Dai, fatti furbo anche tu: smetti di votare. Facciamoglielo, lo scherzone: astensione universale definitiva. Così ragiona l’antipolitico post-Covid, apocalittico e velleitario, sovrano assoluto del suo mondo ideale, un po’ fatato. Poi c’è la dura realtà, là fuori. Che è la seguente: magari non festeggiano, i partiti, se alle regionali la maggioranza degli elettori si astiene davvero. Ma se lo tengono ancora più stretto, il loro potere.

Di sicuro non rinunciano a comandare, i piccoli colonnelli dei partiti. O meglio: più che comandare, obbedire. Esercitare il temporaneo imperium locale per conto dei soliti noti. E nel frattempo, per diventare segretario nazionale ormai basta il voto del primo che passa dal gazebo: non serve neppure che sia iscritto, è sufficiente che versi un obolo simbolico. Vota anche il passante: e chi s’è visto, s’è visto.

LA SEGRETARIA PD ELETTA DAI PASSANTI

Vale due euro, l’elezione di Elly Schlein? Subito salutata come nuova reginetta in tutti i santuari sorosiani di cielo, di terra e di mare. In parallelo, l’immancabile controcanto della tifoseria opposta: ecco la longa manus del diabolico complotto demo-pluto-giudaico-massonico. La strega gretina-Lgbt, l’ennesima mostruosa creatura dell’agenda unica, partorita dal transumanesimo imperante. Si scrive Obama, si legge Hillary: il ghigno del male.

La Schlein corre a Crotone, nel lutto desolante dell’ultima tragedia marittima, agitando il fantasma della famosa sinistra. Quando ancora esisteva, la sinistra, teneva nel suo pantheon la foto-ricordo con Thomas Sankara, leader rivoluzionario e artefice della sovranità del Burkina Faso riscattato dal colonialismo.

MIGRANTI: L’EROISMO DI SANKARA

Un tizio che ripeteva: non ci servono, i vostri aiuti pelosi e usurai. Perché diventi finalmente prospera, l’Africa, basta che cessiate di rapinarla: è il continente più ricco della Terra. Così, Sankara chiese a gran voce l’estinzione storica del debito estero. E un giorno disse, scherzando: non lasciatemi solo, o l’anno prossimo potrei non essere più tra voi. Lo accontentarono: gli spararono, pochi mesi dopo.

Se qualcuno avesse dato retta al comunista panafricano Sankara, cavalleresco signore della rivoluzione più gentile e umanitaria che si ricordi, a nessun africano sarebbe mai venuto in mente di avventurarsi su un barcone sfidando le onde. Eppure, è andata proprio così. Lo aveva ben spiegato l’antropologo Jean Ziegler (svizzero come la Schlein, ma forse di tutt’altra pasta) nel saggio “La privatizzazione del mondo”. Tutto diventa tragedia, se dal palcoscenico togli quell’attore decisivo: la politica.

LA PRIVATIZZAZIONE DELLA POLITICA (E ADDIO SINISTRA)

La rivoluzione non è una cena di gala, avrebbe proclamato il Grande Timoniere. Meno aulico, lo storico ministro socialista Rino Formica, quando espresse il medesimo concetto: «La politica? Sangue e merda». Peccato che oggi, nel mainstream, sia rimasto in circolazione solo il secondo elemento: del sangue (inteso come passione civile) si sono perse le tracce. Quanto alla sinistra, le ultime bandiere furono solennemente ammainate in modo anche formale nel 2008 da Uòlter Veltroni, ribattezzato Pippochennedy dall’adulante Serena Dandini.

Yes, we can. Così gli rispondeva l’amico americano dall’altra parte dell’oceano, mandato in campo a rifare il trucco all’establishment dopo la ferocia dei Bush e dei plutocrati della Lehman. Loro, i sicari economici e politici sguinzagliati per demolire la società civile e il suo ascensore sociale, precipitando le classi medie occidentali nell’incubo permanente della precarietà. La Grecia, Monti, la Merkel. Poi, a ruota: l’Isis, il Green Pass e adesso Zelensky.

La politica? Non pervenuta. Elly Schlein – ma non da sola: insieme a tutti gli altri – dovrebbe ripartire proprio da lì. Ovvero: non è tecnicamente praticabile nessuna vera scelta, se lo Stato è imprigionato nella camicia di forza del pareggio di bilancio. Servono margini vitali: per investire là dove occorre. Diversamente dove si trovano, i soldi per risollevare l’economia? Nella barzelletta del Pnrr?

RIGORE DI BILANCIO, DITTATURA UE

E vogliamo parlare di Unione Europea? Perché subire lo strapotere assoluto di quel losco comitato d’affari? È retto da un organismo che non dipende in alcun modo dalla volontà espressa dagli elettori. Con tutti i suoi limiti, Giorgia Meloni è stata eletta dagli italiani. Ursula von der Leyen (Lady Pfizer, per gli amici) non è stata incoronata da nessuno. Nemmeno dai passanti, al gazebo.

Ce l’hanno messa proprio tutta, nella storica impresa perseguita con ogni mezzo: scoraggiare la partecipazione, diserbare le radici della politica. E noi che facciamo, restiamo a casa? Sì, dicono gli elettori esasperati: perché siamo stanchi di essere presi per i fondelli. L’ultima volta risale a ieri: quando il comico del Britannia, arruolato dalla premiata ditta Casaleggio-Sassoon (in arte Rothschild), convinse un italiano su tre che la rivoluzione 2.0 era ormai alle porte.

GRILLO, RENZI, SALVINI: FUOCHI FATUI

Stesso copione, con minime variazioni, quello recitato dai celebri Mattei nazionali, due super-chiacchieroni di talento. Renzi lestissimo ad appropriarsi dei partiti altrui; Salvini disposto quantomeno a ripartire dal suo, rimboccandosi le maniche per risollevarlo. Identico karma: successi immediati e sfolgoranti, cadute altrettanto fulminee. Motivo: troppe promesse, non mantenute. Avevano ottenuto un voto “di speranza”: facile da concedere e poi da ritirare.

Da Renzi solo frottole e aria fritta: zero contenuti. Salvini forse ci aveva provato davvero, a prendere il toro per le corna, invocando la riconquista di quote di sovranità. Ma appena lo hanno preso a sberle è tornato a cuccia, zitto e buono, alla faccia del celebrato leghismo duro e puro. Ora ci risiamo: chi ha votato Meloni sapeva bene che la strada sarebbe stata in salita; ma sperava (di nuovo: sperava) che la Giorgia sarebbe almeno riuscita a non piegarsi così tanto, come uno zerbino qualsiasi, di fronte alle divinità di Bruxelles e di Washington.

IL VELLEITARSMO DEGLI INFLUENCER

E qualcuno ora si scandalizza per l’elezione della nuova segretaria “a gettone” del partito di Letta e Bersani, che stese il tappeto rosso davanti al salvatore Monti e alla tagliola di madame Fornero? Plastico contraltare perfettamente speculare: l’agitarsi anonimo degli scontenti, vellicati da influencer e youtuber oracolari. Non si può non condividere l’indignazione che esprimono, specie per i maltrattamenti inferti agli italiani negli ultimi tre anni. Ma perché poi mettersi a vaneggiare di palingenesi immaginifiche, che il destino avrebbe in serbo se solo si arrivasse a una sorta di diserzione universale?

Lo si può ben capire, l’astensionismo disilluso: è ormai la regola, in un Occidente che sembra non avere quasi più niente da vendere, al resto del mondo, se non minacce e missili. Purché non ci si illuda che lo sciopero elettorale basti, da solo, a cambiare qualcosa: il divorzio sentimentale dalla politica è esattamente l’obiettivo per il quale ha lavorato, per decenni, il massimo potere. Lo chiarirono gli estensori del manuale “La crisi della democrazia”, commissionato dalla Trilaterale, con prefazione di Gianni Agnelli per l’edizione italiana.

LA TRILATERALE: DEMOLIRE LA POLITICA

Primo obiettivo: generare apatia e disaffezione, per scoraggiare la partecipazione. La tesi, apertamente espressa: c’è troppa democrazia. E all’eccesso di democrazia – testualmente – si rimedia riducendo gli spazi democratici. Riletta così, la storia, suona familiare. Hanno centrato il bersaglio: “Io resto a casa”. Per contro, il non-votante insiste: per farmi tornare alle urne, dice, è necessario allestire un’offerta ben diversa. Seria, autorevole. Credibile.

Impresa tutt’altro che facile, dopo la terra bruciata dal gran falò populista dei 5 Stelle. Oggi, poi, il mainstream è off limits: i media sono blindati in modo ormai militare. Tenti la via del porta a porta, delle assemblee di piazza? Niente paura: troverai qualcuno che avrà il coraggio di spararti alla schiena anche quando proverai a raccogliere le firme a ferragosto per le elezioni indette a tradimento il 25 settembre, apposta per tagliarti fuori. E magari, il franco tiratore non smetterà mai di invocare (da casa, comodamente) l’unità del favoloso, salvifico “dissenso”.

QUANDO ESISTEVANO I PARTITI (VERI)

Il tema è serissimo, al di là delle esasperazioni contingenti. C’è sicuramente della genuina sincerità, in chi – messo alla frusta dagli orrori recenti della “dittatura sanitaria” – oggi accarezza davvero l’idea di un riscatto essenzialmente spirituale, post-politico, dell’umanità. Un sentimento nobile, che però rinvia irrimediabilmente il suo appuntamento con la storia (e proprio mentre la peggiore agenda preme, con i suoi ricatti pericolosi). Che fare, nel frattempo? Niente? Limitarsi a restare alla finestra, magari a insolentire Elly Schlein prima ancora che abbia messo il nasone fuori dall’ufficio?

A proposito: quando l’Italia era una nazione prospera e rispettata, dove il lavoro non mancava e il benessere cresceva, il paese disponeva di un’anticaglia oggi introvabile, archeologica. E cioè: partiti veri, con dirigenze legittimate da congressi non virtuali. C’erano sezioni, dibattiti, perfino risse. L’atto finale dell’assise congressuale (“sangue e merda”) era come un lavacro rituale democratico: tanto teatro, indubbiamente; grandi filiere di nepotismo e corruzione clientelare, ma anche idee. Linee diverse, indirizzi contrapposti e argomentati. Così emergevano leader reali, solidi, in carne e ossa. Capaci di ottenere un mandato politico sulla base di proposte precise. Non a caso, poi, quei leader restavano in sella a lungo: imprimendo la loro impronta ad intere stagioni.

LA GUERRA CONTRO LE NOSTRE IDEOLOGIE

E qual era, il collante del reclutamento? L’ideologia. L’antipolitico direbbe: no, erano le tangenti. Certo, c’erano pure quelle. E infatti sono rimaste pienamente in auge. A essere scomparsa è invece proprio l’ideologia. Cioè: la possibilità di orientare il futuro in base al confronto anche severo tra opinioni magari divergenti, però liberamente condivise da vaste comunità di esseri umani. Disposti a giocarsela, la loro parte di avvenire, in modo trasparente e leale: tramite regolari elezioni.

Chi ha dichiarato guerra alle ideologie (altrui) ha di fatto imposto, sottobanco, la propria: il neoliberismo da caserma. Abilmente truccato: sembra solo buon senso, qualcosa di neutro. E invece è esplosa come una bomba, quella falsa teologia velenosa e dilagante: ha inquinato ogni angolo, fisico e mentale, del nostro esistere. Non la riconosciamo? Ecco, infatti: è proprio questo il capolavoro dei suoi “spacciatori”, palesi e occulti. L’ipnosi narcolettica. La rassegnazione. Inclusi i suoi derivati ultimi: dall’antipolitica all’astensionismo, il passo è breve. E il banco vince: sempre.

CUORE E CERVELLO: DA DOVE SI RINASCE

Non abbiamo speranze? È davvero incolmabile l’abisso che separa il cittadino dal decisore? Si è davvero estinta, la politica come possibilità? Non pare proprio. Se così fosse, il mainstream non avrebbe tanta paura dell’opinione pubblica. Non mentirebbe in modo così spudorato. E non farebbe di tutto per supportare leader di plastica, emarginando chiunque abbia l’aria di sapere il fatto suo. Semmai, sembra di essere in un tempo sospeso. Da una parte la Meloni e la sua controfigura, la neosegretaria da due euro, dall’altra i milioni di delusi.

È proprio su di loro, che si concentra l’attenzione: si deve impedire a tutti i costi che finalmente si organizzino, gli orfani, uscendo dal limbo di amarezza nel quale – a torto o a ragione – si sono confinati. Benissimo, quindi, se restano anonimi, dispersi e divisi, privi di portavoce riconosciuti. Proprio l’atomizzazione era uno dei risultati più attesi del golpe neoliberista. Grandi stregoni, quelli: capaci di trasformare persino la spiritualità in materia da new age, e poi la stessa new age in puro merchandising, mediocre supermarket alla portata del guru della porta accanto.

La vera rivoluzione è interiore: tutto parte sempre da dentro, innanzitutto. Lo dissero grandi maestri, in ogni epoca. Lo ripetono oggi i dissuasori elettorali. Come se i maggiori leader del passato non fossero mossi, innanzitutto, proprio da quell’impulso profondo. Cosa credono che ci fosse, nell’anima di un personaggio come il capitano Thomas Sankara? E dove pensano che sarebbe arrivato, quel popolo africano, se fosse rimasto a casa, lontano dal coraggio del suo condottiero? Non c’erano ancora, i gazebo. Però c’era la politica. Quella vera: capace di coniugare mente e spirito, cervello e cuore. Davvero abbiamo deciso che non debba esistere mai più, proprio come vorrebbero i dominatori del mondo?

GIORGIO CATTANEO

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