E così la Grande Mamma europea tira le ciabatte alla Polonia, rea di risponderle “no” quando ritiene sia il caso. Un segnale forte di crisi all’interno dell’Unione Europea emerge dal comunicato stampa col quale, a metà settimana, la Commissione Europea ha annunciato l’intenzione di “punire” la Polonia.

Più precisamente, la Commissione Europea ha chiesto  alla Corte di Giustizia UE di infliggere alla Polonia una multa per ogni singolo giorno di ritardo nell’attuazione dell’ordine provvisorio con il quale la stessa Corte di Giustizia UE ha stabilito che vanno bloccate le attività della Sezione disciplinare della Suprema Corte polacca.

La diatriba fra Polonia ed UE sull’ordinamento giudiziario va avanti da anni ed è dispersa in mille rivoli. Il succo di quest’ultimo sviluppo è che secondo Bruxelles la Polonia deve riconoscere la preminenza del diritto europeo, invece di limitarsi ad applicarlo solo quando è compatibile con il diritto polacco.

Nelle famiglie umane c’è una mamma che, oltre a gestire i cordoni della borsa, all’occorrenza tira le ciabatte ai figli monelli, ai quali peraltro è legata da viscerali vincoli di amore. Nell’UE, più simile ad una rissosa assemblea di condominio che ad una famiglia, la Grande Mamma è la Commissione Europea, la custode dei trattati, il potente organo esecutivo che detiene fra l’altro l’iniziativa legislativa. La sua farraginosa procedura di elezione non coinvolge direttamente i cittadini europei ed il suo operato non è soggetto a controllo democratico.

Ebbene, quel monellaccio della Polonia ha cominciato a fare arrabbiare la Grande Mamma nel lontano 2015, per una questione che riguarda lo stato di diritto. Ma non si tratta – o almeno: non si tratta direttamente –  del sacrosanto principio occidentale in base al quale nessun giudice può sbatterti in galera arbitrariamente, senza dirti di cosa sei accusato e impedendoti di chiamare un avvocato. Il motivo del contendere erano alcune novità relative alla composizione del Tribunale costituzionale polacco e alla durata degli incarichi al suo interno: cambiamenti, questi, avvenuti con l’ascesa al potere di PiS, un partito che agli occhi di Bruxelles ha il torto di essere marcatamente euroscettico. Forse che questo dettaglio ha influenzato la valutazione?

Il leader di PiS, Jaroslav Kaczynski, ha perso nel 2010 il fratello gemello Lech in un disastro aereo e non ha mai digerito  i risultati dell’inchiesta – un incidente, e non un attentato – condotta quando in Polonia il primo ministro era un suo avversario politico, l’europeista  Donald Tusk. L’ultimo dei mille rivoli della diatriba fra Polonia e Commissione europea, quello che ha portato al lancio delle ciabatte, riguarda sebbene indirettamente fatti del genere: riguarda cioè la Sezione disciplinare della Suprema Corte polacca, istituita da PiS, che può indagare sugli errori giudiziari e che secondo la Commissione Europea non è imparziale.

Non bisogna fare arrabbiare la mamma. Oltre a poter lanciare le ciabatte, gestisce i cordoni della borsa: la Commissione Europea ha congelato i soldi del recovery fund alla Polonia e all’Ungheria, un altro monellaccio euroscettico con il quale è in corso uno scontro sullo stato di diritto.

DON QUIJOTE

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