L’avvento della “nuova normalità“, che altro non è se non una “non-normalità”, ha raggiunto il suo compimento con l’emergenza sanitaria e ha comportato un modo diverso di intendere il potere ed i rapporti sempre piú intolleranti tra i membri della collettivitá sociale.

Il virus (dalla lingua latina “veleno”) ha infettato le categorie politiche, giuridiche, economiche, sanitarie. Il potere si è fatto piú fisico, ma al contempo piú impalpabile: tracciamento, QR code, prenotazioni.

La procedura ha travolto la politica, l’algoritmo guida l’organizzazione sociale, le pratiche e i decreti hanno dimostrato l’inconsistenza e le intrinseche contraddizioni della c.d. “democrazia rappresentativa”. Sono volti vuoti, patetici, inespressivi, arroganti, insopportabili, a tratti inumani, quelli che appaiono in modo bulimico nelle televisioni in cui scorre il divenire di una narrazione nauseante a senso unico.

È diventato chiaro quanto la comunicazione ed il personalismo politico restino il fumo sovrastante, una “sovrastruttura” marxista, mentre la complessità di realtá interdipendenti sia il carbone ardente funzionale ad arrostire la carne. La nostra vita quotidiana, infatti, in questo prolungato stato di eccezione sempre piú “normalità consolidata”, per riprendere un’espressione del filosofo contemporaneo Giorgio Agamben, dipende molto di più dal funzionario, sia esso medico, ingegnere o informatico, o dall’impiegato dell’azienda sanitaria, che non da politici impotenti o tremendamente impauriti o meri esecutori di decisioni assunte in altre sedi ed in altri luoghi.

La pandemia ci ha ricordato che essere governati è anche e soprattutto essere chiusi, tracciati, sorvegliati, controllati, certificati, distanziati, isolati.

La domanda di sicurezza “effimera” (domani si affacceranno altri “virus”) ha stretto gli ultimi bulloni residui del Leviatano, “il dio mortale” che, tuttavia, continuiamo a considerare “immortale”. Ha spazzato via tutte le membrane come la famiglia, la scuola, il lavoro, le associazioni, le chiese, che avevano il compito di separare l’uomo dal governo e consentire la realizzazione della “libertà da”. L’oltre-uomo della “nuova normalità”, plasmato dal potere, è solo l’ultimo bluff di un pensiero oramai incapace di liberarsi dalle catene che lo inchiodano inesorabilmente al muro della caverna platonica.

Una speranza: da quell’antro fatto di ombre, racconta Platone (428 a.C.-348 a.C.) nel mito, qualcuno ha avuto la forza di liberarsi, di uscire alla luce del sole (l’idea del Bene) e di annunciare ai suoi compagni di catene che la normalità non se ne era mai andata.

DANIELE TRABUCCO

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