C’era una volta la RAI Democristiana, codina e bigotta, in cui vigeva una censura tanto cavillosa quanto ridicola. Il tabù della TV pubblica di allora era per l’appunto  rappresentato da tutto ciò che alludesse in qualche maniera alla sessualità. A pensare a cosa è diventata la televisione commerciale e di Stato da allora viene da sorridere… Non tanto per il ricorso esibito e continuo alla volgarità, al doppio senso, alla ipocrita pruderie – che potrebbero anche essere comprese – quanto per il tema che è diventata oramai una vera ossessione  applicata ad ogni ambito di comunicazione di massa, ovverosia quello della identità sessuale “non convenzionale”. Dagli spot pubblicitari o le fiction con le “quote omosessuali”, agli attori “en travesti” vecchi come la recitazione stessa, ma fatti passare per paladini di genere, nulla si salva.

Naturalmente neanche la musica, pochissima e di bassa qualità, che la RAI trasmette. Oramai le occasioni rimaste sono solo Sanremo e Eurofestival; il Festival della canzone italiana, una volta tempio di una idea di tradizione certamente asfittica, ma quantomeno non  totalmente scollegata dalla realtà, è da qualche anno divenuto il campo privilegiato di azione di una propaganda sfacciata, ossessiva per l’appunto.

La sostanza è semplice: non esiste problematica, rivendicazione, battaglia individuale o collettiva, che sia ritenuta meritevole di essere espressa se non quella legata alla identità sessuale. Il frignisteo collettivo è tanto rumoroso, che verrebbe da pensare di vivere in una teocrazia, invece che in un paese in cui forme di omofobia o pregiudizio sessuale sono – fortunatamente – relegate ad una infima ed inappariscente minoranza.

Il brano vincitore del Festival di questo anno, “Brividi”, interpretata dal duo Mahmood e Blanco, inscena un dialogo amoroso tra due uomini.  Se una canzone con questa tematica non avesse vinto la competizione avremmo assistito ad un delirio isterico da parte di tutti i media che avrebbero bollato il nostro paese come “medievale”. Poiché la sceneggiatura ha avuto il finale previsto, invece, il coro è stato estatico. “Tutto è cambiato”, ci dicono. E se qualcuno osasse avanzare il dubbio che quella canzone fosse brutta e premiata solo per la – furba – scelta tematica?

Sarebbe lesa maestà?

Inoltre: anche il tema più rivoluzionario e trasgressivo quando subisce una istituzionalizzazione perde mordente, finendo per diventare dialettica bolsa, noiosa e profondamente conformista.

Già… Non siamo più alla RAI degli anni ’50.

E, per chi fosse stato distratto segnalo sommessamente che – anche limitatamente al caso italiano – Gian Pieretti nel  1973 dedica un intero album al tema della omosessualità (“Il vestito rosa del mio amico Piero”), nello stesso anno Juri Camisasca affronta il tema del travestitismo in “John”, e nel  1977 Alfredo Cohen dà voce (e soprattutto dignità e umanità) a tutto un universo di vite cancellate, reiette, taciute fino a quel momento non meritevoli di apparire all’interno del mondo dipinto dalla canzone italiana con l’album “Come barchette dentro a un tram”.

Talvolta l’adagio di Vittorio Sgarbi ha davvero un suo senso: “Studiate, capre!”

ANTONELLO CRESTI

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