L'articolo
di Massimo Arka Zanasi.
Il dibattito pubblico sull’autonomia differenziata si sta retoricamente focalizzando sulla polarizzazione Nord contro Sud. L’impostazione non ha nulla di scorretto, ma non dà ragione di tutti i rischi legati a questa riforma. È quindi un’impostazione corretta, ma, credo, insufficiente.
Che il Sud esca ancora più svantaggiato da questo tipo di autonomia è palese. Del resto la riforma è l’esito finale di quel disegno leghista, concepito più di trent’anni fa da Umberto Bossi e da Gianfranco Miglio, che all’inizio era pensato grottescamente come “indipendenza” della Padania, che veniva poi ridotto a un “federalismo” tagliato con l’accetta e che ora viene presentato nella forma verbalmente più accettabile di “autonomia differenziata”.
La Lega in questi trent’anni non ha combinato molto sul piano istituzionale. Ha solo lucrato politicamente su quelle ipotesi di trasformazione del paese, sempre concepite contro qualcuno, prima di svoltare verso il nazionalismo salviniano che, ridotto ora ai minimi termini, ripropone la carta dell’autonomia come ritorno alle origini.
Il doloroso paradosso è che fu invece il centrosinistra, nel 2001, a cambiare il titolo V della Costituzione, introducendo una forma inedita e poco ordinata di regionalismo. Fu quello il tentativo, miope e tutto politicistico, di indebolire elettoralmente la Lega. Oggi è proprio agganciandosi a quel precedente mutamento costituzionale che la Lega è riuscita a introdurre l’autonomia differenziata come legge ordinaria (il che, in un probabile referendum abrogativo, renderà necessario il difficile raggiungimento del quorum, non richiesto invece per i referendum costituzionali).

















