I talebani trafugano l’oro di Alessandro Magno. E non è la prima volta

Nessuno riuscì a conquistare l’Afghanistan: fallirono inglesi, sovietici e americani. Solo un uomo vi riuscì, e si chiamava Alessandro Magno, che vi fondò la città e la cui memoria, come ben sa chi ha letto Kipling, non si è mai spento in quelle zone. E in Afghanistan Alessandro avrebbe lasciato un misterioso tesoro fatto prontamente sparire dai talebani.

Il tesoro è al sicuro, non sono affari vostri” sbottano i capoccia del regime di Kabul. E non è poco quel tesoro, visto che si tratta di ben ventimila pezzi d’oro di valore inestimabile scoperti dagli archeologi tra il 1978 e il 2004.

A qualcuno la scomparsa del tesoro del grande condottiero macedone, che “conquistò”   l’Afghanistan (che allora si chiamava Battriana) in maniera più intelligente dei suoi successori sposando una principessa locale, potrebbe ricordare l’iconoclastia dei regimi integralisti islamici, solitamente molto feroci con i reperti archeologici pre-islamici considerati, a causa di una lettura molto rigida del Corano, come esempi di “shirk”, ovvero idolatria, l’unico peccato che Allah non perdonerebbe.

Tutti hanno ancora negli occhi l’atroce fine dei Buddha di Bamyan, le due gigantesche statue scavate nella roccia, segni proprio del passaggio di Alessandro Magno in quelle zone dato che erano esempi di quella mirabile fusione di arte greca e buddista scaturita dall’invasione macedone dell’Impero Persiano e dell’India. Purtroppo non solo i talebani si sono prodigati in questa furia iconoclasta dettata dal fanatismo religioso: ricordiamo le terribili devastazioni compiute dall’Isis a Palmira, la città siriana ponte tra la civiltà greco-romana e quella orientale: tutti ricordiamo la tragica fine dell’archeologo Khaled al-Asaad, ucciso dall’Isis nel 2015 per il suo rifiuto di consegnare ai guerriglieri i reperti archeologici.

A Palmira gli uomini di al Baghdadi distrussero il tempio di Bel, l’Arco di Trionfo di Settimio Severo e diverse opere della civiltà ellenistica e romana, e solo grazie all’intervento russo al fianco di Assad si evitò la distruzione completa del sito archeologico. Così come, dopo la caduta di Gheddafi, è in pericolo il preziosissimo sito archeologico romano in Libia di Leptis Magna, città natyale dell’imperatore Settimio Severo. E così come in Egitto gli oppositori di El Sisi, appartenenti alla Fratellanza Musulmana o ai più estremi salafiti, invocano la distruzione della Sfinge e delle piramidi, vestigia di quel Faraone maledetto nel Corano come nella Bibbia.

Probabilmente se prendiamo in esame il caso dell’oro di Alessandro ci troviamo però dinanzi a qualcosa di diverso rispetto alla classica iconoclastia talebana, per due motivi: uno di ordine religioso e l’altro di ordine pragmatico.

Quello di ordine religioso: sorprendentemente Alessandro Magno è citato nel Corano come figura positiva e questo diede la stura ad un fiorire di leggende e poemi attorno al grande conquistatore nel mondo arabo e persiano. L’avversione iraniana per la figura del macedone è di ordine nazionalista e non religioso, e infatti era il laico Shah Reza Pahlevi, ultimo discendente degli Achemenidi sconfitti da Alessandro, a vederlo come mito negativo, mentre l’ayatollah Khomeini apprezzava il pensiero dei maestri di Alessandro Aristotele e Platone.

Il secondo motivo è ovviamente pragmatico, ed è quello più significativo: l’oro di Alessandro ha un valore inestimabile, e può portare alle casse talebane una ricchezza tanto più preziosa oggi che la finanza sta crollando e l’oro sta tornando ad essere il bene rifugio per antonomasia. I talebani sono molto meno stupidi di come li dipinge una certa propaganda occidentale, e la cultura musulmana è da sempre una “cultura degli affari”. Con l’oro di Alessandro il regime di Kabul incassa il suo secondo grande colpo da maestro, dopo aver umiliato l’Occidente sia nella versione comunista che in quella capitalista.

Ma attenzione, anche la più classica iconoclastia islamista non è certo esente dall’islamico senso degli affari: i jihadisti hanno ben presente quanto sono disposti a sborsare i miliardari per tenere in caso un pezzo di quegli “idoli” provenienti da civiltà preislamiche, e alla distruzione di Palmira in Siria o di reperti assiro-babilonesi in Iraq ha fatto seguito un fiorente mercato che, secondo le stime dei servizi segreti britannici, avrebbe fruttato ben 250 milioni di dollari all’Isis. Solo con i resti dei reperti trafugati ad al Nabuk, in Siria, l’Isis guadagnò 36 milioni di dollari: e col traffico di reperti l’Isis finanzia il suo jihad. Cosa finanzieranno i talebani con l’oro dell’unico vero conquistatore dell’Afghanistan?

ANDREA SARTORI

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