Enrico Letta chiama ma i sindaci non rispondono. Il Pd mostra segni di debolezza nel percorso di costruzione delle proprie liste elettorali. Nei giorni scorsi il segretario nazionale dem, Letta, aveva lanciato un appello ai primi cittadini del centrosinistra affinché scendessero in campo alle elezioni politiche del 25 settembre. Evidentemente un modo di assicurarsi nomi forti del consenso derivante dai territori, utili soprattutto nei collegi uninominali, dove risulta eletto come unico rappresentante colui o colei che prende più voti rispetto agli avversari.

Come spiegato dal Fatto quotidiano, gli amministratori delle principali città italiane si sono tuttavia appena tirati indietro, rispondendo a Letta picche in maniera pressoché unanime: certo, sono pronti a contribuire attivamente alla campagna, ma senza candidarsi personalmente. “Nessun sindaco di grandi città si candiderà”, ha dichiarato, sfilandosi, ad esempio Matteo Ricci, coordinatore dei primi cittadini del Pd oltre che sindaco di Pesaro: “perché significherebbe dimettersi entro domani e consegnare la città al commissario prefettizio. E nessun sindaco che ama la propria comunità lo farebbe”. In base al Testo unico degli enti locali un primo cittadino decade infatti automaticamente se accetta la candidatura a deputato o senatore. Così ancora Ricci: “Consegneremo a Letta un contributo programmatico in cinque punti e un elenco di sindaci di città sotto i 20mila abitanti ed ex sindaci che hanno concluso il mandato quest’anno, disponibili a candidarsi”.

Si capisce d’altronde che far commissariare il Comune dove si è stati eletti in maniera diretta dai cittadini, rimandando anticipatamente alle urne l’ente locale, senza avere nemmeno in cambio la garanzia di un seggio in Parlamento, sarebbe quantomeno politicamente imbarazzante. Forse il partito di governo per eccellenza stavolta non è così sicuro di poter tornare a Palazzo Chigi senza aver prima vinto le elezioni?

LILLI GORIUP

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