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Notizie26 Agosto 2022

Facebook censurò la storia del laptop di Biden Junior per conto dell’FBI: é Zuckerberg stesso a dirlo

Di ·450 contenuti pubblicati
Martina Giuntoli analizza l'intervista di Mark Zuckerberg a Joe Rogan, evidenziando la censura del laptop di Biden. Si discute anche del ruolo dell'FBI e delle implicazioni politiche di tali azioni.
Punti chiave
  • Zuckerberg ammette la censura del laptop di Biden su richiesta dell'FBI.
  • L'FBI ha influenzato Facebook per limitare la diffusione di contenuti incriminanti.
  • Zuckerberg considera l'FBI un'istituzione di fiducia nonostante le critiche.
  • Il New York Times ha confermato la veridicità della storia del laptop.
  • Jim Jordan riporta che 14 agenti dell'FBI hanno denunciato pratiche interne discutibili.
L'articolo

Nella puntata del 25 agosto 2022 del Joe Rogan Experience Show, il famoso conduttore statunitense ha intervistato niente meno che Mark Zuckerberg trattando uno degli argomenti più spinosi riguardanti i social.

I due hanno parlato delle policy che vengono utilizzate dalla piattaforma social Facebook per moderare i contenuti che vengono pubblicati dagli utenti.

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Zuckerberg, tuttavia, nel corso dell’intervista fa una gravissima ammissione che però Joe Rogan non sembra essere pronto a cogliere per darle abbastanza risalto, e conseguentemente incalzare l’ospite con domande più specifiche.

Zuckerberg dichiara apertamente che poco prima delle elezioni americane del 2020, appena iniziò a circolare la notizia non solo che il laptop di Biden esistesse, ma che oltretutto contenesse documenti fortemente incriminanti sia per Biden padre che per Biden figlio, fu contattato dall’FBI che lo “spinse” ad applicare un forte freno censorio sulla diffusione e condivisione di tali contenuti da parte degli utenti.

“Io considero l’FBI un’istituzione di cui aver fiducia e se mi dicono che si tratta di propaganda russa come quella che c’é stata per le elezioni del 2016, mi fido”, afferma fieramente Zuckerberg.

Eh già, il vecchio spauracchio della propaganda russa, l’evergreen della narrativa dem e globalista.

“D’altra parte”, continua, “tutti sono innocenti fino a prova contraria, e la stessa cosa si poteva applicare alla storia del laptop, quindi ho ritenuto la policy assolutamente accettabile”, i Biden potevano e dovevano essere tutelati a tutti i costi.

E’ chiaro che le tempistiche della soppressione dello scandalo del computer per evidente volere delle élite democratiche e globaliste non sono state affatto casuali, visto che il provvidenziale intervento dell’FBI é avvenuto circa un mese prima delle elezioni.

Facebook molto probabilmente ha ricevuto in merito precise istruzioni dall’agenzia governativa americana, ovvero quelle di intercettare e cancellare qualsiasi post riguardante la storia del laptop o ad essa in qualche modo connesso, sebbene Zuckerberg in trasmissione smentisca e dichiari che questa fu la policy che invece fu adottata da Twitter.

Facebook, sempre secondo Zuckerberg, fu più morbida e valutò caso per caso. Ma perché menzionare Twitter? Non é affatto da scartare l’ipotesi che anche Jack Dorsey ricevette la visita di qualche funzionario governativo e fu imbeccato a dovere sul daffarsi.

Parliamoci chiaro, nessuno avrebbe mai votato per il candidato democratico Joe Biden se anche lontanamente l’America fosse stata debitamente e correttamente informata dalla notizia di un coinvolgimento dello stesso e dell’intera famiglia in affari così compromettenti.

La speranza di una vittoria, già ridotta ai minimi termini, si sarebbe del tutto prosciugata.

Oggi sappiamo non solo che la storia del laptop é vera, ma che anche quella dei suoi peccaminosi contenuti é tutt’altro che il delirante frutto del mondo complottista.

Persino il New York Times, il main stream della carta stampata, ha dovuto ammettere la questione. E se lo sapeva la carta stampata, certo lo sapeva l’FBI.

Quindi tutti, FBI in primis ovviamente, hanno di concerto coperto lo scandalo e mentito al popolo americano, ben consci che stavano mentendo e coprendo una notizia che non doveva uscire.

Ci meravigliamo? Non dovremmo.

L’FBI già da molto tempo non é più l’agenzia investigativa che agisce secondo giustizia per il bene del popolo americano. E’ divenuta piuttosto la longa manus dello stato profondo, il quale oggettivamente necessita di un organo di controllo (e azione) che faccia ciò che il deep state non può fare apertamente.

Lo stesso repubblicano Jim Jordan afferma che solo negli ultimi tempi ben 14 agenti dell’FBI si sono fatti avanti per raccontare sotto copertura cosa davvero succeda all’interno dell’agenzia.

Pensiamo ad esempio alla vicenda del 6 gennaio e a ciò che viene definito come l’assalto al Campidoglio in cui sarebbe proprio l’FBI ad aver organizzato e gestito l’ingresso dei manifestanti in accordo con la speaker Nancy Pelosi.

Oppure pensiamo al raid alla villa di Donald Trump a Mar-a-Lago, un intervento che sembrava dovesse partorire una montagna ma che non ha partorito nemmeno un topolino, se non una denuncia da parte dello stesso ex Presidente.

L’intento dietro a tutta questa lista di eventi appare quindi chiaro, ovvero, proteggere lo stato profondo e le élite mondialiste. Il successo della mission, ad oggi, pare sempre meno probabile, e l’ultima chiamata, invece, sempre più vicina.

Novembre é davvero dietro l’angolo.

MARTINA GIUNTOLI

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