di Antonello Cresti.
Tra le tante espressioni che potremmo dedicare agli “intellettuali” megafoni del regime, una ci sembra particolarmente calzante: “eunuchi del pensiero”.
Chi sono costoro?
Gli eunuchi del pensiero si moltiplicano su un terreno marcio, nutriti dalla paura del conflitto e dall’ossessione per un ordine sterile. Li riconosci subito: occhi spenti, parole asettiche, pensiero neutro, liquido, senza carne né sangue. Annuiscono senza dire nulla, ripetono dogmi senza anima, temono il rischio e rifuggono la complessità. La loro è una fede ipocrita, travestita da razionalità, in realtà puro conformismo travestito da apertura mentale.
Sono gli scribacchini della nuova inquisizione, i chierici dell’omologazione, servi di un potere senza volto. Nei loro mondi perfetti non c’è spazio per l’errore, per l’ambiguità, per la battuta scomoda che spezza la monotonia dell’ovvio. Tutto è censurato, emasculato, reso innocuo. La carne è tabù, il desiderio una colpa, il pensiero un mantra inoffensivo. L’istinto è condannato, la forza vitale soffocata, il coraggio ridicolizzato. Hanno paura della fatica, della lotta, perché il reale richiede sacrificio, e sacrificarsi non è nella loro natura anestetizzata. Preferiscono una realtà filtrata, levigata, priva di asperità, un simulacro che somiglia a un eterno nulla, dove nessuno deve sudare, piangere, gridare.
Noi, invece, rivendichiamo il pensiero sessuato, impastato di lacrime, sudore, sperma e sangue. Un pensiero che non si nega alla carne, che si nutre del desiderio e dell’ardore, che non teme di sporcarsi con il vissuto e la passione. Un pensiero che brucia, che ferisce, che scandalizza. Non ci interessa la loro tiepidezza di plastica, il loro perbenismo sintetico, la loro prudenza paralizzante. Vogliamo il battito del cuore, il tremito della pelle, l’urlo della passione. Vogliamo la bellezza imperfetta, la parola che graffia, l’idea che morde, il rischio dell’espressione autentica.
Ci ribelliamo al terrore del politicamente corretto, all’ossessione per la purezza linguistica e morale, alla censura emotiva che vuole ridurre l’essere umano a un’entità anodina, spogliata della sua essenza più profonda. L’uomo non è fatto per il silenzio asettico delle convenzioni, ma per il tumulto delle emozioni, per la violenza della creazione, per il brivido della parola vera.
Ecco perché ci temono. Perché la vita, con tutto il suo furore caotico, trionfa sempre sulla sterilità del pensiero addomesticato. Perché sanno che la loro fragile costruzione non può resistere all’urto della realtà vissuta, sentita, gridata. E noi, con le nostre mani sporche di terra e di sangue, siamo pronti a demolirla.

















