Terra, religione, guerra. Cioè: i tre ingredienti fondamentali del potere che ci domina, da migliaia di anni. Sempre uguale a se stesso, sotto qualsiasi bandiera. Da sempre? No: da quando i nostri antenati smisero di essere nomadi. Prima, non c’erano terre da coltivare, dunque da difendere o conquistare. Non occorrevano servi, contadini e soldati. Non serviva la persuasione, per ottenere obbedienza. E non esisteva ancora, la tragica spirale dell’odio che ci ha letteralmente ipnotizzati.

E’ la scomoda tesi che propone, in un saggio uscito nel 2004, Francesco Saba Sardi. Intellettuale sbalorditivo: scrittore, saggista, antropologo. Traduttore dei maggiori autori contemporanei: tra questi Borges e Garcia Marquez, Simenon, Melville, Thomas Mann, Hermann Hesse, Tolkien, Doris Lessing. Biografo ufficiale di Picasso, appositamente prescelto dal grande artista. Ma chi lo conosce, Saba Sardi?

TERRA, RELIGIONE, GUERRA: IL POTERE DI OGGI

Napolitano lo incluse tra le 50 autorità morali e culturali italiane. Ma quando morì, nel 2012, non se ne accorse nessuno. Forse anche perché aveva avuto un “piccolo” problema: la sua opera “Il grande libro delle religioni”, bestseller edito da Mondadori, era incorsa nei fulmini della censura vaticana. Nella visione del laicissimo Saba Sardi, ogni religione viene regolarmente partorita dal potere: per controllare le coscienze.

La materia è ovviamente delicatissima, specie se si introduce la categoria (intangibile) della fede. Lo studioso però si comporta da osservatore: nelle pagine di “Dominio” affronta essenzialmente l’uso politico, storico, dell’istituzione religiosa. E come ogni vero intellettuale, non è mai rassicurante: costringe il lettore a misurarsi con domande urticanti, che minano le convenzioni comuni. Punto di partenza: guardare il mondo da un altro punto di vista.

LA TRUFFA DELL’ODIO, PER OTTENERE OBBEDIENZA

Ecco perché può essere letteralmente impressionante, oggi, rileggere anche uno degli ultimi scritti di Saba Sardi. Si intitola “Istituzione dell’ostilità”. Una vera e propria autopsia del cuore nero del potere e del suo alimento principale: l’odio. Una autentica truffa, fabbricata a tavolino. Senza la quale, come sappiamo, non sarebbe neppure immaginabile l’esplosione delle guerre. Nemmeno quella, molto sanguinosa e molto disonesta, attualmente in corso in Ucraina.

Disonesta, certo: dell’escalation viene incolpata la Russia, fingendo di non sapere che il conflitto iniziò nel 2014, su iniziativa americana. Una guerra che – si interroga qualcuno – forse sarebbe stata evitabile in extremis, ma certo con il sacrificio di Mosca. Davvero difficile, per Putin, trovare un altro modo per uscire dall’accerchiamento. Dei retroscena conosciamo ormai parecchi dettagli. Mai, nella storia, la capacità di menzogna – da parte degli occidentali – aveva raggiunto simili vette.

PRIMO PASSO, INVENTARE UN NEMICO

Rileggere Saba Sardi, forse, aiuta ad andare addirittura oltre. Spinge cioè il lettore a indovinare anche il volto della prossima guerra. E a capire quale sarebbe l’unico antidoto: la ribellione pacifica e universale dell’umanità, se e quando troverà il coraggio di sfoderare finalmente l’arma letale, l’empatia. L’unico sentimento che possa licenziare, una volta per sempre, i signori della guerra. Il ripudio dell’ostilità. Il rifiuto categorico di riconoscere qualcuno come possibile nemico.

Il dominio ha sempre bisogno di nemici che lo giustifichino, scrive Saba Sardi. «Il potere politico si fonda e si replica in quello religioso e in quello bellico. E ciò fin dalla sua invenzione e introduzione nel mondo, risalente a circa quindicimila anni fa». E per la persistenza «delle metastasi e dunque del dominio stesso», occorre una mobilitazione permanente. Premessa: l’obbedienza ai superiori (manager, gerarchie ecclesiastiche, comandanti militari). La narrazione propone questa grande bugia: senza la nostra obbedienza, il sistema correrebbe seri pericoli. E’ una patria-cannibale, sostiene lo scrittore, quella che ogni volta immola migliaia di vite umane.

SIAMO CITTADINI-SOLDATI, SEMPRE MOBILITATI

La mobilitazione è incessante, a tutti i livelli: scolastici, accademici, culturali, economici. Concorrenza, competitività. In altre parole: sempre “guerra”, sotto mentite spoglie. Leva fondamentale: «La denigrazione sistematica del nemico», immancabilmente «descritto come pericoloso, spietato, implacabile, proditorio, assetato di sangue, ma alla fin fine superabile dalle nostre armi e, più ancora, dal fegato e dal cuore dei nostri militi». Allo stesso modo, viene calunniato «il concorrente industriale, l’appartenente a un altro esercito produttivo». Solo così la mobilitazione sarà effettiva ed efficace.

L’operazione “odio del nemico” implica che il bersaglio venga pubblicamente disprezzato. E se il “nemico” è interno, va punito in modo atrocemente spettacolare: come nei lager nazisti o nei Gulag sovietici. L’importante è che l’ostilità cresca su se stessa. «Una volta che il dominio sia riuscito ad avviare il meccanismo, di importanza fondamentale per la sua stessa sopravvivenza, chi se ne fa interprete o strumento andrà come alla scoperta di un continente», ovvero «l’oscura, torbida regione della negatività». L’odiatore, colui che ha fatto propria l’ostilità, diviene un mero strumento: e scopre «l’insopportabilità di ogni gesto, pensiero, azione del nemico dichiarato tale». E proprio nell’odio, «l’odiatore simboleggerà la volontà di affermare il proprio assoluto valore, la propria indiscutibile superiorità».

A PERDERE SIAMO NOI: SEMPRE

Ragiona Saba Sardi: «Con l’odio, la mia sconfitta è certa. Infatti, se odio, che cosa ho concluso, una volta salito su un monte di cadaveri?». Prima o poi, ogni guerra finisce. E il vincitore pensa: «Ecco che mi ritrovo davanti a una folla di schiavi, che non ho più né scopo né ragione di odiare, dal momento che hanno cessato di costituire un pericolo». Ma attenzione: «Riconquistare la propria integrità – ed è ciò che avviene al termine di ogni guerra, per quanto catastrofica sia stata – sarà tanto più difficile quanto più è avanzato il processo di decomposizione, di semplificazione, di riduzione: insomma, quanto più vasta è stata l’abiura alla mia umanità».

La chiave, sottolinea Saba Sardi, sta sempre nel rendere il soldato invulnerabile alla pietà: capace di trasformarsi da semplice cittadino in carnefice. «La guerra è necrofila, in quanto esige dal combattente familiarità con la morte propria e altrui. Un fascino oscuro, quello esercitato dalla guerra». Basta osservare come la pittura e la letteratura abbiano esaltato «la torbida bellezza» di certe battaglie, dalle Termopoli a Waterloo. Ma chi si mette a celebrare l’estetica dei conflitti dimentica che «le guerre sono proprie, ed esclusivamente, di società gerarchiche, strutturate in piramidi formate da un vertice autorevole e da una successione di sudditi convinti all’obbedienza».

RISALE AL NEOLITICO L’ORIGINE DEL MALE

Non ci sarebbe mai stata nessuna guerra, dice Saba Sardi, senza questa struttura «eminentemente razionale e di ascendenza neolitica», quindi a suo parere «frutto dello stanziamento, della produzione agricola, dell’allevamento del bestiame, dell’invenzione della divinità, del dominio nella sua triplice articolazione, dell’invenzione della macchina, della proprietà privata». In una parola: del neolitico, «di cui siamo gli eredi e anzi i continuatori».

Fu proprio allora, sostiene lo studioso, che nacque il modulo sociale della guerra permanente innescata dalla propaganda, «che si tratti di agire nell’ambito della caserma o del supermercato, quale che sia la merce da indurre ad apprezzare, ad accettare, ad acquistare: formaggi o ideologie». Azioni-chiave, sempre le stesse: «Il consumatore-mobilitando, il compratore-soldato, viene “precondizionato”, gli si stampa nel cervello l’elogio del prodotto in modo da escludere dubbi sulla sua assolutezza».

SCHIAVI DELL’ANGOSCIA:  RIUSCIREMO A LIBERARCI?

Si agisce anche a livello inconscio, evocando «pregiudizi, terrori, credenze ancestrali, impulsi emotivi». Non è un caso: «La cura costante per le esigenze psicologiche degli eserciti ha avuto uno sviluppo parallelo a quello dell’economia di mercato. Il cliente, milite o compratore, dovrà innamorarsi del prodotto, a esso legarsi mediante una fedeltà irrazionale». Al compratore, anche il cibo-spazzatura sembrerà ottimo. «Nel caso dell’acquirente del prodotto-patria, dovrà apparire virile, forte, potente, autoritario».

Al “mobilitando” si offrirà così un’illusione di razionalità: «Un pretesto con il quale nascondere a se stesso l’irrazionalità su cui si fa leva». Ha un peso anche l’estetica dell’arma da lustrare, «che prolunga la personalità del combattente, kalashnikov o elicottero che sia», e fa il paio «con l’idea dell’automobile come mezzo di espressione dell’“aggressività” di chi la acquista». Così, «l’ostilità è calata dal cielo a funestare la terra – ogni lembo di terra abitato dalla civiltà, che è per definizione bianca, occidentale».

Domande profonde, abissali: «Può allora l’uomo rinunciare ai sacrifici, concreti o simbolici? Può fare a meno di vittime a carnefici? Ed è legittimo il dubbio che anche tra i nostri progenitori paleolitici – e tra gli ultimi selvaggi, superstiti della civiltà – si desse e si dia la nostra stessa, attualissima suddivisione tra sofferenti e apportatori di sofferenza? In altre parole: l’uomo poteva allora, e può ancora, rinunciare all’angoscia? O l’angoscia è costitutiva dell’umanità?».

GIORGIO CATTANEO

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