Il fallimento della politica di fronte al regime tecno-sanitario

(Il concetto e l’applicazione attuale della politica – una ricetta letale a scoppio programmato per qualsiasi società civile)

La politica come sistema di governo della società, finora non ha mai saputo realmente risolvere le criticità fatali che la rendono tuttora uno strumento non solo antidemocratico ed in effettiva contraddizione alle intenzioni per le quali sarebbe venuta ad essere, ma al tempo stesso essa si è convertita nello strumento di sedimentazione per eccellenza del potere arbitrario dei pochissimi sui più.

In coerenza con una serie di fattori tecnici che adesso andremo ad analizzare, ci si potrà rendere conto di come sia lapalissiano che la politica contemporanea vada profondamente riformata in diversi e fondamentali aspetti, per poter tornare ad essere uno strumento al servizio del cittadino, anziché un mezzo di spudorata frode e sordo assoggettamento della popolazione.

Sotto un profilo storico, la politica ha goduto di alcuni momenti in cui ha potuto esprimersi con grande efficacia e significatività nell’interesse della collettività, ma tali momenti si sono dovuti per lo più ad una concomitanza di precise e particolari fasi storiche in congiuntura allo spessore morale ed intellettuale circoscritto ad un pugno di individui succedutisi durante alcuni determinati periodi. Ad oggi tali memorie, se messe a paragone con la realtà contemporanea, risultano essere molto poco bastevoli per poter giustificare ragionevole fiducia in un sistema a cui dovrebbe essere assegnata la massima autorità, ovvero regolare e governare la cosa pubblica.

Il periodo migliore della politica italiana si può identificare nell’immediato dopoguerra con la stesura della Costituzione italiana, senza escludere qualche isolata manifestazione concreta di deontologia ed onestà politica fino alla fine degli anni ‘70 da parte di qualche politico ed uomo di Stato degni di esser fregiati di tale qualifica. Dall’immediato dopoguerra in poi, anno per anno, proprio come i virus che tanto vanno di moda ultimamente, già si faceva strada l’infezione cronica del sistema politico, in coerenza col fatto che coloro i quali hanno interesse ad operare nella malafede all’interno delle stanze del potere governativo, sono di consueto assai più organizzati, pianificatori e dotati di memoria storica di chi vi sia giunto mosso da una genuina onestà di intenti. Vennero così rigurgitati dalla politica nostrana elementi sempre più in linea con gli interessi del grande capitale, forti del fatto che i leader delle maggiori aziende internazionali, protagonisti della scena finanziaria mondiale, avendo una visione orientata a delle aspettative che necessitano una programmazione le cui strategie di attuazione durano anche decenni, ma con obbiettivi significativamente divergenti a quelli delle democrazie occidentali, mantengono per necessità appunto una maggior memoria storica degli statisti e dei loro successori, i quali solo in parte possono intuire certe insidie programmate e organizzandosi di conseguenza per decenni con maggiore solerzia ed efficienza dei governi stessi, i primi riescono agilmente ad insediarvi i loro vassalli, attraverso movimenti e partiti politici letteralmente colonizzati se non addirittura nati solo per contenere il dissenso ed estenuare le masse ad ogni voltafaccia verso il proprio stesso elettorato, per poi dare man forte ai propri padroni una volta raggiunte le stanze del potere attraverso i voti scippati con malagrazia solo pochi mesi prima, promettendo in occasione delle elezioni l’esatto opposto di quanto poi applicato una volta ottenuto il mandato.

Ricordiamo tra i vari ed indistinti simulacri di partito la Lega Nord che liquidò il proprio ideologo Gianfranco Miglio dopo averne ben sfruttato l’autorità intellettuale, scaricandolo a malo modo perché dichiaratosi contrario all’Euro, in piena incoerenza nei confronti dell’ideologia dichiarata ufficialmente dalla Lega Nord ma in piena coerenza con la mission che di fatto guidava quel partito sin dall’inizio.

Di già la Lega tradiva con le azioni, almeno d’innanzi agli osservatori più lucidi ed oggettivi, il manifestarsi della propria natura europeista che ne ha motivato profondamente quanto occultamente la fondazione, a dispetto dell’apparente contraddizione secessionista, che non era poi altro se non parte di un disegno volto ad istituire degli stati federali per arrivare ad indebolire, quindi abolire, le nazioni, in pieno stile globalista.

Di fatto la Lega Nord, come ha visto nel concreto manifestarsi una minaccia verso il sacro strumento monetario paneuropeo si è comportata esattamente come la proverbiale madre pronta anche all’estremo sacrificio pur di vedere salvo il figlio, quando il Re Salomone propose di tagliarlo a metà. Una grottesca quanto truce burla messa in atto da maggiordomi senza scrupoli e senza dignità morale, loro si i veri ideologhi della Lega Nord, altro che Gianfranco Miglio, sfruttato vigliaccamente come paravento con tanto di esileranti teatrini ricorrenti celebrati con ampolle dell’acqua del Po.

Ma cosa manca sovente per comprendere la lineare coerenza delle meccaniche politiche attuali, se non la consapevolezza che queste sono tuttora oltremodo soggette alla volontà individuale di chi vi giochi un ruolo attivo e che non ci siano di fatto ancora gli strumenti per tutelare la collettività dalle azioni di questi, qualora decidano di nuocere alla prima per il proprio personale tornaconto. Piuttosto è corretto considerare che con l’avvento di tecnologie sempre più invasive e delle rivoluzioni in campo culturale, sociale e legislativo in linea con gli standard attuali di cieco e genuflesso allineamento ai grandi interessi privati, sarà sempre più difficile proteggersi da chi si trova nelle cabine di regia del potere. È sufficiente considerare i crudi fatti per constatare le inequivocabili coerenze che determinano come primo fattore trainante di decisione politica la volontà degli individui che esercitano in prima persona il potere istituzionale e politico, quindi di coloro che dall’ombra (ma neanche tanto) la possono influenzare, perché è l’unica volontà che oggettivamente riesca a farsi valere attualmente nei governi.

Così, in una modalità a dir poco sprovveduta, si è affidata la politica alla sognante speranza nella magnanimità di pochi e ad un sistema di sicurezza costituzionale ereditato dai Padri Costituenti che è stato oramai ampiamente eluso, come succede a qualsiasi altro sistema di sicurezza con il passare del tempo.

Ma per capire le meccaniche che giustificano come sia possibile che la politica sia stata fatta strumento ineludibile di oppressione è necessario effettuare un parallelismo storico tra la politica nel passato e quella moderna fino alla realtà contemporanea, per comprendere come tale sistema sia rimasto essenzialmente immutato nei secoli e come di conseguenza esso non potrà mai dare un risultato differente fino a quando non verrà ad essere rivoluzionato radicalmente.

Iniziamo la nostra analisi dal regno del Re Sole, Luigi XIV di Borbone dove è avvenuto nella forma più evidente un primo pervertimento dello stesso concetto di monarchia che fino a quel momento era concepita come il riconoscimento di un Sovrano per scelta divina e ci accorgeremo non solo che il suo potere traeva la propria fonte dai diversi membri di un consesso dei quali ognuno gli garantiva una fetta del proprio stesso Trono, ma anche che l’appropinquarsi di crisi che attanagliarono la Francia non preoccuparono mai il Monarca se non in termini di assenza di risorse per letteralmente acquistare la fedeltà dei diversi personaggi chiave nel garantirgli quel potere, mentre nessuna preoccupazione in termini di risorse per approvvigionare il popolo affamato pesava nel bilancio sul quale egli si regolava per prendere le proprie decisioni.

Il potere politico già allora non era quindi concentrato nelle mani di una sola persona ma bensì era già diviso, gestito partecipativamente e garantito da un gruppo di influenza che rendeva possibile per propria scelta il concentrarsi di un potere in un singolo individuo, il quale si sarebbe trovato sì in una posizione di vantaggio su ognuno dei singoli che a propria volta gli aveva garantito quel potere, ma restando comunque significativamente condizionato dal volere dell’insieme degli stessi per tutta la durata del proprio governo.

Così era allora e così è rimasto adesso, in politica e pressoché nella quasi totalità delle strutture di potere.

Non si può di conseguenza ignorare il fatto che anche in ambito politico l’apice a stabilire la precedenza nella catena degli interessi coincide ineluttabilmente con l’apice della catena di comando che non necessariamente, tra l’altro, deve far parte di realtà politiche ufficiali od essere visibile per esercitare la propria influenza.

Per questi motivi si parte dal presupposto che la politica essendo esercitata da individui, per forza di cose è governata appunto dagli interessi privati degli stessi, non essendovi tuttora un sistema costituzionale e legislativo sufficiente ad impedire concretamente abusi in tal senso.

Stando alla conformazione reale del sistema politico attuale, oggettivamente, l’architettura dello stesso è strutturata per premiare solo chi si adoperi in scambi o in azioni per conquistare sempre più potere e mantenere quello già acquisito. Ecco perché apparentemente si realizza quella che può sembrare a prima vista una tragica barzelletta, quando vediamo in Parlamento personaggi oramai ridotti a caricature che hanno creato la propria carriera attaccando l’Euro e Mario Draghi per poi sostenerlo senza la benché minima esitazione con il loro voto al Governo. Il problema è che questa non è una barzelletta, ma il prodotto inevitabile di un sistema perfettamente coerente nel proprio abominio ed indecifrabile solo per gli illusi senza speranza, per gli ignoranti integrali e per gli sprovveduti. D’altro canto è oramai innegabile che questo modello di sistema politico sia oramai giunto allo stremo, specie perché in troppi ne hanno scorto l’inganno.

Se l’occasione fa l’uomo ladro è altrettanto vero che sarebbe forse più saggio creare i presupposti per costringere chi è al potere a fare il proprio dovere e a non poter eludere i sistemi di sicurezza istituzionali preposti a garantire i diritti civili, piuttosto che sperare di riuscire a “coltivare fiori nel deserto”.

Se oggi ci troviamo in una inequivocabile dittatura lo dobbiamo al fatto che non esistono leggi a punire chi legifera in contrasto alla Costituzione, permettendo così che leggi illegittime diventino effettive esattamente come tutte le altre che godono di tutti i crismi costituzionali.

Altra falla letale del sistema politico è che si permetta ai partiti ed ai loro rappresentanti di tradire gli impegni presi con l’elettorato senza la minima conseguenza penale, anzi mantenendo i voti ricevuti tradendo i loro stessi elettori, sfruttandone quindi i voti estorti per governare secondo criteri opposti a quelli promessi in campagna elettorale. La disaffezione ed il disinteresse diffusi nei confronti della politica si deve proprio alla parabola discendente che sta segnando un macroscopico picco storico in negativo proprio in questi ultimi due anni di presunta emergenza.

Non si può chiedere sostegno al cittadino senza essere in grado o tanto meno volere realmente di rispondere concretamente agli impegni presi.

Ma la politica attuale come in passato non vede questo come un problema anzi se ne fa forte, considerato che non esiste un quorum di voti per rendere legale un’elezione politica nazionale ed è sufficiente piacere al Presidente della Repubblica per divenire Presidente del Consiglio ed a quello del Consiglio dei Ministri per divenire Ministro.

Ecco perché, ad esempio, Speranza non verrà rimosso da nessuno per volontà popolare, ma solo quando la cabina di regia lo riterrà opportuno. È sempre lo stesso gioco che si perpetua dai tempi di Luigi XIV.

Come conseguenze delle meccaniche premianti che vengono ad essere in tale meccanismo perverso, che snatura le funzioni originarie della politica come sistema di governo della cosa pubblica nell’interesse del cittadino, i leader politici attualmente maturano come unico scopo quello di accumulare potere, mantenerlo e mettere le mani sulle risorse economiche per arricchirsi personalmente, di riflesso a quello che fanno tutti i loro colleghi. Essenzialmente, si può dire che il politico vive nel proprio habitat in uno scenario di sopravvivenza che condivide con tutti i suoi alleati ed avversari ed è un gioco a cui nessuno di loro può sottrarsi senza venire escluso in blocco da ogni sostegno necessario a crescere o anche solo a permanere politicamente. È un sistema che per sopravvivere premia unicamente i membri che lo nutrono ed elimina i rami secchi che gli impediscono di fiorire secondo la propria natura.

Questo ci fa comprendere in quale misura, dopo un certo periodo storico, il concetto stesso di tirannia posta nelle mani di un singolo individuo, per quanto questi pretenda di definire il suo regno in termini assolutistici sia falso. “L’etat c’est moi”, diceva Luigi XIV, ma nulla avrebbe potuto esser più lontano dalla realtà, si può piuttosto constatare come fosse vero l’opposto, dalle contraddizioni incontrovertibili che sconfessano impietosamente l’idea di una leadership assoluta nelle mani di un solo uomo già da quei tempi se non prima.

Per quanto la pubblica opinione sia orientata a concepire la bancarotta dello Stato unicamente in termini di crisi economica nazionale che si ripercuote sulla popolazione, dalla prospettiva dei governanti l’unico vero costo a preoccupare è quello della crisi politica in seno alla cabina di potere, di fatti quando si prospettò la crisi economica, il Trono di Luigi XIV fu la prima cosa a vacillare, considerato che ogni membro del consiglio a sostegno del Trono vide drenare rapidamente le proprie risorse ed investimenti, venendo così meno la possibilità per il Monarca di garantirsi la fedeltà dei personaggi chiave nel tenere in piedi il suo regno. Nei governi contemporanei la crisi economica significa più o meno la stessa cosa, ovvero non avere abbastanza fondi per alimentare gli interessi di quei soggetti privati influenti che possono garantire popolarità e consenso.

Nel caso di Luigi XIV queste circostanze avrebbero potuto indurre le sue alleanze a cercare qualcun altro in grado di garantir loro un ritorno al benessere precedente ed il Sovrano dovette essere abile nel gestire uno spregiudicato gioco di palazzo volto a sostituire per tempo la vecchia nobiltà con una di nuovo conio, che potesse garantirgli la fedeltà necessaria ad attraversare quel periodo critico, agendo proprio come le istituzioni fanno adesso nei confronti dei soggetti dissidenti, vedi professori e medici sostituiti da esordienti senza esperienza pur di rimpiazzare ad ogni costo ogni posto lasciato libero da chi non voglia aderire al regime tecno-sanitario.

Di fatto il benessere della popolazione non figurava quindi nemmeno lontanamente tra le priorità di Luigi XIV, di conseguenza non era tra le cose per cui stanziare fondi non rappresentando una minaccia decisiva od imminente per la sua permanenza al Trono, allo stesso tempo era cristallino come il suo presunto potere assoluto non fosse invulnerabile e come piuttosto fosse stato necessario trovare risposte e mezzi adeguati per stabilire la coesione vitale all’interno di quel gruppo di potere che era cruciale appunto alla sopravvivenza del Trono e tale consesso lo avrebbe sostenuto solo fino a quando lo avesse ritenuto una opzione più conveniente che sostenere qualcun altro. Luigi XIV sapeva che non avrebbe mai potuto mantenere il Trono senza di loro come loro non potevano sperare di mantenere la propria posizione ed i relativi benefici senza di lui, ma da questa equazione il popolo era clamorosamente estromesso.

Oggi come allora ci si trova ad assistere al ripristino della stessa ricetta, attraverso uno scassinamento del sistema di sicurezza costituzionale che ci sta riportando indietro nel tempo, ad epoche che si era certi facessero parte oramai solo della storia passata e che invece pare siano tornate ad essere il nostro presente e che forse saranno anche il nostro futuro.

MARCO RIGAMONTI

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