Lo Sri Lanka ha finito i soldi, le medicine, il cibo, il petrolio. E’ crisi nera nell’isola amata dai turisti che un tempo si chiamava Ceylon e che è nota anche come Tahiti d’Oriente o come Lacrima d’India per la sua posizione immediatamente a Sud del subcontinente indiano.

Una congiunzione di circostanze particolarmente sfigate si è addensata nel cielo dello Sri Lanka? Sì e anche no. In fondo, gli ingredienti della crisi sono i medesimi che buona parte del mondo, volente o nolente, si trova a cucinare: Italia compresa. E in questo senso lo Sri Lanka potrebbe essere il famoso canarino nella miniera del mondo. Prima la recessione economica legata al Covid e ai lockdown, particolarmente grave in un Paese così legato al turismo. Poi l’aumento dei prezzi di materie prime e generi alimentari  dovuto alla guerra in Ucraina e alle sanzioni. Parallelamente, l’esplosione del debito pubblico.

In aggiunta, tumulti di piazza con morti e feriti, coprifuoco – queste, sì, sono caratteristiche non  ampiamente diffuse nel mondo – e un avvicendamento ai vertici dello Stato.

Il primo ministro Mahinda Rajapaksa, fratello del presidente Gotabaya Rajapaksa, si è dimesso una settimana fa. Gli osservatori occidentali mettono sotto accusa la sua politica di diminuzione delle tasse per cercare di rilanciare l’economia, oltre che per costruire consensi. Il successore, Ranil Wickremesinghe, ha già proposto di raccattare quattrini privatizzando la compagnia aerea nazionale. E’ una cura dei problemi economici che, alle orecchie europee, non suona per niente nuova.

Lo Sri Lanka è sull’orlo del default. Le casse dello Stato contengono ben poca valuta straniera, indispensabile per ripagare il debito pubblico e per acquistare carburante ed alimenti. Come se non bastasse, la crisi ha indotto le agenzie di rating a declassare lo Sri Lanka, rendendogli ancora più difficile ed oneroso l’accesso al credito internazionale. Il solito cane che si morde la coda, il solito circolo vizioso già visto ad esempio in Grecia. Lo Sri Lanka sta trattando la ristrutturazione del debito pubblico col Fondo Monetario Internazionale. Riceverà, come d’uso, il bacio della morte. Il Paese è legato agli Stati Uniti da vari accordi. In teoria, avrebbe risorse naturali tali da renderlo economicamente autosufficiente. In pratica, il discorso è tutt’altro.

Da giorni e giorni nello Sri Lanka gli scaffali dei supermercati sono vuoti e il poco cibo reperibile ha prezzi proibitivi. Se si riesce ad acquistarlo, la difficoltà successiva è quella di cucinarlo. Mancano infatti il gas o anche solo il kerosene per alimentare un fornello. E’ impossibile trovare i medicinali: anche i più comuni. I servizi sanitari sono prossimi al collasso. Blackout ricorrenti nella rete elettrica. Praticamente, la dissoluzione economica e conseguentemente sociale.

Oggi, martedì, il primo ministro ha annunciato che è finito anche il petrolio e che non ci sono soldi per pagare gli stipendi ai dipendenti statali. Bisognerà stamparli: ovvio, si accenderà l’inflazione. E poi sarà necessario trovare 75 miliardi di dollari per acquistare beni di prima necessità. Ma il primo ministro, pur ammettendo che i prossimi mesi saranno difficili, ha assicurato che ogni abitante dello Sri Lanka potrà mangiare tre volte al giorno.

Certo. E in un anno sarà anche tre volte Natale. Sono i miracolosi effetti delle ricette basate sulle privatizzazioni.

GIULIA BURGAZZI

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