Da quando è iniziata l’era delle pandemie il mondo dello spettacolo non ha certo dato buona dimostrazione di sé. Certamente, tutti sappiamo che l’arte e il mondo della cultura sono per così dire vincolati alle istituzioni per poter portare avanti il proprio discorso.

Ma questa forma di vincolo appare oggi più come una sorta di servitù psicologica volontaria, che è entrata profondamente nella coscienza degli individui che a tali mondi afferiscono.

Prima si è trattato di accettare le chiusure senza opporre neanche per un attimo l’idea che la cultura non dovesse fermare il proprio corso neanche all’interno di un emergenza (vera o presunta che sia).

Poi si è trattato di credere alla fandonia secondo cui lo streaming sarebbe stata una opportunità per ampliare i propri orizzonti e il proprio pubblico di riferimento.

Ci si è adeguati senza eccepire alcunché all’idea del rientro “in sicurezza” con distanziamento, mascherine di ordinanza, in una sorta di clinicizzazione dello spettacolo che è quanto di più lontano dalla idea di comunità attraverso l’evento artistico che si possa immaginare.

Ma lo scarto finale, e quello probabilmente più preoccupante, è avvenuto qualche settimana fa quando si è barattato la promessa di un ritorno alla piena capienza dei luoghi di spettacolo con l’accettazione supina del Green Pass.

La domanda che ci facciamo è questa: che strana idea hanno di “ripartenza” o di “normalità” i protagonisti del mondo dello spettacolo? Quando si trovano a fare esibizioni di fronte a persone di fatto sottoposte a una cernita arbitraria come avviene attraverso il lasciapassare verde, si sentono nella “normalità”?

Inoltre: se i reprobi ai quali non è concesso l’ingresso agli spettacoli sono stimabili in milioni di unità, anche da un punto di vista di mera strategia utilitaristica è evidente che è difficile pensare a un ritorno alle piene capienze escludendo una fetta di pubblico così ampio. Oppure i teatri e i concerti non erano mai stati frequentati dai cattivoni “no vax” che –si sa- sono brutti e ignoranti?

Si fa dunque un torto etico alla idea che arte e cultura debbano essere rivolti a tutti senza nessuna forma di esclusione o di discriminazione, ma si dimostra anche-  e questo forse ancora più penoso -di navigare completamente a vista perché si pensa che non eccependo nulla o cedendo anche alle norme più assurde in qualche maniera si riceverà una qualche forma di ricompensa.

“All’apparir del Vero” – direbbe Leopardi – è chiaro che le cose non stanno così. Dopo due anni di martirio il mondo dello spettacolo deve soggiacere alla discriminazione totale dei propri spettatori, eppure, proprio in queste settimane, contemporaneamente, assistiamo a intere tournée musicali o teatrali cancellate, spettacoli di piazza pensati per gli eventi natalizi annullati.

E quotidianamente sale da concerto, locali di musica dal vivo ci informano che non riprenderanno mai più la attività. Tutto senza un sussulto di orgoglio, senza essersi interrogati neanche un attimo sui perché reali. Fatalità, pensano…

La verità è che non c’è limite alla foga distruttrice dei fautori del Great Reset e sarebbe il caso che il mondo dello spettacolo se ne accorgesse e prendesse le proprie contromosse. A furia di dire sì, si troveranno sepolti da una valanga dalla quale non riusciranno più a uscire. A volte vendere l’anima non è così conveniente come si crede…

ANTONELLO CRESTI

  • 3613 Sostenitori attivi
    di 10000
  • 3247 Sostenitori