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Notizie19 Agosto 2021

Il caso Khaby Lame: fenomeni “social” imbastiti solo per far regredire il logos nei giovanissimi

Visione TVDi Visione TV·8822 contenuti pubblicati
Helmut Leftbuster analizza il fenomeno di Khaby Lame, evidenziando il suo successo sui social come un segnale preoccupante. Si discute anche dell'impatto regressivo di tale idolatria sui giovani e della necessità di promuovere una maggiore capacità critica.
Punti chiave
  • Khaby Lame è un ragazzo senegalese diventato popolare sui social.
  • Il suo successo è alimentato dai media mainstream come fenomeno educativo.
  • Le sue scenette ridicolizzano problemi pratici con una mimica essenziale.
  • L'autore critica il messaggio regressivo trasmesso ai giovani.
  • Si auspica una maggiore divulgazione della capacità critica tra i ragazzi.
L'articolo

Presto o tardi doveva scappar fuori la parolina magica elettoralista “Ius Soli”, per giustificare l’inconsistente clamore dedicato a Khaby Lame, un ragazzino di origini senegalesi residente a Chivasso, che, come tanti altri suoi coetanei, ha cercato popolarità sui social e l’ha trovata.

E sin qui nulla di male, anzi, gettare in qualsiasi forma di creatività partecipata la cattività imposta in due anni di reclusioni domestiche alternate è certamente preferibile al deprimersi o al drogarsi.

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Ma da questo a fare del ragazzo un “fenomeno” pompato dai media mainstream come educativo, e decantato come primato di italianità social nel mondo, ce ne passa. O dovrebbe passarcene (anche perché non è italiano, il ragazzo, non essendo italiani i suoi genitori).

Ebbene, il suo successo consiste nell’imbastire delle scenette volte a ridicolizzare, attraverso una mimica piuttosto essenziale e (soprattutto) afasica, problemi pratici di uso comune, come lo stappare una bottiglia, con l’intento solo apparentemente minimalista di smitizzarne soluzioni più complesse e articolate.

Fa ridere? Non fa ridere? Ognuno rida di quel che vuole, almeno su questo siamo ancora in democrazia (forse…).

Quel che ci insospettisce e inquieta è l’operosità mediatica della propaganda mainstream nell’idolatrare, soprattutto agli occhi dei giovanissimi, una forma di ironia che reca seco un messaggio del tutto regressivo traducibile in: “Inutile allambiccarsi troppo il cervello e sprecare fiumi di parole”, quando qualsiasi attività umana può essere basicizzata all’osso e privata di quel logos differenzialista che è visto dai sostenitori del great reset e della cancel culture come nemico giurato del globalismo.

Per quel che ci riguarda, ai ragazzi andrebbero divulgate la capacità critica, la spinta creativa, la pulsione agonistica; non un mortorio cognitivo ed emozionale che spinge ben più verso i film di Romero, che non verso le geniali intuizioni tecniche di Archimede.

Accà nisciun’è fesso, cari globalisti.

HELMUT LEFTBUSTER

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