Sostegno incondizionato dell’Italia a Kiev: che vinca il centrodestra o il centrosinistra, la sostanza in politica estera non cambia.

È quanto emerso dal primo, forse unico faccia a faccia di questa campagna elettorale balneare tra Giorgia Meloni ed Enrico Letta, alla guida delle due principali coalizioni rivali in vista del voto del 25 settembre per il rinnovo del Parlamento. La guerra in Ucraina ha aperto il confronto svoltosi ieri, lunedì 12 settembre, sul sito del Corriere della Sera e moderato dal direttore del quotidiano Luciano Fontana.

“La posizione di Fratelli d’Italia è sempre la stessa”, ha dichiarato Meloni: “L’Italia ancorata all’Occidente, all’alleanza atlantica, con l’Europa, a difesa dei valori occidentali. Sin dall’inizio nessuna titubanza a schierarci contro la Russia. Abbiamo sostenuto il governo seppur dall’opposizione. E le cose rimarrebbero così con un governo di centrodestra”. Ancora la presidente di FdI: “Le sanzioni sono efficaci, ma onori e oneri. Serve un fondo di compensazione. Noi abbiamo un programma di coalizione. Invece Sinistra Italiana chiede di non inviare armi”.

Per Letta le sanzioni “stanno funzionando anche se hanno ripercussioni sulla nostra economia. Sono però l’unico modo con cui abbiamo la possibilità di fermare la Russia oggi”. Per questo il segretario dem pensa che “imprese e famiglie italiane” vadano “aiutate e protette”. Ha ribadito Letta: “Noi siamo tenacemente a favore della resistenza ucraina”.

Gli altri temi sul piatto sono stati Ue, Pnrr, rincari, fiscalità, lavoro, immigrazione, debito pubblico, diritti civili. Letta e Meloni si sono anche impegnati a non formare esecutivi di larghe intese assieme. Ad ogni modo i capi delle due principali coalizioni candidate a governare il Paese non intendono ascoltare quei cittadini – la maggioranza, secondo alcuni sondaggi – che vogliono l’Italia fuori dal conflitto.

Il Pd è per eccellenza il partito di sistema, che da febbraio tiene l’elmetto calato sulla fronte allo stesso modo in cui durante la pandemia aveva guidato l’esercito dei più accaniti vaccinatori e controllori di tessere verdi. Le frasi di circostanza elettorale dei dem non meritano dunque altri commenti, se non una risata quando urlano all’emergenza democratica: è vero, il pericolo c’è, e sono loro. Letta vada a dare lezioni di antifascismo a chi, a differenza dei più fortunati cani, questo inverno non poteva salire sugli autobus né restare a intirizzire sui tavoli esterni dei ristoranti. Spieghi che cosa significa essere partigiani, ai lavoratori ricattati e sospesi.

Né stupisce la posizione di FdI che, dopo non aver votato i decreti sui vari Green pass in Parlamento (è un fatto), sulla guerra si è immediatamente riallineato al Draghistan.

Già in primavera il cofondatore del partito Guido Crosetto, intervistato sulla possibilità di Meloni premier, dichiarava all’Espresso: “Non bastano i voti, servono i poteri forti. E il percorso di accreditamento è a buon punto”.

Proprio in questi giorni il presidente del Copasir Adolfo Urso è negli Stati Uniti per illustrare il programma di Meloni agli americani, rimarcandone la continuità con gli impegni dell’esecutivo Draghi: parole di Urso, rilasciate al Corriere.

La morale? Evidentemente in Italia non si governa senza avere il permesso. E chi il permesso non è disposto a chiederlo, non è manco degno di essere accusato dalla stampa progressista di essere sovranista, critico verso l’Unione europea o la Nato: rischierebbe di rivendicarselo e ottenere visibilità. Meglio allora silenziare direttamente le cosiddette liste del dissenso, i partiti di opposizione. Costringere solo loro, nell’intero arco politico, a raccogliere decine di migliaia di firme per poter partecipare all’agone elettorale. Non citarli nei sondaggi. E se proprio la legge sulla par condicio ti obbliga a farne comparire qualche esponente in televisione, durante la campagna elettorale, li puoi sempre interrompere mentre parlano. Quei complottisti.

LILLI GORIUP

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