Nel corso di un’intervista rilasciata lo scorso marzo, il presidente del Comitato della Duma per i mercati finanziari Anatolij Aksakov ha spiegato che

«negli ultimi tre anni, la quota del dollaro nelle nostre riserve internazionali è passata dal 45 al 22%. Il processo di “de-dollarizzazione” procede a ritmo spedito anche nel campo delle relazioni commerciali. Ad esempio, la componente di pagamenti espressa in valute nazionali in seno all’Unione Economica Eurasiatica è salita al 75%. Con la Cina, abbiamo raggiunto il 25%. Inoltre, la quota di export russo verso l’India e verso la Turchia denominata in rubli è salita rispettivamente al 60 e al 30%».

Ad appena tre mesi di distanza, sull’onda del graduale inasprimento delle tensioni con Washington, il ministro delle Finanze Anton Siluanov ha proclamato ufficialmente la completa dismissione degli investimenti russi in dollari, a favore di quelli in euro, yuan e oro. Al momento dell’annuncio, il Russian National Wealth Fund deteneva il 35% delle sue attività liquide in dollari, per un controvalore di circa 42 miliardi. Un importo pressoché analogo era espresso in euro, mentre la parte restante risultava più o meno equamente suddivisa in yuan, oro, yen e sterline. In seguito al cambio di rotta, gli asset del fondo sono stati ripartiti per il 40% in euro, per il 30% in yuan, per il 20% in oro e per il rimanente 10% in yen e sterline, con una quota paritaria del 5%.

Il processo di riorientamento della strategia geofinanziaria russa sembra insomma entrato nella sua fase finale, a ben sette anni di distanza da quanto Mosca decise di rispondere alla politica sanzionatoria adottata nei suoi confronti da Stati Uniti ed Unione Europea all’indomani dello scoppio della crisi ucraina imprimendo una spinta “autarchica” al sistema produttivo nazionale, attraversoun piano d’azione particolarmente complesso e ambizioso.

Il primo passo è consistito nell’approvazione di un disegno di legge che proponeva la creazione di un sistema elettronico di pagamento nazionale, modellato sulla falsariga del cinese Union Pay (secondo al mondo, con carte di credito che possono essere utilizzate in oltre 140 Paesi), alternativo a quello vigente, gestito da Visa e Mastercard. In aggiunta, Mosca ha anche espresso l’intenzione di dar vita, di concerto con Pechino, a una piattaforma alternativa al Society for Worldwide Financial Telecommunications (Swift), capillarmente sorvegliato dalla Cia e dalla Federal Reserve. In tale quadro, i Ministeri delle Finanze di Mosca e Pechino hanno predisposto la costituzione di una camera di compensazione bancaria russo-cinese, della quale dovrebbero entrare a far parte numerosi istituti di credito collegati tra loro per tramite della Bank of Russia e della People’s Bank of China. L’intesa prevede anche l’apertura a Mosca di un ufficio della Industrial and Commercial Bank of China (Icbc) incaricato di fungere da

«camera di compensazione dello yuan-renminbi in Russia, e accreditarsi così come polo finanziario di riferimento per i Paesi membri dell’Unione Economica Eurasiatica».

Nel novembre del 2015, il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak annunciò l’introduzione di un nuovo parametro di riferimento in rubli per il petrolio russo e per i relativi derivati (future) presso l’International Mercantile Exchange di San Pietroburgo (Spimex). Stessa cosa ha annunciato Pechino, lanciando un proprio benchmark denominato in yuan presso l’International Energy Exchange di Shanghai. L’intento è chiaramente quello di invertire la tendenza generale in base alla quale i prezzi per le esportazioni di petrolio russo e più in generale di qualcosa come il 70% del petrolio commerciato a livello internazionale erano rimasti strettamente legati all’andamento del Brentdel Mare del Nord, che si contratta in dollari presso le piazze finanziarie di Londra e New York.

Il sistema incardinato sul dollaro e su un parametro di riferimento in grado di stabilire il prezzo della maggior parte del petrolio venduto a livello globale si presta perfettamente alle esigenze delle grandi banche anglo-statunitensi, assicurando loro la possibilità di influire sulla determinazione del prezzo del greggio mediante complesse operazioni con i derivati.

Il fatto, inoltre, che la produzione di Brent e delle altre miscele del Mare del Nord sia ormai da tempo in via di esaurimento indica che i colossi di Wall Street utilizzano un benchmark obsoleto per controllare la quotazione di volumi di petrolio di gran lunga più significativi. Uno status quo che Mosca e Pechino intendono scardinare facendo leva sui propri indici di riferimento “de-dollarizzati”.

L’evidente convergenza operativa tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo cinese Xi Jinping va quindi ben oltre la “semplice” ratifica di contratti dall’elevato coefficiente strategico, configurandosi invece come un’alleanza ostile ai piani statunitensi consacrata dall’esclusione del dollaro negli scambi bilaterali e dal riorientamento geopolitico dell’export del gas russo verso la Cina, maggior consumatore di energia del pianeta (materializzatosi con il mega-accordo del maggio 2014, che prevede la fornitura di 400 miliardi di metri cubi di gas alla Cina per i successivi vent’anni in cambio di rubli), nonché più importante partner commerciale singolo della Russia – con un interscambio commerciale che si conta di portare a 200 miliardi di dollari entro il 2025. In tale contesto si inserisce la sottoscrizione di una serie di accordi destinati ad aprire ulteriormente ai cinesi le porte dell’economia russa, in particolare nel settore delle infrastrutture e delle materie prime.

Vneshtorgbank (Vtb), una delle più grandi Banche russe, ha infatti raggiunto un’intesa con la People’s Bank of China per stabilire che i pagamenti tra Russia e Cina avverranno nelle rispettive valute nazionali, senza l’intermediazione del dollaro.

«Con questo accordo – ha specificato la banca Vtb – le banche si ripromettono di sviluppare un partenariato in molte aree commerciali, inclusa la cooperazione con pagamenti in rubli e in renminbi, negli investimenti bancari, nei prestiti inter-bancari, nella finanza commerciale e nelle transazioni sui mercati di capitali».

Ma le manovre di aggiramento del dollaro non si riducono a ciò. La stessa Vtb ha infatti assunto, di concerto con Sberbank (altro grande istituto di credito russo), la gestione dell’export di oro russo (cioè estratto in Russia) verso la Cina, grande acquirente del metallo prezioso (oltre che primo produttore al mondo, mentre la Russia si situa al terzo posto). L’obiettivo è quello di far decollare il commercio aurifero bilaterale, portandolo a circa 100 tonnellate all’anno. La notizia assume una particolare valenza strategica se si considera che Russia e Cina sono impegnate ormai da anni ad accumulare ingenti riserve auree in vista dell’adozione di un nuovo modello di pagamento imperniato sull’oro. Lo ha riconosciuto implicitamente lo stesso Evgenij Fedorov che, in qualità di deputato alla Duma per il partito Russia Unita, ha evidenziato che

«accumulando ingenti riserve auree, un Paese blinda la propria sovranità ponendosi nelle condizioni ideali per difendere se stesso nel caso in cui un cataclisma dovesse abbattersi sul dollaro, sull’euro, sulla sterlina o su qualsiasi altra valuta-rifugio».

Il frenetico attivismo russo-cinese ha innescato una vera e propria corsa all’oro che ha finito per coinvolgere, tra gli altri, un “peso massimo” dell’economia mondiale come la Germania, e ha aperto un sentiero in cui sono caldamente invitati ad addentrarsi sia i Paesi membri dell’Unione Economica Eurasiatica, sia (soprattutto) le altre nazioni facenti parte del blocco Brics, di cui il vice-governatore della Bank of Russia Sergeij Shvetsov ha tessuto gli elogi definendole «grandi economie dotate di imponenti riserve auree e ragguardevoli volumi di produzione e acquisto d’oro».

Ma non è tutto. Durante il Forum economico di San Pietroburgo tenutosi nel giugno 2017, Putin ha tenuto un lungo colloquio con il giovanissimo (nato nel 1994) programmatore russo Vitalik Buterin, l’ideatore di Ethereum, una moneta virtuale che va ad affiancarsi al più famoso Bitcoin di cui Cremlino punta ad avvalersi come strumento di pagamento, diffondendone l’uso anche tra le istituzioni finanziarie russe – la Bank of Russia e l’istituto di credito Veb si sono mossi immediatamente in tale direzione. La sua totale sconnessione dal sistema delle Banche Centrali rende questa criptovaluta, la quale risulta non manipolabile come qualsiasi altra moneta nazionale, intrinsecamente soggetta alle turbolenze dei mercati ed esposta alla speculazione più o meno sostenuta politicamente da Paesi stranieri. Caratteristiche che rendono Ethereum uno strumento valido e del tutto confacente alla strategia moscovita mirante a erodere lo strapotere del sistema dollaro-centrico.

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