L’immagine elettorale di uno dei fantomatici candidati “anti-sistema” alle regionali del Friuli Venezia Giulia in stile monumento equestre, che promette di donare 2.000 euro del proprio stipendio “allo sport e ai poveri”, dimostra in maniera impietosa come certi veleni dell’antipolitica siano come non mai presenti tra coloro che si vorrebbero “risvegliati”.

Per circa tre anni tutta la mitopoiesi grillina è stata sottoposta a una critica radicale dagli ambienti che ci vedono impegnati: lo sdegno verso certe pratiche era assolutamente credibile dal momento che in moltissimi erano stati scottati, traditi dalla caricatura di democrazia partecipativa pentastellata.

L’ANTIPOLITICA DEL DISSENSO

Eppure all’apparir del vero sembra che certi vizi siano entrati nell’inconscio collettivo del popolo italiano anche laddove non sarebbe dato pensare: ci riferiamo sì a un certo populismo di bassissima caratura, che fa sfornare simili abominevoli slogan, ma il contagio pare essere più profondo.

Chi in questi tre anni di resistenza non ha avuto a che fare con atteggiamenti personalistici al limite del delirio? No, non mi riferisco alle derive egotiche che certo non sono una novità nel mondo della politica, ma all’idea che ciascuno rappresenti con la sua esistenza una sorta di “partito personale” le cui priorità non possono essere sottoposte a mediazione. Si blatera di “unità” come artificio retorico e poi si ritiene intollerabile sottoporre a revisione o ripensamento qualsiasi propria convinzione.

Un regno così instabile è il terreno di gioco ideale per mitomani e infiltrati di ogni provenienza. Questo ad un livello apicale.

LA BASE DELL’ANTIPOLITICA

E la “base” da chi è costituita?

Da persone che hanno assorbito pienamente la (cattiva) lezione grillina. Ne sono la riprova l’ossessione per un assemblearismo tanto ostinato quanto inconcludente, nonché l’utilizzo scriteriato delle chat, spesso vissute come sostitutive dell’azione politica de visu. Questo poteva essere tollerato nell’epoca più dura delle restrizioni pandemiche, ma oggi è evidentemente qualcosa di incomprensibile. Ed è la controparte di un fastidio evidente verso qualsiasi forma di struttura, di organizzazione, che sono centrali nel fare politica. Altrettanto vitale è l’accettazione del fatto che i processi decisionali non possono essere esclusivamente “orizzontali” e che esistono la delega e la fiducia verso i propri rappresentanti.

LA RIVOLUZIONE ANTROPOLOGICA

Questi ultimi sono passibili di critica o di rimozione (all’interno di regolare consessi congressuali), ma non possono essere sostituiti da piattaforme à la Rousseau, nate per allontanare le persone appunto dai processi decisionali, millantando il contrario.

La rivoluzione antropologica che dobbiamo compiere è ancora al suo inizio. Occorrerà una maturazione individuale e collettiva. Servirà soprattutto la franchezza di dirsi in faccia ciò che, davvero, deve essere abbandonato per strada.

Noi ci proviamo. Non esiste d’altronde alternativa.

ANTONELLO CRESTI
Vicesegretario nazionale Ancora Italia Sovrana e Popolare (Aisp)

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