Per anni  il mondo ultraliberale internazionale, e la pioniera Svezia svettante tra i primi posti,  si è orientato verso la feroce condanna di quello che è il concetto di sesso biologico, nella prospettiva utopica e a tratti persino grottesca che non riconoscere i sessi che la natura mette a disposizione ci renda davvero liberi e liberi di non discriminare.  Brillanti trasmissioni TV in onda anche su canali nostrani  hanno mostrato come fosse bello, rassicurante e facile per bambini e genitori potersi affidare alle cure dei cosiddetti “professionisti del cambiamento di sesso”, normalizzando una tendenza che solo nell’ultima decade ha prodotto migliaia di transizioni. Ma davvero tutto questo ha regalato pace e benessere ai pazienti e alle loro famiglie?

A giudicare dal mea culpa di un importante ospedale universitario svedese, per l’esattezza il Karolinska di Stoccolma, le cose non stanno esattamente così.  Nella fretta di portare a compimento le transizioni, spesso, i genitori ed i piccoli pazienti pare non abbiano ricevuto le necessarie e dovute spiegazioni da parte del personale medico, una fra tutte, che le cure cui venivano sottoposti  i bambini fossero potenzialmente dannose.

Si parla infatti di  individui  in età precoce, preferibilmente  prima  della pubertà “per una miglior riuscita dei trattamenti”. Tuttavia, non è dato sapere con certezza  se  mettere in stand by lo sviluppo sessuale di un individuo possa avere conseguenze che la scienza ancora oggi non è in grado di valutare.  E’ il caso di molti che hanno ad esempio fatto la transizione ormonale da sesso femminile a sesso maschile: l’abbattimento artificiale e verticale degli estrogeni ha provocato danni allo scheletro, osteoporosi precoce e ridotta densità ossea. E’ bene ricordare a tal proposito che, seppur non si possa parlare di farmaci sperimentali, è pur sempre vero che le molecole utilizzate per i trattamenti sono utilizzate off label, ovvero nascono e si testano per curare una cosa,  ma poi  i medici li prescrivono e li somministrano per trattarne un’altra.

Il risultato?  Come mostra la storia di Leo, uno dei piccoli trattati al Karolinska, bambini doloranti nel corpo e nell’anima.

Anche  il fatto che molte terapie siano spesso irreversibili non è esattamente una cosa secondaria. Nasci bambino, poi ti senti bambina per un periodo, o cosi almeno credi,  poi di nuovo bambino, ma ormai hai un corpo femminile. Ecco la descrizione di un’ altra tragedia, il processo di detransition, dai risvolti per lo più sconosciuti, ma potenzialmente più letali del non trattamento.

E ancora, a che titolo e soprattutto su quali basi e su quali dati siamo proprio così certi che un bambino di 8 anni possa avere la consapevolezza e la maturità di comprendere cosa fare del proprio corpo e della propria identità?

Probabilmente in virtù di questa considerazione, oggi,  persino i paesi più liberali come gli Stati Uniti e l’Europa del Nord, stanno attraversando un periodo di profondo ripensamento. I casi come quelli di Leo sono sempre più numerosi e raccontano di una “scienza” che si è affrettata più ad etichettare e a siringare (come accade troppo spesso ultimamente), che di una scienza che ha voluto e saputo ascoltare pazienti e famiglie. Con il tempo ci si è resi conto che indagare e comprendere il malessere del bambino e della famiglia  è forse l’aspetto più importante, e che questo  non necessariamente si collega soltanto ad un problema di identità sessuale. Molti bambini infatti, trattati per disforia,  si sono poi scoperti depressi oppure semplicemente neurodiversi ed avrebbero dovuto affrontare percorsi riabilitativi o di sostegno completamente diversi.

Possiamo sperare quindi che anche il mondo ultra liberale che diceva di non volere né di voler dare etichette si accodi a questa detransition? Perché se qualcuno ha davvero concepito etichette, queste sono venute sempre e solo da lì.

MARTINA GIUNTOLI

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