«Se restiamo fermi, diventiamo davvero quello che il potere vuole che siamo: animali da mungere, oltre che scimmie da ipnotizzare». Che cosa avrebbe detto, Lucio Dalla, davanti alla devastazione sociale imposta nel 2020 con il lockdown e l’anno seguente con il lasciapassare obbligatorio? Sentite: «Stanno procedendo a creare una mutazione nel nostro Dna: con la scusa di andare avanti ci fanno tornare indietro. A me non spaventa, ormai ho 66 anni compiuti. Penso invece ai ragazzi di 15 anni, se non hanno attorno dei genitori che, pagando di tasca loro, si impegnino a fargli capire che la vita non è solo quella che gli fa vedere la televisione. C’è una serie di istituzioni che sono quasi diaboliche. E il popolo è sottostante: subalterno».

Era il 2009, l’esternazione è ricomparsa ora su YouTube. Tre anni dopo quelle parole, l’autore di “Piazza Grande” e “L’anno che verrà” sarebbe morto improvvisamente: infarto. Difficile immaginare che avrebbe tenuto il becco chiuso, quando “Giuseppi” e il fido Speranza rinchiudevano in casa gli italiani. Arresti domiciliari e coprifuoco, grazie al terrore amplificato dai media su richiesta del governo. Bastava molto meno, a Lucio Dalla, per disturbare il manovratore. Il silenzio tombale dei suoi colleghi, invece, passerà alla storia. Salvo la protesta di pochissimi – come Enrico Ruggeri – degli altri sarà ricordato il mutismo. O addirittura il collaborazionismo. Così bravi, a scherzare (e campare) sul ribellismo giovanile. E così zelanti e pronti, nel momento del bisogno, a reggere la coda al tiranno.

LE DENUNCE DI UN ARTISTA CONTROCORRENTE

Lucio Dalla, no: era di un’altra stoffa. Un grande artista, capace di declinare nella semplicità del pop anche i concetti più impegnativi. E persino di riprodurre l’enfasi futuristica dell’epopea ruggente dei motori, nella dedica – epica – a un corridore d’altri tempi come il leggendario Nuvolari. Un poeta anche politico, Dalla, in grado di misurare quant’è davvero profondo, il mare della libertà: “Il pensiero è come l’oceano: non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare. Così stanno bruciando il mare, così stanno uccidendo il mare”. Un uomo del suo tempo, con addosso la responsabilità del testimone. Come emerge in quella canzone poco nota, “Comunista”, dove proclama con commozione: “Canto l’uomo che è morto, non il dio che è risorto”. Era credente, Lucio? Sì. A modo suo, lontano dal potere vaticano: «Mi sento cristiano, però non sopporto che il Papa vada in Africa a raccomandare agli africani di non usare il preservativo».

«Anche nell’anima più confusa – confida, sempre nella conferenza del 2009 – c’è nascosto qualcosa di vitale, che è l’insegnamento di Cristo: dice che, attraverso la privazione, si riesce a capire il mondo. Essere poveri non è augurabile a nessuno. Spesso, però, la povertà non è così umiliante come la ricchezza di oggi, fondata sui consumi imposti dalla pubblicità». Messaggi espliciti: non significa che occorra spegnere il televisore, aggiunge, ma bisogna imparare a capire che quel mondo virtuale «è fatto dai nostri nemici» (testuale: nemici). Prime vittime, i giovanissimi. «La scuola dovrebbe insegnare loro a non cadere in questa trappola per volpi. I ragazzi devono poter mantenere viva la loro naturale tendenza a essere anche un fenomeno giustamente eversivo, nel senso buono della parola».

ALLARME GIOVANI: LI VOGLIONO LOBOTOMIZZATI

Invece, per i dominatori, il giovane oggi «deve essere quieto, benpensante e rincoglionito». E per ottenere questo, «il potere ha bisogno di stordirlo: non deve essere reattivo». In altre parole, ormai «ai giovani è vietato fare un sogno serio, gli è proibito volare: ecco perché la chimica, le pastiglie nelle discoteche, l’ubriacatura. I giovani non devono pensare, perché in qualche modo siano veramente schiavi, fin dall’inizio». Ancora: «Il potere sogna di avere esseri umani tutti uguali, facili da mettere dentro a una scatola». Brutta roba, il dominio: «E’ deprecabile qualsiasi tipo di potere: di sinistra e di destra, di sopra e di sotto. Ecco, noi dobbiamo perlomeno desiderare di esserne esenti: io non voglio avere potere su nessuno. Mi fa orrore, quel tipo di patrimonio».

Un pensiero libero e anarcoide, con licenza poetica. Ma non solo. Perché forse c’era anche dell’altro, nelle profondità autoriali e compositive di Lucio Dalla. Abilissimo nel proporre raffinate suggestioni a doppio fondo: come quelle, esoteriche, de “L’ultima luna”, che probabilmente allude anche alle tante, successive civiltà umane che avrebbero abitato la Terra, prima della nostra. Ambivalente e misteriosa pure la celeberrima “4 Marzo 1943”: sembra rimandare – in modo esplicito – allo sbarco leggendario della Maddalena in Provenza (“Sembrava la Madonna, con il bimbo da fasciare”: versi che hanno l’aria di esser stati messi lì apposta – ben prima del “Codice da Vinci”, di Dan Brown – per far pensare al mitologico Sang Real, la favolosa “discendenza cristica” a cui si sarebbero richiamati i regnanti merovingi). E tutto questo in una canzonetta?

MORTE CHIMICA, QUELLE SCIE NEL CIELO

Tutto questo, e non solo. Era il 1999 quando Dalla lanciò il brano “Ciao”, accompagnato da un video eloquente: quel “ciao” valeva un addio. Stava per arrivare l’euro. L’avvertimento cifrato del cantautore: cari italiani, prepariamoci a dimenticarci i bei tempi felici, i decenni del relativo benessere di ieri. Nel 2018 fece scalpore il testo di una canzone uscita postuma, “Starter”. “Che cos’è che passa lì nel cielo? Un aereo o una meteora? C’è qualcosa che vien giù: è una neve metafisica, la morte chimica”. C’è bisogno di aggiungere qualcosa? Forse sì: l’abilità con cui l’autore – alla maniera degli esoteristi – nascondeva i gioielli con cura, mescolandoli a versi di minore intensità, quasi anonimi: in modo che la loro presenza fosse mimetizzata, apparisse casuale. Messaggio nel messaggio: la devi sempre cercare, la verità. Devi fare un po’ di fatica, ti tocca allenare certi muscoli: dell’encefalo, e non solo. Perché la chiave profonda risiede in un altro strumento: l’intuito analogico, il lampo emozionale del cuore.

L’ultima luna – cantava Dalla, nel lontano 1979 – la vide solo un bimbo appena nato. Aveva occhi tondi, neri e fondi: e non piangeva. “Con grandi ali prese la luna tra le mani, e volò via: era l’uomo di domani”. Concetto ribadito in quell’intervista di vent’anni fa. «Dobbiamo avere grande fiducia nella possibilità che ognuno di noi ha di modificare il mondo. Questo sì, che è bello: possiamo veramente cambiarlo, il mondo. Però dobbiamo averne un grande rispetto, un grande rispetto degli esseri umani». Aggiungeva: «Forse noi artisti siamo un’espressione dell’anima collettiva, che pulsa in continuazione. Quindi abbiamo una precisa responsabilità». In quale cielo abitava, già allora, Lucio Dalla? L’anima collettiva, che può sempre trasformare il mondo: a patto che si debelli, tutti insieme, il virus malefico della paura. Quanto ci manca, oggi, una voce come quella?

GIORGIO CATTANEO

You may also like

Comments are closed.