Se i moscoviti temessero davvero di essere in pericolo, assisteremmo a controlli asfissianti da parte della polizia. Invece nella capitale tutto è tranquillo, nonostante le migliaia di ucraini presenti: comprese le “cellule dormienti” dei servizi segreti di Kiev. Come se i russi, in base a chissà quale accordo sotterraneo, “sapessero” che non sono in programma, almeno per ora, attacchi-kamikaze come quelli che erano diventati un incubo quotidiano, durante la guerra in Cecenia.

Nulla di tutto questo, oggi: duecentomila persone nel gelo dello stadio ad applaudire Putin, mentre tutti gli altri – venti milioni di abitanti – alle prese con il consueto, frenetico vorticare della vita della megalopoli. Una città ormai occidentale, che si domanda quale insana follia abbia invaso il cervello di quelli che fino all’inizio del 2022 erano ancora “partner”. Compresi gli amici italiani, assistiti due anni prima dai medici di Mosca spediti a Bergamo, la città in cui di notte sfilavano le bare sui camion militari.

DIFENDERSI DALL’AGGRESSIONE NATO IN UCRAINA

Da un anno a questa parte, in Italia, alle tante voci sul conflitto ucraino si è aggiunta quella di Dmitry Koreskhov, animatore del gruppo “Capire la Russia”. Imprenditore stanziato da anni sul Lago di Garda, periodicamente ospite di “Border Nights”, Koreshkov – figlio di un alto ufficiale dell’Urss a lungo impegnato nella Libia di Gheddafi – è un appassionato studioso di storia russa. Meglio di altri sembra saper leggere dietro i misteri del Cremlino: per questo offre una visione inattesa e spesso spiazzante degli sviluppi in corso.

Centrale la domanda che rilancia, sulle sue pagine Facebook: che cosa ha spinto Putin a invadere l’Ucraina? Sottinteso: il leader russo aveva tutte le ragioni per essere infuriato con l’Occidente. Otto anni di bombardamenti sui civili del Donbass, con in più lo spettro dei battaglioni neonazisti. E gli accordi di Minsk stracciati dalla sera alla mattina, per arrivare all’estrema minaccia: l’adesione dell’Ucraina alla Nato, completando l’accerchiamento di Mosca. Obiettivo, il Mar Nero: senza più l’accesso al Mediterraneo, addio proiezione “imperiale” russa.

LE MILLE (VALIDE) RAGIONI DELLA RUSSIA

Sì, d’accordo: ma passare la parola ai carri armati era davvero l’unica soluzione rimasta? In effetti, lo pensano tanti analisti indipendenti: a Putin sarebbe stata tesa una trappola, in modo da far passare la vittima per carnefice. Ovvio che il mainstream media ci si sia tuffato, senza paura di essere ridicolo: ha istantaneamente hitlerizzato proprio l’uomo che ha osato opporsi alle spietate scorribande degli emuli di Hitler. Loro: gli squadroni della morte – con tanto di svastica, inneggianti al criminale nazista Bandera – hanno sventrato i palazzi di Donetsk e Mariupol, dopo aver bruciato vivi gli oppositori a Odessa.

Non manca davvero nessun ingrediente, nell’infame lordura dell’affaire ucraino sapientemente costruito a partire dal golpe americano di Maidan, applicando la dottrina Brzezinski per spezzare la Russia. La mattanza dei civili russofoni, la feroce persecuzione del dissenso, le elezioni truccate, le minacce naziste di Poroshenko, le bugie di Zelensky. E gli opachi business della famiglia Biden, inclusi gli inquietanti “biolabs” in cui fabbricare virus letali: è lungo 20.000 pagine il dossier recapitato dai russi alle Nazioni Unite.

LA GUERRA SEGRETA DEGLI INGLESI CONTRO MOSCA

Ancora non basta? Forse no, sembra dire Koreshkov: come se la partita – quella vera, inconfessabile – esulasse dal tragico copione che abbiamo sotto gli occhi. Intanto, c’è la guerra parallela: condotta dalla Gran Bretagna contro la Germania, che oggi ha bisogno del gas russo. Qualcosa di antico, a cui probabilmente tentò di rispondere lo stesso Stalin: l’accordo Molotov-Ribbentrop maturò dopo che erano caduti nel vuoto tutti gli allarmi lanciati da Mosca sull’espansionismo teutonico, prodotto da una capitale – Berlino – divenuta improvvisamente ostile. Il nazismo come oscura proiezione anti-russa della potenza talassocratica, che all’epoca aveva come epicentro proprio Londra?

Anche oggi, dice Koreshkov, gli 007 inglesi sono dietro ad ogni trama ordita per destabilizzare le frontiere ex-sovietiche: nel Caucaso, nel Nagorno-Karabach, in Kazakhstan, in Kirghisia. Come dire: dietro ogni americano c’è sempre un inglese. Prima in Libia, poi in Siria, ora in Ucraina. Non è facile, far crollare con l’esplosivo il ponte che collega la Russia alla Crimea: a meno che qualcuno, nelle forze di sicurezza russe, non si distragga a comando. E questa, dice Koreshkov, è proprio una delle tessere-chiave del puzzle.

FSB E GRU: LE DUE ANIME DEL POTERE RUSSO

La sua tesi: non è stata ancora risolta l’eterna diarchia che vede contrapporsi le due componenti dell’intelligence russa, tra loro rivali. Non si tratta di dettagli, ma di sostanza. Da una parte l’ex Kgb, sempre troppo permeabile e sensibile alle sirene occidentali. E dall’altra il Gru, il fedelissimo servizio segreto militare. A valle delle due strutture di intelligence si declina il vero potere russo, che resta bifronte: ancora in bilico tra il compromesso e lo scontro, grazie a un invisibile equilibrio di cui Putin sarebbe arbitro e maestro.

Il capo del Cremlino viene del Kgb, la scuola che allevò Gorbaciov: considerato un traditore, dal fronte patriottico. Il primo Putin sembrò restare nel solco di Eltsin: totale accondiscendenza, verso l’Occidente. Poi però accadde qualcosa. Se col tempo gli riconoscono vere qualità – dice Koreshkov – i russi tendono a investire il loro leader di un’aura quasi sacrale, trovando naturale obbedirgli. Anche quando fa qualcosa di completamente inaspettato: tipo muovere le truppe e mettersi contro gli Stati Uniti.

FAIDA INTERNA, LA MORTE DELLA FIGLIA DI DUGIN?

I suoi primi supporter sono proprio gli esponenti dell’ala nazionalista, ben collegati con il Gru. E attenzione: l’esercito – sottolinea l’analista – è da sempre l’istituzione più rispettata, dai russi. Dal Gru veniva il padre di Alexandr Dugin: era un dirigente dell’intelligence militare. Non a caso il figlio, celebre filosofo, incarna alla perfezione l’anima russa come antidoto” di fronte alla corruzione mondialista occidentale, a vocazione totalitaria. E dato che nulla avviene mai per caso, la spietata uccisione di Darja Dugina potrebbe aver incluso un avvertimento personale rivolto a Putin: guai a te, se continui – come stai facendo oggi – a fidarti del Gru più che dell’Fsb, dopo aver investito le forze armate di un ruolo inevitabilmente anche politico, di fronte al mondo.

Quello che i nostri media non dicono – aggiunge Koreshkov – è che metà del potere russo è ancora strettamente collegato all’Occidente. Da Elvira Nabiullina (banca centrale) al premier Michail Mišustin, passando per l’ex presidente Dmitrij Medvedev che oggi si finge anti-Nato: buona parte dell’establishment, inclusi un bel po’ di ministri, aspetta solo che la tempesta finisca. Non bastano dodici mesi di guerra, dice Koreshkov, per sbaraccare un sistema di potere colonizzato da Washington: oligarchi che hanno alle spalle decenni di grasse compromissioni con il potere atlantista.

I VERI NEMICI DELLA RUSSIA SONO A MOSCA

Questa, ribadisce Koreshkov, è una delle possibili spiegazioni profonde della controffensiva finalmente scatenata da Putin: costringere i doppiogiochisti a gettare la maschera, prendere posizione o togliersi dai piedi. E comunque – di nuovo – lo stesso Putin, sommo equilibrista, gioca sempre su più tavoli. Contrattacca e bombarda, ma senza mai smettere di trattare sottobanco. Perché si è stranamente ritirato da Kiev, la capitale ucraina circondata subito dopo lo scoppio delle ostilità? E perché poi ha imposto il ritiro da Kherson? Il fronte patriottico è spazientito: per quale ragione le forze armate di Mosca continuano ad avanzare al rallentatore, evitando di ricorrere alle armi strategiche?

La danza macabra della guerra propone scenari anche apocalittici, incluso lo spettro del ricorso all’atomica, mentre il Risiko sul terreno ora lambisce la Moldavia (il nodo irrisolto della Transnistria) e nel cielo russo vengono intercettati misteriosi droni. Lontano dagli occhi, circolano voci forse decisive: sull’estrema difficoltà finanziaria dell’impero atlantico che sta affossando l’Europa e sul possibile terremoto dietro l’angolo, cioè il colossale smottamento geopolitico innescato da un’economia che – a partire dal petrolio saudita – sembra sul punto di dire addio alla dominazione del dollaro.

IL GRANDE GIOCO: QUELLO CHE PUTIN NON DICE

In altre parole, il casus belli – l’Ucraina – sarebbe davvero l’ultimo (il penultimo) dei problemi, sia per il Cremlino che per la Casa Bianca, se davvero la partita fosse infinitamente più grande, e più pericolosa, di quanto possa apparire. Come se la mossa di Putin – affidata ai carri armati – rispondesse a una logica superiore: sincronizzata con il resto del mondo, tranne l’Occidente? Koreshkov sembra frenare: Putin non è il cavaliere bianco delle fiabe, stolidamente intransigente. Certo, come statista non ha eguali, oggi. Ma la sua vocazione – persino ora, nonostante tutte le provocazioni subite – è rimasta la stessa: negoziare sempre e fino all’ultimo minuto, con qualsiasi interlocutore, per scongiurare il disastro.

La gente, qui in Italia – ribadisce l’analista – non ha idea di quanto sia comunque limitato, il potere di Putin: non è così libero di agire come crede. Ha grandi margini, certo. Ma niente di paragonabile al ruolo dello Zar. Le divisioni corazzate? Servono sicuramente a schiarire le idee a chi pensava di poter annientare la Russia come potenza, cancellandola dal mappamondo. Il vero gioco, però, ha l’aria di essere molto più grande: con attori visibili e invisibili. Quali sviluppi? Non lo sappiamo. Di sicuro, Putin sa cosa sta facendo. Sa perché dosa così attentamente le parole (e i missili). Sa moltissime cose, Putin: risvolti di cui non parla nessuno. Forse un giorno li conosceremo anche noi, chissà quando. Sempre che a qualcun altro, nel frattempo, non venga in mente di far saltare in aria il mondo.

GIORGIO CATTANEO

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