a vestirsi bene e a essere belle.

La vittoria dei Måneskin al Festival di Sanremo e all’Eurovision 2021 è il risultato di questa nuova concezione estetica della modernità. La musica si trova svuotata e sostituita da un insieme di immagini e look style, e che si riconoscono come dimensione sensibile per eccellenza.

I Måneskin vincono per il contorno estetico, nell’associazione corpo-viso-abito.

Questo è il bene reale che loro incarnano semioticamente inserendo anche la narrazione di band che ha iniziato dalla strada diventando in poco tempo stars internazionali.

In tutto questo dov’è la musica? La musica e il testo passano in secondo piano. L’aspetto commerciale nella musica ha materializzato l’estetica e la sua spettacolarizzazione si trasforma in simulazione. Si rappresenta la società con modelli di realtà che non sono reali. Loo spiega bene il filosofo Baudrillard nella sua famosa opera Simulacri e Simulazioni (1981).

Una società formata da simulazioni della realtà crea il pericolo di identità fragili e scomponibili costretti a trovare nuovi segni di realtà per continuare ad esistere. Si creano le identità multiple che si arrampicano sugli specchi. Quindi oggi l’artista famoso, da cantante si inventa scrittore di romanzi, oppure attore di cinema, o presentatore TV nonostante la dizione non perfetta, o magari si mette in politica e crea un partito.

Se l’immagine ha sepolto la dimensione del suono e della parola sarebbe utile indagare sulle cause di questo fenomeno. Già Platone osservò che il logos dell’immagine, artificio tecnologico e non naturale, penetra violentemente nei discorsi verbali fino ad affermarsi nei secoli nel mondo dell’arte.

Il conflitto tra immagine, parola, e musica verte su un unico principio, ovvero, la comunicazione.

La parola e la musica hanno bisogno entrambe di una struttura grammaticale, e per comprenderli è necessario lo studio costante. L’immagine, invece, attraverso tecniche di forme, luci, e colori, si è distaccata dalla comunicazione per accogliere il riflesso dell’altro per poi ritornare su sé stesso. L’immagine perde la sua sacralità per diventare estetica autoreferenziale, quindi sensazionalismo. Federico Vercellone in Il Futuro dell’Immagine (2017) espone in dettaglio questo tema.

Nella società dei consumi, l’immagine è funzionale nel contesto di circolazione globale delle merci, tra cui il prodotto musicale da vendere. Il bel viso e le belle forme del corpo di un cantante e di un musicista sono finalizzati alla massimizzazione del profitto.

Se Lucio Dalla, Franco Battiato, o Sergio Endrigo, che non furono dei modelli estetici d’immagine, fossero oggi dei giovani musicisti emergenti, avrebbero avuto successo in questo tipo di società? Nel loro caso, la musica avrebbe prevaricato sull’immagine? La semiotica, che produce segni e narrazioni artificiali per vendere, avrebbero funzionato sui grandi cantautori italiani del novecento?

Io credo di no.

Nella società algoritmica dei consumi si deve essere merce per diventare soggetto.

Anche chi si professa artista ribelle anti-sistema (il “non me ne frega di niente” di Achille Lauro) è costretto a seguire le logiche del sistema del consumismo tecnologico capitalista. Il vero artista-ribelle è colui che rifiuta l’omologazione vivendo in isolamento e lavorando in silenzio come gli antichi alchimisti medioevali.

Sarebbe meglio spegnere i computer, i telefoni, i social networks, per recuperare l’educazione all’ascolto delle note musicali proveniente da uno stereo seduti sul divano con gli occhi chiusi.

Oggi grottescamente è un’azione rivoluzionaria.

DARIO ZUMKELLER

Cantautore e Poeta. Vincitore di Strafactor nel 2017 e autore dell’album di poesia cantata “La Calce di Ulkrum” nel 2020.

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