Un sogno chiamato bebè”: è questo il titolo della fiera della procreazione assistita e dell’utero in affitto e che si terrà a Milano il 14 e il 15 maggio del prossimo anno. Un vero e proprio supermarket dei bambini su ordinazione, come svelato da Avvenire in un articolo a firma di Carlotta Cappelletti, giurista e militante femminista, in una collaborazione tra Avvenire e la Coalizione internazionale per l’abolizione della maternità surrogata (Ciams), che raggruppa una quarantina di associazioni femministe e in difesa dei diritti umani in 13 diversi Paesi.

Cappelletti ha visitato a Parigi l’omologo “Désir d’enfant” che si è svolto sabato 4 e domenica 5 settembre. Un appuntamento dedicato alla procreazione artificiale che non trascura però la maternità surrogata a cui erano dedicati numerosi stand. Infatti, seppure non espressamente menzionata nel materiale informativo della fiera, spiega Cappelletti, la pratica della maternità surrogata è stata protagonista in diversi incontri aperti al pubblico, con stand che sbandieravano le offerte per madri surroganti, donatori di gameti e persino i “trucchi” per risparmiare, come per esempio richiedere una madre surrogata canadese, perché in Canada dovrebbero ricevere solo un “rimborso spese, ma in realtà è un pagamento”.

Racconta Cappelletti nell’articolo:

«Ho assistito a questo salone per testimoniare la commercializzazione della maternità surrogata sul suolo europeo. È una pratica che noi della Ciams consideriamo come un’ennesima forma di sfruttamento delle donne, contraria ai loro diritti, oltre che lesiva dei diritti dei bambini».

Tutto questo in barba delle leggi francesi e italiane che vietano la pratica della maternità surrogata.

L’articolo di Avvenire ha destato numerose polemiche e il Centrodestra italiano è insorto. Fratelli d’Italia aveva infatti depositato a marzo 2018 una proposta di legge per rendere la maternità surrogata reato universale con prima firmataria Giorgia Meloni e cofirmataria  l’on. Carolina Varchi. L’idea di una moratoria internazionale per contrastare la maternità surrogata arriva da lontano, già con la proposta, nel gennaio del 2015, di Mario Adinolfi a cui si associò anche Pro Vita.

Mentre infervono le polemiche nel nostro Paese, dovremmo chiederci com’è possibile che in Francia così come in Italia sia permesso organizzare simili eventi, dal momento che la pratica dell’utero in affitto è vietata? Quello che spiegano negli stand della fiera francese è che «la Gpa è illegale in Francia, ma che non è assolutamente un delitto se ci si reca all’estero». Un modo, insomma, per bypassare le leggi e portare l’eugenetica da supermercato anche nel Paese.

Perché la maternità surrogata, una volta scrostata la patina di falso buonismo e politicamente corretto è una moderna forma di euegentica da supermercato, una mera compravendita di bambini che vengono “fabbricati” e ceduti a pagamento per soddisfare i capricci (ops, i “sogni”) dei committenti.

L’utero in affitto è una barbarie, una moderna forma di schiavismo, una forma di mercificazione del corpo femminile (che viene equiparato a un forno) e dei neonati (equiparati a oggetti che si possono ordinare su misura un catalogo, vendere e comprare).

Il business dietro la maternità surrogata (miliardi di dollari l’anno) è infatti considerevole quanto drammatico e dovrebbe spingere l’opinione pubblica a riflettere sulle derive dell’attuale politica.

Dietro questo mercato globale si nascondono spesso tragedie umane, morti, abbandoni, condizioni di vita devastanti che spingono donne disperate ad accettare di affittare il proprio corpo per fare figli per i ricchi. Più ci spostiamo nei Paesi poveri e in via di sviluppo e meno le donne guadagnano per la gestazione: sono tutte donne disperate, molte di loro hanno già diversi figli e lo fanno esclusivamente per denaro. Accettano il contratto legale che le costringe alla fine delle quaranta settimane, se il figlio è sano (altrimenti sono costrette ad abortire o a tenerselo senza soldi ovviamente), a cederlo ai genitori acquirenti.

In Oriente il servizio costa molto meno perché le madri surroganti non hanno una copertura sanitaria e rischiano persino la vita (ma questo è un problema collaterale per chi “compra” un bambino se si può risparmiare). Nel subcontinente indiano, infatti, la situazione delle madri surroganti era talmente drammatica che la camera bassa indiana ha approvato nell’agosto 2019 il provvedimento che vieta in tutto il Paese la maternità surrogata a fini commerciali. La legge autorizza la gestazione surrogata solo nel caso di scelta altruistica, tra persone della stessa famiglia, e solo per le coppie di indiani sposate da almeno 5 anni che non abbiano altri figli viventi.

Il provvedimento mette quindi fuorilegge le oltre 3000 cliniche private che dal 2001 prosperavano in tutto il Paese, con coppie in cerca di figli che arrivavano da tutto il mondo, e un giro d’affari di milioni di dollari. Non basta perché le cliniche hanno già iniziato negli ultimi mesi a spostarsi negli altri Paesi, ma è comunque un inizio. Le donne firmano contratti tra le parti che non prevedono nessun supporto medico o economico in caso di malori post parto e vengono spinte a parti cesarei per non mettere a rischio la nascita dei bambini. In alcuni casi vengono sottoposte a trattamenti ormonali pericolosi per la salute, con l’obiettivo di aumentare la percentuale di successo del concepimento.

Si sfrutta cioè il corpo di una donna per ottenere il massimo profitto, proprio come nell’industria. Perché è esattamente questo: una fabbrica fordiana di bambini.

Specchio di una forma di schiavismo moderno, in cui il corpo della donna viene equiparato a un forno e il prodotto che ne deriva (il neonato) può essere ceduto come semplice merce. Addirittura rimandato indietro se non soddisfa l’acquirente, come diversi casi di cronaca attestano.

Oggi dobbiamo purtroppo constatare che ogni cosa è diventata merce, anche la vita. La tecnica, scollata dall’etica, è ormai asservita al mercato e anzi, tecnica e mercato sembrano ormai sulla buona strada di asservire l’uomo, diventando i padroni del nostro futuro. Siamo nel pieno dominio della tecnocrazia, asserviti alle multinazionali che ci plasmano a suon di slogan inducendoci a consumare oggetti, cibo con pesticidi, ormoni, vitamine sintetiche.

E dal cibo che ci nutre siamo passati ai figli, che si vogliono a tutti i costi anche quando la natura nega questo privilegio, che si desiderano come se fossero bambole, che si fabbricano su misura per capriccio, che si strappano alle madri surroganti che li hanno nutriti con il sangue, il cibo, le proprie emozioni per nove mesi. Si chiama bonding: si tratta di quel legame indissolubile che si costituisce tra madre (padre) e figlio già nella fase prenatale.

Ha ragione la filosofa e femminista Luisa Muraro a rivendicare nel suo libello L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, «l’impegno femminista per la libertà» coerente con la critica alla gestazione per altri.

Muraro nota infatti come la possibilità di diventare madre sia

«una prerogativa che in antiche culture ha ispirato un rispetto sacro per il corpo femminile. Soltanto lo stato di necessità può giustificare […] che una si privi delle sue prerogative senza con ciò sminuirsi».

Dello stesso parere la militante femminista lesbica Marie-Josèphe Bonnet, fondatrice del Fronte omosessuale d’azione rivoluzionaria (FHAR), che si è inimicata i compagni del movimento LGBT francese per la sua posizione contraria alla maternità surrogata:

«Non c’è niente di etico nel mercato delle madri surrogate, ma solo profitti economici»,

ha dichiarato, spiegando:

«È un business da tre miliardi di euro. Donne, per lo più indigenti e analfabete, provenienti dall’India o dai paesi dell’Est Europa, affrontano, dietro compenso, una gravidanza e un parto, sapendo che poi il figlio verrà loro strappato al momento della nascita e ceduto a chi glielo ha commissionato. Mi spiegate cosa c’è di etico in tutto questo? L’etica non è il sacrificio di sé»[3].

Episodi del genere, la possibilità di organizzare fiere che mettano in scena simili barbarie, dimostra che è in atto un ribaltamento del pensiero e uno svuotamento dei termini, una manipolazione della realtà e delle menti per introdurre pratiche ultra-capitalistiche moralmente inaccettabili: è proprio in questi frangenti che chi è contrario o preoccupato dovrebbe prendere posizione per denunciare la deriva morale, etica e sociale in atto.

Per strappare a condizioni di schiavismo quelle donne che si vedono costrette ad affittare il proprio corpo come se fosse un forno.

Per non essere complici, per difendere la vita di quegli esseri che non hanno chiesto di essere “fabbricati” e tantomeno di essere “venduti” come merce: i bambini.

Possiamo, dobbiamo, riappropriarci della nostra coscienza critica e negare il nostro consenso su tematiche che potrebbero rivolgersi contro di noi e il futuro dei nostri figli.

Possiamo e abbiamo il dovere di esprimere la nostra posizione in modo da fermare la deriva sociale che è sotto gli occhi di tutti.

Voltarsi dall’altra parte per delegare ad altri la discussione è moralmente inaccettabile così come lo è quella che ritengo una forma moderna di schiavitù. L’utero in affitto.

ENRICA PERUCCHIETTI

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