Cinque testate giornalistiche tra le più prestigiose al mondo quali New York Times, The Guardian, Le Monde, El Pais e Der Spiegel hanno firmato una lettera aperta per difendere Julian Assange e la libertà di espressione.

O almeno così dicono.

Compiendo un incredibile dietrofront rispetto alle posizioni assunte fino a poco tempo fa, i quotidiani di ben cinque Paesi diversi si sono uniti in un accorato appello rivolto al presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, affinché cadano le accuse nei confronti di Assange.

Come si ricorderà, le testate in questione sono le stesse che il 28 novembre 2010 fecero da cassa di risonanza per il cosiddetto Cablegate.

Si trattava della diffusione di qualcosa come 250.000 documenti segreti estratti dalle comunicazioni intercorse tra le ambasciate e il governo statunitensi.

Numerosi gli argomenti contenuti in quei file, alcuni dei quali ancora davvero incredibili.

La lotta al terrorismo, l’idea di guerra perenne, i rapporti tra Stati Uniti e Germania, tra Italia e Russia, la chiusura del carcere di massima sicurezza di Guantanamo e molto altro.

Il rilascio di tali documenti all’epoca causò non poco imbarazzo nell’esecutivo di Barack Obama.

Lo stesso esecutivo aveva già ricevuto un primo duro colpo con la comparsa di quello che fu chiamato Collateral Murder.

Trattasi di un filmato amatoriale della durata di circa 17 minuti e risalente al 2007.

A fare il video erano stati alcuni militari americani in volo su Baghdad, mentre compivano impietosi crimini di guerra nei confronti dei civili.

Dopo aver intravisto alcune persone che sembravano appartenere alla fazione dei ribelli, i soldati aprirono il fuoco, uccidendo non solo tutti gli uomini ma anche ferendo gravemente alcuni passanti, tra cui due bambini.

Persino un fotografo morì, tra le macabre risate di quei soldati a bordo del velivolo Apache.

In generale i quotidiani vendettero milioni di copie grazie ai titoli mozzafiato e ai pezzi che uscirono dalle pagine proibite e svelate da Assange tramite Wikileaks.

Furono proprio loro i primi a sfruttare apertamente le succose informazioni che il Cablegate metteva a disposizione delle redazioni.

Eppure furono anche i primi, poco tempo dopo, a condannare Assange.

In pratica lo osannarono, lo sfruttarono, lo condannarono, per poi infine consegnarlo all’oblio.

Nel 2010 Kristin Hrafnsson, oggi responsabile di Wikileaks, dichiarò:

Non esiste democrazia senza trasparenza.

E dopo ben 12 anni dallo scoppio dello scandalo, solo ora il giornalismo si ricorda di Assange. Il New York Times adesso afferma:

Le accuse nei confronti del giornalista pongono le basi per un pericoloso precedente e rischiano di minacciare il Primo Emendamento americano, nonché la libertà di stampa.

La lettera aperta dunque chiarirebbe che Assange non è stato altro che la vittima di una mostruosa campagna persecutoria costatagli anni di libertà e di salute.

La domanda che ci dovremmo porre è perché ci sia voluto così tanto tempo prima che il mainstream si esponesse chiedendo la fine della persecuzione del giornalista australiano.

Durante questi 12 anni mai una volta si è cercato, se non in rarissime occasioni, di utilizzare la carta stampata per sostenere Assange e Wikileaks.

Anzi.

Il comportamento nei confronti di Assange è stato tutt’altro che solidale da parte dei giornalisti, che spesso hanno invece avvelenato e manipolato il dibattito attorno alla libertà di stampa.

Quindi ora cosa sta succedendo?

Ma è davvero della libertà di espressione che si stanno preoccupando?

A ben vedere potrebbe esserci dietro altro.

Le autorità molto probabilmente estraderanno Assange negli Stati Uniti. Così ha recentemente deciso il tribunale di Londra, città dove da anni il fondatore di Wikileaks si trova in carcere.

Se davvero Assange subisse un processo in America, quanto sarebbe conveniente lasciarlo libero di deporre in aula?

Le informazioni che potrebbero uscire dalla sua bocca metterebbero in ginocchio l’amministrazione Biden già in estrema difficoltà.

Una difficoltà che ad oggi il governo statunitense e tutti gli esponenti del Partito democratico americano non potrebbero davvero sostenere.

Troppe le cose in gioco.

La guerra per procura in Ucraina, la risposta alla pandemia e altri scandali che nel tempo si sono andati sommando sulla famiglia Biden.

Alla luce di ciò, questa sembrerebbe l’ennesima grande operazione per salvare l’establishment, più che un sano e dovuto ripensamento da parte del mondo giornalistico.

A beneficiarne il governo Biden, non Assange.

O meglio, non solo.

MARTINA GIUNTOLI