Gli zombie cinematografici e gli hub vaccinali

Esterno notte. Zombie a cascata lungo il perimetro trasparente di vetrate aggettanti sul regno della merce, un supermarket. Il vuoto estetizzante di film anni ‘80 (già da fine ‘70) era solo apparente. Da Essi Vivono a 1997 Fuga da New York, da Brazil a 1984, la valenza predittiva di una visione sul crinale ultimo della storia come s’era conosciuta, trascendeva probabilmente le “peggiori” intenzioni degli autori.

Si fa un gran parlare, da almeno un anno e mezzo, di romanzi distopici e trame cospirative sulla società del controllo ormai diventate realtà concreta, sulla base di determinazioni politiche a trazione neoliberale, tanto da non riuscire più a definire una linea di faglia precisa tra predittività artistica (e si potrebbe opinare che molti padri fondatori del genere, da Huxley in giù, avessero effettivi contatti con le élite Iniziatiche) e pulsioni ispiratorie di un Nuovo Ordine.

Certo è che se pure si rifiutasse in toto ogni modello letterario come codifica della realtà di fatto, non si può rimanere freddi di fronte a scene, invece molto concrete sconsolanti e attuali, come quella dell’Hub vaccinale in Bologna.

Cominciamo col dire che se uno, appunto, rifiutasse di interpretare una modernissima malattia pandemica in chiave neoliberal, verrebbe immediatamente smentito dalla lampante e inquietante omologia strutturale e estetica tra una fila chilometrica per l’acquisto di un nuovo modello di telefonino e la ressa per il vaccino, ormai oggetto fetish per masse spiantate e recise da ogni possibile ricordo identitario. La transustanziazione della merce, come prodotto in serie per consumo massivo e irriflesso, in soma salvifico, è ormai l’oggetto trascendente di una nuova teurgia medicale, officiata da orde di sacerdoti distribuenti ostie sconsacrate di grande sex-appeal.

Nell’inane srotolarsi sullo schermo dei film anni ‘80, se “Jena” Plissken, lottava per farsi cacciar via un chip mortifero dalla carotide in tempo utile prima di schiattare (vado a memoria), e Mel Gibson alzava polveroni desertici in cerca di benza, o Jason faceva a fette cheerleaders infoiate dietro una maschera da hockey (cusioso vezzo pudoriale da serial killer), e ancora il protagonista di Velluto Blu, si accapigliava contro un maniaco sessuale maschera-a-ossigeno addicted (e ritorna la maschera!), e l’alieno arcobalenico e politicamente corretto E.T. biascicava telefono casa (due elementi, col senno di poi, invero inquietanti), ciò che mi rapiva, che esercitava su di me un magnetismo conturbante, era il morto che cammina. Lo sguardo vacuo e bovino (ma più che un bovino, il suo feroce antenato paleolitico l’Uro) del morto, oggi lo ritrovo negli occhi spenti sotto le macherine di gente rassegnata a un destino improbo. Sguardi morti, sì, ma feroci. La ferocia di chi torna, più vegeto che vivo, da un Cimitero Vivente (per restare in tema).

Nel film di Romero, Dawn of the Dead, gli zombie zombificano ciondolanti di fronte un supermercato, dal cui interno una fluorescenza alogena circonfonde una merce che null’altro è che l’oggetto di un desiderio serializzato. E proprio nelle istanze di Romero, credo che il film rappresentasse una metafora della reificazione, dell’oggettivante pulsione capitalista, dove tutto e merce e cannibalismo, e dove nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si vende. Gli zombie come metafora della cloaca onnivora in cui la società si era trasformata. Beh, certo, almeno semplificando.

Sì, perché il processo di zombificazione (e cos’altro sono questi giovani italiani, in massa scomposta di fronte l’Hub, nullificati dall’infimo sguardo della TV, e ridotti all’ombra di un’ombra?), che i deliri di una politica della pandemia ha fatto deflagrare nelle sue determinazioni più visibili, data almeno a un trentennio. Dal grande sogno edonista reaganiano, sulla sua onda lunga, passando per il TINA tatcheriano, il big bang di un piacere senza ritegno, il cui oggetto elettivo – appropriazione del desiderio linkato al bene di consumo – era il viatico dell’espansione, proprio come l’universo ai prodromi del dramma cosmico, s’è ora giunti all’epilogo di una grande contrazione, ugualmente eterodiretta. Dal produci consuma crepa, al consuma e crepa, insomma. Possibilmente da casa, Netflix in sottofondo. A riprova della natura neoliberista di questa malattia zombificante, porto il pochissimo di un archetipo personale, la sensazione sicuramente condivisa, che a 7 anni, ciò che mi affascinava, oltre alla pulsione necrofila per il perturbante, soprattutto se esperito dal sicuro divano di casa, era appunto la possibilità del tutto inedita di liberare la merce dal suo statuto di inviolabilità. Figo, potersi aggirare in un supermercato in notturna!, e saccheggiare a più non posso tutto ciò che desiderassi. Che poi si fosse morti, beh, quello era un dettaglio tutto sommato trascurabile. Non è molto, ma al dogmatismo scientifico, disancorato dal dubbio metodologico, preferisco le sensazioni di un bambino di 7 anni, che duella senza saperlo per venir fuori, nel suo bizzarro mondo fuorilegge, caotico e pieno di contraddizioni, dall’imperio della società dei consumi e di morti già in vita.

GIOELE VALENTI

Visione TV

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