Intelligenza artificiale: la follia transumana è possibile?

Lo scenario pare quello dei film di fantascienza. Mo Gawdat, ex dirigente di Google, parla come se ci stesse avvisando: la famigerata intelligenza artificiale avanza a ritmi inquietanti. In un’intervista al Times, Gawdat racconta di quando stava lavorando agli sviluppatori di intelligenza artificiale di Google X. Durante un esperimento banale in cui si gettavano palline a dei bracci robotici, uno di questi bracci afferrava la pallina e la teneva sollevata verso i ricercatori in un gesto che pareva di trionfo consapevole.

“E all’improvviso mi sono reso conto che questo è davvero spaventoso”, ha detto Gawdat. “Mi ha completamente congelato”. “La realtà è”, ha aggiunto, “che stiamo creando Dio”.

Creando Dio è ovviamente un’iperbole per quanto riguarda un braccio robotico che alza una pallina in un gesto che può sembrare consapevole. E’ il primo passo verso la cosiddetta “intelligenza artificiale” che ha affascinato la letteratura e il cinema, da Asimov a Terminator. Ma è anche il preludio della temuta “rivolta della macchina” presente nell’immaginario fantascientifico sin dagli esordi.

La parola “robot” è una parola di origine slava derivata dal termine che indica il lavoro (in russo “rabota”) che a sua volta deriva dalla radice “rab” ovvero “schiavo”. Il robot è lo schiavo, ma lo schiavo, come Spartaco, può ribellarsi quando diventa troppo intelligente: la parola “robot” fu inventata dal drammaturgo ceco Karel Čapek per il suo dramma “Rossum Universal Robot” del 1921 dove le “macchine schiave” diventate intelligenti si ribellano all’uomo. Da qui discende tutta la letteratura e la cinematografia sulla rivolta della macchina, da Stanley Kubrick a Blade Runner passando per Westworld e alcuni anime giapponesi di genere mecha che paiono alludere al transumanesimo

Ma quel che teme Mo Gawdat può accadere? Stando al premio Nobel per la Fisica Sir Roger Penrose, non è possibile. Il grande fisico, che è arrivato anche a dimostrare la possibilità dell’esistenza dell’anima usando modelli quantistici, non si lascia incantare dalle ricerche di Google sull’AI. Nemmeno dai risultati già ottenuti dalla cosiddetta intelligenza artificiale, come quando, negli anni Novanta, il computer Deep Blue sconfisse a scacchi Garry Kasparov, uno dei più grandi campioni di sempre.

Penrose sostiene che sì, l’intelligenza artificiale può arrivare a sconfiggere uno scacchista perché si tratta di usare mosse che, seppur complesse, sono dettate da un certo meccanicismo e legate a schemi rigidissimi. Ma esiste una soglia che non può essere superata, ed è quella dell’autocoscienza.

“Dietro l’espressione “Intelligenza artificiale” ci sono almeno tre parole alle quali dovremmo prestare attenzione. La prima parola è, ovviamente, “intelligenza”. La seconda è “comprensione”. La terza parola è “consapevolezza” spiega Penrose. Molto semplicemente le macchine non sono consapevoli. Questo è anche il motivo per cui, alla fine di “2001, Odissea nello spazio”, l’astronauta comunque ha il sopravvento sul computer ribelle: perché nella sua consapevolezza l’uomo arriva a “barare al gioco”, cosa impossibile alla macchina.

Sir Penrose però sposta l’attenzione sul fattore umano dietro la macchina: se Gawdat teme un’improbabile “creazione di Dio”, il Nobel per la fisica teme l’abuso che uomini senza scrupoli possono fare di questa intelligenza artificiale.

“Ciò di cui dobbiamo preoccuparci – spiega Sir Penrose – non è se i computer e quindi ciò che chiamiamo comunemente “intelligenza artificiale” prenderà il sopravvento, bensì l’abuso che l’intelligenza naturale degli umani potrà fare di una tecnologia informatica, ovvero di una “intelligenza” priva di consapevolezza. Per questa ragione ritengo che quando parliamo di intelligenza, non dovremmo mai rimuovere l’elemento umano dalla nostra visione. Quando parliamo di sistemi controllati da algoritmi, sistemi di calcolo molto potenti e veloci, dobbiamo sempre ricordare che non sono dotati di consapevolezza. Se dunque prenderanno il sopravvento in molti ambiti della nostra società — lavoro, salute, istruzione — sarà proprio perché abbiamo dato deleghe in bianco su questa consapevolezza”.

Questo già lo vediamo. Una semplice calcolatrice tascabile  ha privato tantissimi della capacità di fare calcoli a mente. Ora la sempre più ridotta e semplificata lettura dei messaggi social ha ridotto in maniera preoccupante la capacità di comprensione di un testo scritto, di quei ragionamenti astratti tipici della nostra umanità.

Non è il robot che sta diventando “troppo umano”, siamo noi che ci stiamo “robotizzando”. E non è detto che questo non sia stato deliberatamente pianificato dai colossi del Big Tech per conto dei governi.

ANDREA SARTORI

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