L’Italia non vola più: oggi ultimo volo di Alitalia

Oggi alle 23:10 atterrerà a Fiumicino l’ultimo volo dell’Alitalia, un airbus 320 con 180 passeggeri proveniente da Cagliari.

Si chiude così mestamente la storia, durata quasi 75 anni, della nostra compagnia di bandiera, e sembra quasi una metafora di un’Italia che dopo aver raggiunto nei decenni del dopoguerra altezze insperate da trent’anni ormai ha smesso di volare.

Sembrano lontanissimi i tempi in cui Alitalia scalava le posizioni nella classifica mondiale delle compagnie di linea, aumentava la propria flotta e vedeva crescere il numero dei viaggiatori ogni anno.

I guai per Alitalia sono iniziati negli anni 90, con le liberalizzazioni che hanno messo la nostra compagnia in concorrenza diretta con altri vettori che offrivano prezzi molto più bassi, grazie a dipendenti che, per numero e stipendio, avevano un costo molto minore rispetto a quelli di Alitalia.

Proprio come è stato per la globalizzazione mettere in concorrenza aziende con costo del lavoro bassissimo e aziende che devono impiegare lavoratori ben retribuiti e tutelati significa inevitabilmente portare al fallimento chi garantisce condizioni migliori alla propria forza lavoro. E per decenni Alitalia, come tutte le imprese pubbliche, ha anche svolto un ruolo di ammortizzatore sociale, garantendo l’assunzione di molti lavoratori anche per ragioni politiche.

Non si tratta di riesumare la vecchia e falsa retorica sui carrozzoni pubblici, l’IRI è stato un fattore di sviluppo industriale economico e sociale senza precedenti, ma un sistema così complesso funziona se le sue parti sono in equilibrio, modificare alcuni aspetti in nome di dogmi neoliberisti significa minare la solidità di tutta la costruzione.

Negli ultimi travagliati anni ad affondare definitivamente Alitalia sono state scelte manageriali al limite del demenziale, in particolare quella di puntare sui voli interni e sulle tratte brevi, proprio il settore di mercato in cui la concorrenza delle low cost e dei treni ad alta velocità era più forte, con risultati disastrosi e perdite enormi, puntualmente ripagate dai contribuenti.

La breve avventura dei “capitani coraggiosi”di Alitalia Cai prima e l’ingresso di Etihad con un assegno da 1.7 miliardi poi, non riescono a raddrizzare la rotta e nel 2017 scatta l’amministrazione controllata che durerà fino ai giorni nostri.

L’accordo raggiunto con l’Ue per l’avvio della nuova società Ita ha imposto il sacrificio della vecchia compagnia, ma il marchio potrebbe rimanere sugli aerei della nuova compagnia di bandiera, se questa riuscirà ad aggiudicarsi la gara con i 90 milioni offerti.

E, anche se improbabile, non è ancora scongiurata l’ipotesi peggiore, quella del fallimento.

La nuova compagnia di bandiera ripartirà con una flotta molto ridotta, appena 52 aereomobili che dovrebbero aumentare a 78 nel 2022, e con meno di 3000 dipendenti, tutti assunti con contratti flessibili e competitivi.

La data fissata per il primo volo è il 15 ottobre, un giorno che per i trasporti e per il Paese in generale si annuncia già come cruciale.

Arnaldo Vitangeli

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