Nella notte tra il 16 ed il 17 ottobre 2022 il fotoreporter e giornalista di guerra Giorgio Bianchi ha ricevuto una visita della Polizia italiana nella camera d’albergo dove soggiornava.

La vicenda per ora sembra essersi conclusa con un nulla di fatto.

Tuttavia, ciò ha contribuito a scavare un solco ancora più profondo nella sensibilità di chi si riconosce nella sete di verità, nel giornalismo non allineato e nella strenua difesa del perimetro costituzionale.

Più in generale, negli anni, diversi episodi di criminalizzazione hanno colpito il fronte internazionale del dissenso.

L’esempio più conosciuto e grave è quello di Julian Assange, fondatore di Wikileaks, colpevole di aver esposto i crimini di guerra statunitensi, rendendoli fruibili al grande pubblico.

Ma Assange, che rischia 175 anni di carcere nel caso venga estradato e processato negli Stati Uniti, non è sicuramente l’unica vittima della vicenda.

Anche tutti coloro che lo hanno aiutato, in un modo o in un altro, sono stati perseguitati dal sistema. Un sistema che, prima di fare giustizia, si preoccupa di silenziare le voci scomode con i suoi ingranaggi inarrestabili e impietosi.

Ricordiamo brevemente i fatti di Londra.

Nel giugno del 2012, Assange raggiunge la capitale del Regno Unito e trova rifugio presso l’ambasciata dell’Ecuador.

Nell’agosto dello stesso anno, egli ottiene asilo politico dalle autorità. Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, gli conferma inoltre che può rimanere nell’ambasciata per tutto il tempo necessario.

L’ambasciata sarà ufficialmente l’abitazione del giornalista fino all’11 aprile 2019.

Durante la sua permanenza nella sede diplomatica londinese, Assange tra l’altro continua a lavorare e a comunicare via internet, rimanendo di fatto un pericolo per tutto l’establishment internazionale.

Le cose però cambiano drasticamente quando Lenìn Moreno nel 2017 è eletto presidente in Ecuador.

Con una politica diametralmente opposta a quella del predecessore, Correa, Moreno revoca lo status privilegiato di rifugiato politico ad Assange.

Non solo.

Forse in base ad accordi presi con i poteri forti statunitensi, o forse perché Assange stava investigando sulle società estere del fratello, Moreno spinge l’ambasciatore, Jaime Merchan, a chiamare la polizia locale in sede, cosicché le autorità britanniche possano portare il giornalista in carcere.

Moreno definisce il giornalista “un moccioso viziato” e ne considera scriteriato il comportamento, giustificandone così l’arresto: secondo il presidente, Assange ha trasformato la prestigiosa sede diplomatica in un appartamento privato, senza cura per la struttura né per i suoi inquilini.

La data dell’11 aprile 2019 segna dunque l’inizio della fine, per Julian Assange in primis, ma anche per coloro che gli hanno dato supporto.

Infatti sia Correa che il suo vice Jorge Glas, a partire dalla cattura del giornalista, subiscono quella che Correa stesso definisce “una vera e propria persecuzione politica da parte del sistema e da parte del nuovo presidente Moreno”.

Nel 2020 entrambi vengono condannati per corruzione a diversi anni di carcere.

Correa, tuttavia, che in quel momento da tempo ormai vive in Belgio dove ha ottenuto asilo politico, apprende della sentenza di primo grado in contumacia.

L’ex presidente, che si è sempre dichiarato innocente rispetto alle accuse, ha risposto alla sentenza (non definitiva) con un Tweet al vetriolo in cui afferma:

Ecco, hanno raggiunto quello che volevano, manipolare la giustizia per avere quel che non sono riusciti ad avere legalmente con le urne. Io sto bene e sono sicuro che vinceremo a livello internazionale, perché la situazione è ridicola, ma so che ci vorranno anni prima che questo accada.

Il magistrato Antonio Ingroia ne ha parlato durante la puntata del nostro talk show Dietro il Sipario intitolata “Chi lavora per criminalizzare il dissenso?” (vedi video allegato).

Ingroia nel 2018 si reca a Quito, capitale dell’Ecuador, come parte di un team di giuristi internazionali il cui compito è quello di vigilare su quanto sta avvenendo nel Paese durante il processo a Correa e Glas. Afferma Ingroia:

Probabilmente a Correa si vuole far pagare anche di avere dato asilo politico nell’ambasciata ecuadoriana di Londra a Julian Assange, fondatore di Wikileaks e ricercato dagli Usa, la cui vita è in pericolo, come dimostra la recente misteriosa scomparsa in Norvegia del suo socio Arjen Kamphuis, cofondatore di Wikileaks. Ho già predisposto un rapporto politico-giuridico sul caso, in cui si denunciano le manipolazioni del diritto penale e del diritto processuale della prova e le conseguenti violazioni dei diritti dell’uomo che andranno denunciate in ogni sede internazionale.

E ancora:

Questo caso costituisce un’evidente manipolazione dei principi base del diritto penale e del diritto processuale della prova, visto che non c’è alcuna vera prova a carico di Rafael Correa e che si vuole a tutti i costi imputargli un reato forzando le regole di attribuzione della responsabilità penale valide in uno Stato di diritto.

Infine:

Correa e Glas sono i casi che in Ecuador devono fare gridare allo scandalo. E sullo sfondo l’accanimento contro Julian Assange, avendo Correa ed i suoi il solo torto di avere dato asilo ad un ambasciatore della verità come Assange (…).

Non si sbaglia dunque quando si afferma che criminalizzare il dissenso può diventare una manovra reale e concreta, verosimilmente attuata da coloro che il dissenso lo temono, siano queste le istituzioni o altre figure legate al potere.

Compito di chi fa parte del fronte dell’opposizione è quello di non accettare passivamente ciò che la messa a tacere del dissenso vorrebbe.

Intimidazioni, persecuzioni e soprusi devono essere sempre ostacolati e denunciati con voce ferma, seppur sempre nel perimetro della legalità.

Non c’è altra scelta, pena lo stato di polizia.

MARTINA GIUNTOLI

 

 

 

 

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