Che nostalgia, per lo “scrutatore non votante”. Era il 2006, l’alba del millennio. Non poteva immaginare, Samuele Bersani, che si sarebbe arrivati – in men che non si dica – all’ultimissimo erede di quella strana famigliola: l’astensionista antisistema. Si assomigliano davvero, i due supereroi di questi tempi grigi?

Lo scrutatore non votante – lo sfotteva il cantautore – è come un ateo praticante seduto in chiesa la domenica: si mette apposta un po’ in disparte, per dissentire dalla predica. Bel tipo: prepara un viaggio, ma non parte. Pulisce casa, ma non ospita. Ha collegato la stampante, ma non spedisce mai una lettera. Lo fa svenire un po’ di sangue, ma poi è per la sedia elettrica.

In fondo, si era pur sempre nella preistoria berlusconiana della Seconda Repubblica. Era ancora di là da venire il dramma nazionale, la vera causa della tragedia italiana: le Cene Eleganti. E tutto si poteva pensare, del Cavaliere, tranne che – in capo a meno di vent’anni – sarebbe stato l’unico leader politico, tre volte premier, a dire finalmente la verità sulla guerra in Ucraina.

LA CATASTROFE: DEMOCRAZIA CONFISCATA DAL 2020

Era un’altra era geologica, quella del 2006: Saddam e Gheddafi erano ancora vivi. Poi il film avrebbe sciorinato i suoi orrori: il martirio della Grecia, il loden di Monti e le lacrime della Fornero, quindi le sparate di Renzi e quelle di Grillo e Salvini. Dopodiché, col 2020, fine della ricreazione: il terrore casa per casa, il coprifuoco, la catastrofe.

Del tutto ovvio il passaggio successivo: dalla guerra sanitaria a quella convenzionale, con i carri armati. Passando per tappe dimostrative intermedie: Nunzia Schilirò cacciata dalla polizia, Stefano Puzzer spazzato via dal molo di Trieste con gli idranti. E sua santità Mario Draghi nel ruolo di Minosse, arbitro della vita e della morte (civile) dei sudditi.

UNICA VITTIMA DEL NON-VOTO, IL PARTITO DEL DISSENSO

Appena prima che calasse la notte definitiva, il mago nero decretò che le elezioni anticipate si sarebbero svolte appena dopo ferragosto, sotto l’ombrellone. Solo un tordo poteva non capire l’antifona: tanta precipitazione aveva un un unico obiettivo, evitare che la rabbia dei maltrattati avesse il tempo di trasformarsi in voti.

Missione compiuta, anche grazie alla provvidenziale discesa in campo del nuovo eroe, l’astensionista antisistema. Quattro milioni di disertori in più, rispetto alla tornata precedente. Insufficienti per determinare qualsiasi risultato, tranne uno: sbarrare le porte del Parlamento alle neonate liste anti-mainstream, evidentemente fastidiose.

OGGI ORMAI DILAGA LA DISERZIONE DELLE URNE

Lo si può ben capire, il non-voto: da trent’anni l’Italia è alla deriva, ipnotizzata dal finto derby tra destra e sinistra. L’agenda infatti è la medesima. Basta vedere le magre figure che sta rimediando, una dopo l’altra, Giorgia Meloni. Neppure lei è esente dalla specialità dei palazzi romani: rimangiarsi tutto, alla velocità della luce.

A essere un po’ in crisi, forse, è l’ipnosi: alle regionali, ieri, hanno disertato le urne sei elettori su dieci. E stavolta senza che nessuno li avesse più invitati a restare a casa, promettendo in cambio chissà quale palingenesi. Perché era accaduto anche questo, lo scorso settembre: tanti improvvisati influencer – oggi scomparsi, come per incanto – avevano giurato che a salvare la patria sarebbe stato proprio lui, lo scrutatore non votante.

LE FACILI ILLUSIONI ALIMENTATE DAGLI INFLUENCER

Come se, per fondare un sistema alternativo, bastasse fare marameo – ogni qualche anno – a quei poveri fessi dei candidati. Seriamente: erano volate parole grosse. Libertà. Riscatto. Rivoluzione. Sembrava dietro l’angolo, l’aurora del Nuovo Mondo, tra gli urrà delle piazze. E al tempo stesso risuonavano tetre profezie vendute come infallibili e inesorabili: prima di Natale salterà tutto per aria. La crisi energetica, la fame, l’assalto ai negozi, l’apocalisse.

Non che la situazione sia allegra, tutt’altro. Ma la declinazione della realtà, generalmente, tiene conto di un’infinità di variabili. Intanto, è vero, sta lentamente crescendo un sottobosco promettente fatto di piccole solidarietà trasversali: cibi a chilometri zero, scuolette parentali, ambulatori indipendenti. Sì, d’accordo: ma la politica? Perché lasciare campo libero – ancora e sempre – ai soliti noti? Perché rinunciare a una pubblica contro-narrazione politicamente condivisa?

DANILO DOLCI, DON MILANI: I MAESTRI DI IERI

Ci sono semi silenziosi che, col tempo, sembrano poter dare frutto. Danilo Dolci, don Lorenzo Milani. Il dialogo incessante, la cultura politica, la sfida fondata sul coraggio di esserci: libertà è partecipazione, cantava Gaber. L’Italia ha avuto autentici maestri, in questo campo: maestri veri, profondi. Non ci sarebbero mai cascati, nemmeno per sbaglio, nel trappolone smargiasso dei Vaffa-Day. Oggi, anche senza per forza richiamarli in servizio facendo l’appello, quei profeti tornano attuali: come se fossero di nuovo qui, a dire la loro.

La lezione? Non dividersi, mai più. Perché ci si rimette sempre. Per questo i dominatori fanno di tutto, per seminare inimicizie incrociate. L’astensionista antisistema? È il benvenuto, purché si limiti a non votare. Continuando a credere che basti davvero quello, a cambiare le cose. L’importante è che continui a rigare dritto. E che non gli venga in mente di disturbare il manovratore in modo attivo: magari con astensionismi decisamente più concreti e antipatici, tipo quello fiscale.

SABOTARE IL VOTO PER NON POI NON FARE NIENTE?

A dare fastidio, ormai, basta pochissimo: è sufficiente spiattellare la verità sul Donbass, come ha fatto Giorgio Bianchi (e lo stesso Francesco Toscano, nel salotto di Bruno Vespa). È un attimo, e ci si guadagna la medaglia di nemico pubblico, da mettere all’indice. Se invece ti limiti a declamarla sui social e nelle piazze, la tua versione dei fatti, il disturbo viene digerito più facilmente. L’intolleranza scatta quando, dal “no” (oggi alla guerra, ieri alla “dittatura” sanitaria) scaturisce una piattaforma che ha l’ambizione di far sventolare le sue bandiere anche nelle sedi istituzionali.

La voce di Giorgia Meloni ora raccomanda di silenziare d’imperio ogni fiato di dissenso: proprio come farebbe un qualunque debunker della domenica. La premier sembra prolungare – nei palazzi – l’effetto dell’auspicio cervellotico formulato dall’astensionista antisistema, lo strano Amleto che non ha mai un dubbio su niente. Anche il mitico “scrutatore non votante” sceglieva il non-essere, ma senza rivendicare la sua scelta. E la guerra di oggi – totale, subdola, invasiva – non era nemmeno lontanamente immaginabile, nell’universo canoro tracciato da Samuele Bersani nel 2006. Quello era un mondo popolato da esseri umani ancora convinti che certe cose, semplicemente, non le avremmo mai potute vedere.

GIORGIO CATTANEO

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