In una delle mie vite precendenti, se non la più felice di certo la più formativa, incontrai una persona che mi insegnò l’importanza del corpo.

Da sempre concentrata solo sulla mente, sull’apprendimento, sulla conoscenza, sulla riflessione, non si può davvero dire che “mens sana in corpore sano” fosse il mio motto: il corpo era da me trascurato, quasi rifiutato nelle sue esigenze, degradato a mero ingombro.

Tuttavia, all’epoca ero una giovane educatrice e, dovendomi confrontare quotidianamente con disabili gravi e psichiatrici, mi resi drasticamente conto dei limiti insuperabili del discorso razionale. Con la maggior parte di loro era totalmente inservibile, non attaccava, semplicemente non era parte di loro. Così come per me il corpo era quasi un inutile orpello, per loro lo era la mente, o perché non in grado di funzionare oltre certi standard, o perché imprigionata in un mondo dominato dall’irrazionale quando non dall’orrorifico. Loro però il corpo ce l’avevano, eccome. Anch’esso problematico, sofferente, difettoso, attraversato e frastornato dal male che nella mente si generava, era di certo una gabbia, ma proprio per questo era, potentemente. Se avevo intenzione, se non proprio di far qualcosa di buono per loro, ma perlomeno di “contattarli”, dovevo necessariamente anch’io imparare a farmi corpo.

Fu a questo punto che ebbi la fortuna di incontrare la mia “maestra”, una ballerina che a questa forma di incontro ha dedicato la vita, una donna in grado di dialogare con chiunque senza le parole. Usando il contact, il teatro-danza, la psicomotricità, tutte le esperienze accumulate e di certo una buona dose di empatia, otteneva dai suoi ragazzi e i suoi bambini – mai li ha definiti definiti pazienti, mai si è definita terapeuta -, che fossero atassici o schizofrenici, tetraplegici o psicotici, insufficienti mentali o tutto questo insieme, risultati di gran lunga maggiori delle terapie mediche ed educative ufficiali. Metteva in scena con loro degli spettacoli a teatro, solitamente uno all’anno, ed è assistendo ad uno di questi che, tra le lacrime, vidi come, anche chi per corpo aveva una gabbia deformata e mal funzionante, poteva tuttavia usarlo per creare armonia, bellezza.

Lei teneva un corso serale per trasmettere la sua tecnica ad educatori interessati a questo approccio. Frequentai il corso, entrai in parecchi altri suoi gruppi, affrontai con lei un percorso individuale, partecipai ad alcuni spettacoli. In sintesi, si trattava di incontrare l’altro, mettergli a disposizione il proprio corpo perché potesse usare il suo per esprimersi; in sintesi, si trattava di danzare, attività tra le più antiche che identificano l’uomo come tale. Questo diede meravigliosi frutti nel mio lavoro, ma non solo: trovai finalmente la mia interezza ed imparai a relazionarmi non più soltanto attraverso la parola e il discorso razionale che, in quanto elaborazioni, possono essere falsati e divenire ingannevoli, cosa che al corpo non succede, il corpo non sa mentire. Basta imparare a leggerlo. Ed io imparai ad accogliere e a respingere secondo il mio reale desiderio, imparai ad abbracciare chi voleva accogliermi e a mantenere la distanza con chi voleva respingermi, anche se non sapeva dirmelo a parole, o se le parole dicevano il contrario. E imparai che spesso chi, come me, ha molte parole, può venirne travolto, mentre chi ha corpo difficilmente si allontana dal proprio centro.

Feci questo per tre anni, poi le circostanze mi portarono a lasciare la mia città e a cambiare lavoro, ma non persi mai il contatto con lei e con le ragazze che hanno proseguito il suo lavoro.  Di vite ne ho vissute almeno un altro paio nel frattempo, ma ciò che ho imparato da lei, con lei e da tutti i miei ragazzi attraverso quella forma di dialogo, resta parte di me.

Adesso lei è in pensione, ma le ragazze che l’hanno affiancata negli ultimi anni restano e portano avanti il suo impegno.

Con le mascherine ffp2.

Ho visto qualche video e qualche foto delle loro lezioni, e ne ho provato orrore: ragazzi spesso malati o quantomeno cagionevoli costretti, in ambiente chiuso, per un’ora intera, sotto sforzo fisico, a respirare la propria anidride carbonica; ragazzi per i quali la parte inferiore del volto è, ancor più che per i normodotati – e già lo è per chiunque –, veicolo di comunicazione primario e indispensabile; ragazzi in molti casi già destinati a morti premature per i quali forse essenziale è cercare di assaporare la vita in tutti i modi che gli sono consentiti, anziché tentare di prolungarla svuotandola (non è forse così per tutti?).

Le ragazze mi risponderebbero, ne sono certa, che il loro compito è proprio quello di partire dal limite per poi aggirarlo, superarlo, trascenderlo, mi risponderebbero che è proprio l’esistenza del limite a darci la capacità di immaginare ciò che sta oltre ad esso e quindi di creare, come gli 88 tasti per Novecento, il pianista sull’oceano. Vero. Ma la mascherina non è un limite che Dio, la natura, il destino, il caso o comunque lo si voglia intendere e definire, ha imposto, e il loro compito è, per l’appunto, quello di trascendere i limiti, e non quello di imporne di fittizi.

La cosa più bella, assistendo agli spettacoli della mia maestra, erano i volti dei ragazzi: quasi nessuno di loro sul palco si sentiva osservato dal pubblico, assolutamente nessuno di loro si sentiva giudicato per la sua prestazione artistica, si leggeva invece sui loro visi la gioia di assaporare la libertà, la liberazione momentanea dalla loro disabilità e dal loro disagio, la felicità di sentirsi, per un istante, belli e perfetti.

E anche questo, insieme a tanti altri pezzetti della nostra umanità, è andato perso.

LAURA VENTURINI

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