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Notizie12 Luglio 2021

L’esperimento Zimbardo: quando l’autorità abusa del suo potere

Visione TVDi Visione TV·8822 contenuti pubblicati
Lorenzo Torielle analizza l'esperimento carcerario di Stanford, evidenziando l'abuso di potere da parte delle guardie. Si discute anche delle implicazioni etiche e dei parallelismi con abusi di autorità nella storia recente.
Punti chiave
  • L'esperimento di Stanford si svolse nell'estate del 1971.
  • I partecipanti furono divisi in prigionieri e guardie in una finta prigione.
  • La situazione degenerò rapidamente, portando a violenze e umiliazioni.
  • Zimbardo interruppe l'esperimento dopo soli cinque giorni di caos.
  • Si evidenzia un problema sistemico negli abusi di autorità nel mondo.
L'articolo

Nell’estate del 1971 un gruppo di ragazzi della prestigiosa Università di Stanford rispose a un annuncio sul giornale per partecipare a quello che sarebbe passato alla Storia come il famoso esperimento carcerario di Stanford.

Vennero selezionati 24 ragazzi e furono assegnati in maniera casuale al gruppo dei prigionieri o a quello delle guardie; il loro compito era rimanere per due settimane in una finta prigione allestita nello scantinato di un’ala dell’Università.

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Dopo soli 5 giorni lo psicologo Philip Zimbardo, responsabile dell’esperimento nonché direttore del carcere, fu costretto a interrompere la sperimentazione per via del rapido degenerare della situazione. Dopo un primo giorno di esperimento relativamente tranquillo, i detenuti iniziarono a contestare i metodi autoritari delle guardie e a ribellarsi. Le guardie, a cui era stata lasciata carta bianca sul modo in cui mantenere l’ordine all’interno della prigione, si trovarono a dover fronteggiare una vera e propria rivolta con annesso tentativo di evasione. Il loro comportamento verso i detenuti, fin da subito molto autoritario ma ancora scherzoso, in seguito alla rivolta divenne intimidatorio e feroce. Iniziarono a umiliare i detenuti con ogni sorta di vessazione fisica e morale: i malcapitati furono costretti a lavare latrine a mani nude, a svegliarsi nel cuore della notte per eseguire estenuanti esercizi fisici, vennero sottoposti a deprivazione sensoriale e chi provò a ribellarsi fu mandato nella stanza di isolamento per diverse ore.
E’ molto interessante notare come il quarto giorno, per via di un caso di ribellione di un detenuto che si era barricato in cella e non voleva partecipare alla conta, le guardie abbiano scelto di assegnare degli esercizi di punizione a tutti gli altri detenuti. Lo fecero scientemente con l’obiettivo di spezzare ogni tipo di solidarietà con il ribelle, ottenendo proprio l’effetto sperato.

Il quinto giorno, Zimbardo si vide costretto ad annullare l’esperimento in quanto la situazione era totalmente sfuggita di mano. Chi si è trovato a ricoprire il ruolo dell’autorità ha senz’altro perso il controllo, ma ancora peggio è stato il cambio di comportamento osservato nell’altro gruppo, quello dei prigionieri.

In meno di cinque giorni questi ragazzi hanno completamente perso il senso della loro identità, arrivando a dimenticarsi di non essere dei prigionieri ma dei semplici partecipanti a un esperimento! E’ impressionante notare come degli studenti universitari della California di inizio anni ‘70 (quindi con una forte ideologia di rifiuto nei confronti dell’autorità e animati da un implicito sentimento di fratellanza), nel giro di pochi giorni vennero piegati e trasformati in dei subumani impauriti, proni e pronti a obbedire ciecamente agli ordini vessatori dell’autorità, arrivando perfino a odiare i propri compagni di prigionia che ai soprusi provavano a ribellarsi…
Tra i fattori che hanno aiutato a rendere più forte questo effetto di deindividuazione sicuramente troviamo le uniformi di entrambi i ruoli, gli occhiali a specchio pensati per schermare le emozioni delle guardie e il divieto imposto ai detenuti di usare i propri nomi in favore del numero che portavano cucito sul petto della divisa da carcerato (es. #8214).

Per via delle forti sofferenze che comporta sui partecipanti, un esperimento come questo non è eticamente accettabile, per cui non può più essere replicato.

Seppur con qualche limitazione metodologica, l’esperimento di Stanford ci mostra come anche un essere umano buono, se posto in un contesto malvagio e soprattutto deindividuante, possa arrivare a macchiarsi delle peggiori atrocità.


Purtroppo, di “effetto Lucifero” se ne torna a parlare dopo ogni scandalo relativo ad abusi di autorità in divisa. Tristemente famoso lo scandalo riguardante le svariate violazioni dei diritti umani perpetrate dall’esercito americano e da agenti della CIA nel carcere di Abu Ghraib in Iraq.

Nella storia del nostro Paese c’è solo l’imbarazzo della scelta, i casi di abuso da parte degli uomini in divisa sono innumerevoli e ricorrenti. Il leitmotiv delle autorità chiamate a esprimersi sui casi, soprattutto se sono politici di destra con la tendenza a indossare felpe della polizia, è quella di addossare tutta la colpa ai responsabili farfugliando qualche frase di circostanza, in stile “chi ha sbagliato dovrà pagare” o qualcosa di analogo.

Ma siamo proprio sicuri che siano tutte mele marce i responsabili delle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere? E in caso affermativo, lo sono anche i cinque carabinieri della caserma di Piacenza, i responsabili della morte di Federico Aldrovandi, gli assassini di Stefano Cucchi, i picchiatori del G8 di Genova e via dicendo?

O forse sarebbe il caso di considerare che sia un problema di natura sistemica, peggiore in quei contesti di forte cameratismo, ma potenzialmente riscontrabile ovunque l’autorità possa abusare dei suoi poteri in maniera incontrollata e senza troppo spesso pagarne alcuna conseguenza?

LORENZO TORIELLI

Per approfondimenti:


Pubblicazione:  http://pdf.prisonexp.org/ijcp1973.pdf  

Sito web ufficiale dell’esperimento:  https://www.prisonexp.org/home

Documentario BBC: https://www.youtube.com/watch?v=F4txhN13y6A

Libro Zimbardo: https://www.ibs.it/effetto-lucifero-cattivi-si-diventa-libro-philip-g-zimbardo/e/9788860301574

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